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Omelia del Rettor Maggiore per il 150° anniversario della morte di Michele Magon...

Oggi come ieri i giovani cercano questo: adulti che li accettino incondizionatamente, adulti capaci di mettersi alla pari, di esserli vicini; adulti che li facciano sentirsi importanti, che come Gesù li ponga in mezzo. È appunto quello che Don Bosco ha fatto e quello che chiedeva...


Omelia del Rettor Maggiore per il 150° anniversario della morte di Michele Magone

da Rettor Maggiore

del 31 gennaio 2009

 

         Carissimi fratelli e sorelle,

comincio ad esprimere la mia gioia per la grazia di celebrare assieme a voi, qui a Carmagnola, questa eucaristia nel 150º anniversario della morte di Michele Magone, che coincide felicemente con l’inizio del 150º della fondazione della Congregazione Salesiana. Tutto ciò nella cornice della solennità del nostro amato padre e fondatore Don Bosco. Essa ci offre la possibilità di ringraziare il Signore per il dono meraviglioso che ci ha dato in Don Bosco ed, al tempo stesso, ci dà una nuova opportunità di approfondire la nostra vocazione salesiana. Questa trova suo paradigma nel rapporto tra Don Bosco e Michele Magone.

Don Bosco incontrò Michele Magone nella nebbia di Carmagnola. Aspettava il treno per Torino, ma sentiva le grida di un gruppo di ragazzi che giocava. Scrive: “Tra quelle grida si sentiva distinta una voce che dominava tutte le altre. Era come la voce di un capitano. Volevo conoscere colui che sapeva dirigere un così notevole schiamazzo”. A rischio di perdere il treno, lo cercò tra la nebbia, lo incontrò, e con poche domande scherzose (con cui Don Bosco sapeva camuffare un preciso test sulla situazione) venne a sapere che aveva 13 anni, era orfano di padre, era scacciato dalla scuola perché ‘disturbatore universale’, e faceva il ‘mestiere del fannullone’. Uno splendido giovane avviato al fallimento.

Attraverso il viceparroco di Carmagnola (o con la benedizione della madre) riuscì a farlo arrivare all’Oratorio. In quel cortile “sembrava che uscisse dalla bocca di un canone: volava in tutti gli angoli, metteva tutto in movimento… Gridare, correre, saltare, far chiasso divenne la sua vita”.

Ma dopo un mese, mentre gli alberi intristivano, anche Michele intristì. Non giocava più, la malinconia gli era dipinta in faccia. “Io tenevo dietro a quanto accadeva scrive sempre Don Bosco, che non era un collazionatore di ragazzi, ma un sapiente educatore cristiano. E gli parlai”. Dopo qualche silenzio difensivo e uno scoppio di pianto liberatore, Michele disse: “Ho la coscienza imbrogliata”, e si arrese al suggerimento tranquillo di una buona confessione.

Con la pace del cuore tornò l’allegria scatenata, ma anche una svolta decisa nella sua vita. Don Bosco con estrema semplicità, lo aiutò a piantare i ‘paletti’ per la sua strada verso la santità: Comunione, Confessione, amore alla Madonna, preghiera, fuga dell’ozio e dei cattivi compagni, aiutare tutti quelli che poteva. Don Bosco suggeriva questa strada a centinaia di ragazzi. E Michele un giorno gli confidò il sogno che centinaia di altri ragazzi di Don Bosco sognavano con lui: “Se un birbante può diventare abbastanza buono per farsi prete, io mi farei volentieri prete”.

Ma Dio aveva altri disegni. Una malattia che già aveva tormentato Michele in passato, tornò con violenza nei primi giorni del gennaio 1859. Michele andò a Dio dopo aver detto a Don Bosco che lo vegliava: “Dica a mia madre che mio perdoni tutti i dispiaceri. Le voglio bene”.

Se questa storia è eloquente, la Parola di Dio che abbiamo sentito illumina meglio ancora la figura di Don Bosco; ci fa vedere, infatti, come si è lasciato modellare dal Cristo, dove risiede il suo carattere evangelico, quello che lo rende modello di sequela e di imitazione del Cristo.

 

 

«Se non vi convertirete e non diventerete come i bambini non entrerete, nel regno dei cieli» (Mt 18,3)

 

Il testo di Matteo comincia con una domanda dei discepoli: “Chi dunque è il più grande nel Regno dei cieli?”. E’ una domanda certamente portata un po’ dalla vanità, dall’ambizione. Però non è del tutto sbagliata, perché in una comunità ci si chiede: “Ma chi comanda? Chi ha il bastone del comando, chi ha la responsabilità? Certamente c’è un capo in ogni comunità, un direttore, un referente, un responsabile. E poi ci si chiede: “Ma chi sono con lui quelli che gli stanno più vicini?

