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PAROLE DELL'AVVENTO

Il lungo racconto dell'amore di Dio nel tempo che precede e prepara il Natale è scandito da alcune ricorrenti espressioni (oggi, domani, preparate le vie, avvenga di me, sei tu? e l'oh! della meraviglia). Cosa dicono questi messaggi all'impegno dell'evangelizzazione e della carità così urgenti nel nostro tempo?


PAROLE DELL’AVVENTO

da Teologo Borèl

del 23 novembre 2005

Difficile interpretare il presente. Se si usa la lente del passato, appare sbiadito e lontano rispetto a mitiche età dell’oro e a illusori “tempi migliori”. Se si hanno sogni grandi da esaudire, esso appare troppo stretto e inadeguato a generare un futuro appagante. Anche molte letture religiose della storia – e anche della stessa Scrittura – vedono l’oggi dell’uomo pieno di tradimento e di peccato, di alleanze infrante, di occasioni perdute. Così l’avvento ogni anno sembra mettere in crisi il presente. Il suo salmo-guida, quasi colonna sonora, il salmo 84, grida un presente carico del giudizio di Dio: «Rialzaci, Dio nostra salvezza, e placa il tuo sdegno verso di noi. Forse per sempre sarai adirato con noi, di età in età estenderai il tuo sdegno?» (Sal 84,5-6). Forse è questo anche il compito della comunità credente: dire sull’oggi un giudizio critico, ma non di critica. Infatti canta lo stesso salmo: «Signore, sei stato buono con la tua terra, hai ricondotto i deportati di Giacobbe. Hai perdonato l’iniquità del tuo popolo, hai cancellato tutti i suoi peccati. Hai deposto tutto il tuo sdegno e messo fine alla tua grande ira» (Sal 84,1-4). Come Isaia, anche la chiesa annuncia nell’oggi inquieto degli uomini il giudizio di un Dio… che salva, che traccia strade per il ritorno. Come Giovanni, anche la chiesa dice nell’oggi incerto del mondo che il Regno è qui, non altrove. Come Maria, anche la chiesa, porta la Parola nell’oggi dei popoli, in un presente che è sempre gravido di un Dio da generare non fuori del tempo, non oltre, non nonostante il tempo, ma… oggi!

 

Hodie (Oggi). La liturgia dell’avvento è anche tutta ritmata da un modo del verbo, l’imperativo: Vegliate! Rallegratevi! Dite agli sfiduciati! Aspettate! Preparate la via! Alzate il capo!… Gerusalemme, sorgi e sta’ in alto: e contempla la gioia che a te viene dal tuo Dio (Bar 5,5; 4,36)!… Mostraci, Signore, la tua misericordia e donaci la tua salvezza (Sal 84,8)! E un grido sopra tutti: Vieni!

L’avvento ha senso perché porta a cantare il Puer natus est della messa della notte l’Hodie dell’introito della messa dell’aurora e l’Hodie dei secondi vespri del Natale, a cantare l’Emmanuel il Dio-con-noi, la sua presenza alla storia e nella storia. Il nostro evangelizzare parla a questo oggi? È il compito di ogni profeta, che deve portare un popolo dalla schiavitù alla libertà, dire nell’oggi il progetto di Dio che abbraccia il futuro: «Oggi sapete che il Signore viene a salvarci: domani vedrete la sua gloria (Natale, messa della vigilia, antifona d’ingresso: cf. Es 16,6-7). Le nostre liturgie sono consapevoli di essere assemblee convocate oggi, non nel passato e non ancora nel futuro? La nostra testimonianza, la carità – virtù del presente – sta concretamente obbligando le nostre comunità a non distogliere gli occhi dalla propria gente e dalle mille miserie che riempiono il tempo o abbiamo così istituzionalizzato l’amore e la beneficenza tanto da far sopravvivere strutture che, nate nel passato, non rispondono più ai bisogni presenti?

 

Cras (Domani). «Domani si rivelerà la gloria del Signore, e ogni uomo vedrà la salvezza del nostro Dio». (Natale, messa della vigilia, antifona alla comunione: cf. Is 40,5). Ogni oggi muore e diventa un domani. «Ero cras, verrò domani» canta l’acrostico formato dalle iniziali delle prime parole delle antifone maggiori, le antifone «O». L’avvento si fa carico di ricordare alla chiesa che tutto non si chiude nell’oggi, anche se tutto – anche la salvezza – si gioca nell’oggi, nel presente, in questa storia e non in un’altra. Ma nessun giorno si accartoccia su se stesso. Come una strada pavimentata è tracciata collocando una lastra dopo l’altra, così di oggi in oggi Dio plasma la storia e la conduce al domani.

La liturgia dell’avvento è ritmata da questo avverbio di tempo: domani! La liturgia dell’avvento è anche tutta ritmata da un altro tempo del verbo, il futuro: Veniet (verrà)! Orietur (sorgerà)! Apparebit (apparirà)! Sion renovaberis (Sion, sarai rinnovata)! Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio! Popolo di Sion, il Signore verrà a salvare i popoli, farà sentire la sua voce potente per la gioia del vostro cuore (Is 30,19.30).

