Una rubrica di sport per scoprire come il gioco, la squadra, la fatica e perfino la sconfitta possano aiutarci a vivere il Vangelo, dentro e fuori dal campo.
Quilia
Basta un pallone e qualcuno che dica: «Facciamo una partita?». In pochi minuti il cortile prende vita. Si formano le squadre, si discutono le regole, qualcuno vuole fare il portiere e qualcun altro protesta perché è stato scelto per ultimo. Poi si comincia a giocare. Si corre, si sbaglia un passaggio, si segna un gol fortunato. Quando arriva il momento di smettere, la richiesta è quasi sempre la stessa: «Ancora cinque minuti».
In quei cinque minuti c’è qualcosa che vale la pena custodire. I ragazzi giocano perché giocare è bello. Il risultato conta, certo: nessuno entra in campo con il desiderio di perdere. Ma il piacere di stare insieme, di provare una giocata e di ricominciare dopo un errore vale quanto il punteggio. A volte ce ne accorgiamo proprio quando una partita finisce: ricordiamo una risata, un passaggio riuscito, il compagno che ci ha aiutato a rialzarci.
Crescendo, però, può succedere che tutto diventi più pesante. Bisogna migliorare, meritarsi il posto, rispondere alle aspettative. Allenarsi con impegno è una cosa buona, e imparare a competere fa parte dello sport. Quando però ogni allenamento diventa una verifica del proprio valore, giocare perde il suo respiro. Un ragazzo può arrivare al campo già preoccupato di sbagliare. Un altro può pensare che, se resta in panchina, per la squadra non conti nulla.
Il Vangelo racconta che un giorno alcune persone portarono dei bambini a Gesù e i discepoli cercarono di impedirlo. Gesù li fermò: «Lasciate che i bambini vengano a me» (Mc 10,14). Gesù non sta parlando di sport. Ci mostra però uno sguardo capace di accogliere i piccoli senza chiedere loro di dimostrare prima qualcosa. È uno sguardo di cui hanno bisogno anche i nostri cortili e le nostre palestre: ogni ragazzo deve poter sentire che il suo posto è più sicuro del risultato che ottiene.
Questo non significa rinunciare alla fatica o fare finta che vincere e perdere siano la stessa cosa. Significa ricordare perché abbiamo iniziato. La gioia dà forza all’impegno: aiuta a tornare dopo una sconfitta, a provare ancora un gesto difficile, a riconoscere il valore di chi gioca accanto a noi. Anche un allenatore può chiedere molto ai suoi ragazzi e, nello stesso tempo, fare in modo che abbiano voglia di tornare all’allenamento successivo.
Papa Francesco ha ricordato che nello sport non dovrebbe venir meno lo spirito amatoriale: quella passione per ciò che si fa che custodisce la genuinità del gioco. È una responsabilità che riguarda tutti, soprattutto gli adulti. Le parole dette a bordo campo, il modo di reagire a un errore, il tempo dato a chi fa più fatica possono alimentare la gioia di giocare oppure spegnerla.
Forse, prima della prossima partita, potremmo farci una domanda semplice. Io entro in campo per condividere qualcosa di bello, oppure soltanto per dimostrare quanto valgo? E noi adulti: i ragazzi che giocano con noi si sentono liberi di mettersi in gioco, anche quando sbagliano?
Il cortile di don Bosco è un buon posto da cui partire. Lì il gioco offre occasioni per conoscersi, stringere amicizie, imparare a fidarsi. E quei cinque minuti chiesti alla fine della partita possono dirci che i ragazzi hanno trovato qualcosa di prezioso, che vale la pena continuare a offrire.
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Per approfondire: Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita, Dare il meglio di sé, 2018; Francesco, Messaggio al convegno «Mettere la vita in gioco», 2024.
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