L’avvento è il tempo liturgico che educa e concretizza l’attendere: «Expectabo Dominum Salvatorem meum, et praestolabor eum dum prope est… Attenderò il Signore il mio Salvatore e lo aspetterò ora che è vicino, alleluia!». Un’attesa contenta, non depressa: «Rallegratevi sempre nel Signore: ve lo ripeto, rallegratevi, il Signore è vicino» (Fil 4,4.5). Attendere e gioire sembrano atteggiamenti estranei l’uno all’altro e forse fuori moda nella nostra cultura, dove si gioisce solo se si possiede e si trattiene, e dove il desiderio e l’attesa vengono percepiti solo come ansia e incertezza.

Si scrive da tempo che siamo in un’epoca che necessita di una nuova evangelizzazione. Spesso, nonostante l’aggettivo “nuova”, essa sembra avere il sapore di strategie di ritorno, che mirano a consolidare un passato incrinato più che a costruire una chiesa rinnovata. Sion, renovaberis! grida il profeta a un popolo esiliato, alla chiesa, esiliata fuori dalla cultura e dai centri di potere. L’avvento, che guarda al futuro, prescrive all’evangelizzatore le virtù dell’attesa e della gioia, perché l’annuncio non sia nostalgico ma entusiasta. Abbiamo bisogno di evangelizzatori capaci, oltre che sul peccato dell’uomo e la sua chiusura al progetto di Dio, di puntare il dito anche per indicare la via nuova e appianata che Dio solo sa aprire nella steppa e nel deserto per portare altrove il suo popolo.

Attendere e gioire, guardando al domani. C’è un tempo di sosta che aiuta l’attesa? C’è un luogo accogliente che nutre la gioia? Sì, c’è: l’assemblea eucaristica. L’avvento esplicita una delle dimensione permanenti dell’azione liturgica: creare un tempo sospeso dentro la storia che scorre dove attendere e invocare l’avvento del Regno. Di questo respirano le nostre eucaristie domenicali? C’è canto, c’è festa, c’è dimensione ludica e gratuita nel nostro celebrare? L’anno dell’eucaristia sta diventando l’anno delle adorazioni e dei trionfi eucaristici nostalgici o l’occasione di rivedere il nostro modo di celebrare l’eucaristia stessa, perché sia celebrazione che apre al futuro di Dio, che dice la forza trasformante del mistero pasquale, finché il Signore non ritorni?

Il domani sperato e invocato dall’avvento ha qualcosa da dire anche alla carità. Ultimamente stiamo forse un po’ troppo demonizzando alcuni movimenti, che certo sono estremisti, ma che hanno il compito ingrato e folle (o l’illusione?) di spingere a volere un futuro migliore. Le attese di giustizia sociale degli anni 60 e 70 ho l’impressione si stiano affievolendo nel tessuto ecclesiale. E se le mantieni, sei un sognatore, uno che non vede che è il denaro a governare il mondo, che l’economia ha le sue regole. Forse l’avvento chiede una carità più profetica, non solo chiusa sulla necessaria elemosina del presente, ma aperta a contestare ciò che stabilmente opprime l’uomo, e così rinnovare l’umanità. Altrimenti, per cosa sperare?

 

Parate vias! (Preparate le strade!). «Voce che grida nel deserto: preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri!» (cf. Mt 3,3; Mc 1,3; Lc 3,4). È il grido di Isaia che, rifiorendo nella Voce dello Sposo, Giovanni il Battezzatore, attraversa tutto l’avvento. L’avvento conserva una dimensione penitenziale. Ogni livellamento richiede di portar via terra, richiede fatica e sudore per svellere, asportare, assestare… L’avvento ridà alla comunità credente il suo ruolo profetico: essa non è lo Sposo, ma è solo la voce dello Sposo, come il Battezzatore. L’avvento consente alla chiesa di non cadere nella tentazione di confondersi con tutta la storia della salvezza, ma di sapere che ne è una parte. L’avvento, annunciando che solo da Dio viene la salvezza, priva la chiesa di ogni trionfalistico eccesso che la confonda con il fine della storia. Essa è la Sion alta sul monte, certo, ma è anche il popolo infedele che dev’essere richiamato dalle sue terre di schiavitù a tornare nella terra della promessa per strade nuove e diritte, vie che Dio solo può aprire e spianare.

Così l’evangelizzatore si rivolge prima di tutto alla chiesa, perché essa «ascolti ciò che lo Spirito dice» e si converta e viva. Solo così l’umanità sarà preparata per l’ultimo avvento, perché il Figlio dell’uomo, quando tornerà, possa ancora trovare la fede sulla terra.

Così la liturgia fa vestire di viola, e canti e testi assumono le tonalità dell’invocazione e dell’ascolto, del vegliare nella notte. Forse ci viene richiesto più coraggio nel proporre al popolo di Dio la preghiera della liturgia delle Ore, perché quotidianamente la Parola risuoni nella voce dello Sposo e della Sposa che insieme camminano nel tempo verso la sua meta.

Così la carità spinge a togliere ciò che ostacola la comunione tra gli uomini. Tra le più urgenti testimonianze, tra le più urgenti conversioni, tra gli ostacoli più grandi al Regno che viene, mi pare ci sia il peccato della disunione, nella chiesa prima ancora che nei rapporti tra i popoli. Così prega un’antica liturgia nel tempo d’avvento allo scambio della pace: «Cristo Signore, con la tua prima venuta tra noi nella natura umana, ti sei degnato di riconciliare il mondo a te nella pace. Concedi che noi, riconciliati per mezzo di te, restiamo nella tua pace. Quando, alla tua seconda venuta, verrai in maestà e gloria, fa’ eredi della pace eterna coloro che qui hai reso custodi del deposito inviolabile della tua pace» (Missale Hispano–Mozarabicum, Toledo 1991, De Adventu Domini).

 

Fiat mihi! (Avvenga di me!). In avvento risuona anche l’«Eccomi» che fonde la voce della Madre Vergine con la volontà decisa del suo Nato di superare ogni ostacolo che si frapponga tra Dio e una storia da salvare, da portare al suo frutto. Anche in avvento brilla una luce pasquale. Anche noi, come il Figlio e la Madre, dobbiamo compiere nel tempo la nostra missione e dire il nostro: «Eccomi, avvenga di me quello che hai detto». L’avvento fa emergere il dolore del parto. L’avvento riporta la chiesa alla sua vocazione di madre. E una madre porta la fatica della gestazione e urla per il dolore di mettere al mondo un uomo nuovo.

Evangelizzare per cosa, per quale scopo? Celebrare la pasqua di domenica in domenica per quale scopo? Cicatrizzare le ferite dell’uomo e ridare bellezza al suo volto sfigurato con la carità, per quale scopo? Perché la pasqua di Cristo trasformi la storia in storia di salvezza. L’avvento ci ricorda che dobbiamo entrarvi con il nostro «eccomi»: l’eccomi del giusto che ascolta Dio, l’eccomi del fedele che lo loda nell’assemblea, l’eccomi di chi vede la sofferenza di Dio nella carne dolorante dei suoi figli.

 

Tu, es? (Sei tu?). C’è, mi pare, una dimensione dimenticata dell’avvento. È la domanda intensa che viene portata a Giovanni: «Sei tu colui che deve venire?». L’avvento ci inquieta e ci apre al futuro perché si deve fare piazza pulita delle nostre illusioni sui messia che non arrivano, sulle attese che non possono essere esaudite. L’avvento chiede alla chiesa di non chiudere mai dentro schemi predefiniti l’identità del Messia e di quel Dio che lo manda. L’avvento lascia che la novità sia la vera identità di Dio. La domanda sull’identità di Gesù di Nazaret non è obsoleta. La ricerca del volto, dell’identità autentica di Dio porta ogni generazione a distruggere gli idoli che non salvano, le false immagini che prendono il posto di un Dio che, invece, è sempre nuovo e fa nuova la storia.

Evangelizzare è suscitare questa antica e attuale domanda nel cuore dell’uomo. Mettergli davanti l’evento Cristo e chiedergli di dargli un senso. Celebrare è dire coi simboli e il linguaggio rituale un’identità intuita, ma mai posseduta, comunicata ma mai esaurita, cantata ma mai definita. Testimoniare sarà, allora, correre come l’amata nella notte e chiedere di piazza in piazza, di porta in porta, di nascondiglio in nascondiglio, se è stato visto l’Amato del cuore.

 

Oh! L’avvento è tempo della meraviglia e dello stupore, perché nulla ferma un Dio di novità. È lo stupore di chi sa contemplare la storia e vede segnali di un futuro di gloria. L’avvento canta lo stupore di chi vede nel mondo le orme della Sapienza di Dio che dà ordine e senso. L’avvento è squillo di tromba annunciante che Adonai, il Signore e Re del mondo, regna e orienta la storia al suo destino. L’avvento è il tempo che vede spuntare la Radice che da Iesse si innalza e diventa albero che copre le generazioni. L’avvento spia il rumore che dentro la porta della storia fa la Chiave che è Cristo, attento a cogliere il momento in cui si spalancheranno le porte della morte e Dio farà risplendere la vita. L’avvento non fa guardare al tramonto del mondo, ma fa volgere lo sguardo all’Oriente, al Sole che arriva, perché, come gradualmente dal solstizio d’inverno si arriverà alla luce dell’estate, così sorgerà il sole di pasqua e tale sarà la storia del mondo: dalla notte alla luce. L’avvento invoca la sovranità di un Re che ha progetti di comunione per tutti i popoli e che può fare della chiesa il segno e lo strumento dell’unità di tutto il genere umano. L’avvento è il grido intenso dell’uomo, scacciato dal giardino delle origini, che o fugge dal suo Dio o lo cerca senza vederlo e vuole tornare a invocarlo: Emmanuel, Dio-con-noi e non contro di noi.

Daniele Piazzi

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