Come risponde Gesù? Anzitutto con un’azione profetica: in silenzio chiama un bambino e lo mette in mezzo e poi dice: “In verità vi dico: se non vi convertirete…”. Dunque Gesù non risponde direttamente alla domanda su chi è il più grande, ma risponde con un imperativo: “Se non vi convertite, se non diventate come questo bambino, non entrate nel Regno”. è una prima risposta di Gesù alla domanda, un detto che esprime una condizione generale del cristiano: farsi come bambino. Dopo, spiega rispondendo più direttamente alla domanda: “…perciò chiunque si farà piccolo (si abbasserà dice il greco, si diminuirà) come questo bambino, sarà il grande nel Regno dei cieli”.

Chi è dunque il più grande nella comunità, in qualsiasi comunità? Il bambino. Si tratta di una risposta enigmatica, controcorrente, provocatoria. Gli apostoli si aspettavano che dicesse che il più grande forse era Pietro, Giovanni. Il più grande, invece, è un bambino, un bambino sconosciuto.

Ci domandiamo perché Gesù qui evoca i bambini? Non lo fa certamente nella maniera idilliaca in cui intendiamo il bambino oggi, perché oggi il bambino è pieno di cure, è al centro della famiglia, è simbolo di tenerezza, di semplicità. Non è in questo senso che Gesù parla di convertirsi, cioè diventare semplici, obbedienti, piacevoli, amabili. è qualcosa di molto più forte. I bambini nell’antichità non valevano niente, non erano neanche persone soggette di diritto. Quindi “essere bambini” significa non valere niente: “diventate come coloro che non contano niente”; che non contano niente perché non sanno difendersi, non sanno offendere, non hanno denaro; che non contano niente perché non hanno potere, non hanno forza fisica, perché non sanno spiegarsi con parole. Ecco la paradossalità, la forza di questa parola di Gesù: chi accetterà di rovesciare le misure di valore di questo mondo (denaro, potere, successo, contare molto), sarà grande nel Regno dei cieli.

Quando diverse volte ho accompagnato gruppi di giovani nella loro visita al Colle ho sperimentato come restano profondamente commossi davanti alla piccola casetta de’ I Becchi che indica le umili origini di Don Bosco. Dio sempre agisce attraverso mezzi poveri. Questo è stato il percorso storico di Gesù di Nazaret (cf. Flp 2, 5-11) e questa è la strada indicata ai suoi discepoli, come lo abbiamo appena sentito nel Vangelo: «Se non vi convertirete e non diventerete come i bambini non entrerete, nel regno dei cieli» (Mt 18,3).

Ma che cosa vuol dire da salesiani “farsi piccolo”? C’è una pagina di Don Bosco che mi sembra molto illuminante, anche perché promana dalla sua stessa esperienza com’educatore. Nella famosa lettera da Roma di Maggio 1884, scrisse ai salesiani e ai giovani dell’Oratorio di Valdocco: “Chi vuole essere amato bisogna che faccia vedere che ama. Gesù Cristo si fece piccolo coi piccoli e portò le nostre infermità. Chi sa di essere amato, ama, e chi è amato ottiene tutto, specialmente dai giovani”.

Con queste parole Don Bosco riassume l’esperienza della sua vita d’educatore: per educare ci si deve rendere piccoli, disponibili, umili, semplici, poveri, fiduciosi, senza pretese, dare sempre il primo passo, cercare i più bisognosi, andare incontro dei lontani e abbandonati, proteggere i pericolanti. Questo è il linguaggio dell’amore (cf. 1Cor 13), e l’educazione è questione del cuore, diceva lui. Amare è dimostrare quest’amore attraverso la presenza amichevole, sollecita, attraverso la condivisione, l’interesse cordiale e l’accompagnamento, per liberarli da qualsiasi esperienza deleteria che possa mettere a rischio la loro salute fisica o mentale e la loro vita eterna, e per aiutarli a maturare, a sviluppare tutte le loro dimensioni, a trovare il senso della vita e la loro vocazione nel mondo, per portarli fino a Cristo.

“Farsi piccolo” significa entrare decisamente nel mondo dei piccoli, degli adolescenti e dei giovani, di quelli che oggi, nella nostra società di potere e d’influenza, non contano, proprio come quel bambino che Gesù pose in mezzo ai suoi discepoli. “Farsi piccolo” vuol dire prendere la causa dei giovani poveri, esclusi, emigrati, che sono privi di educazione che li abiliti per affrontare con successo la vita, e che quindi trovano enormi difficoltà per inserirsi nel mondo del lavoro e aprirsi un futuro degno. “Farsi piccolo” implica rinunciare a tante pretese d’esperienza, di scienza, di autorità, che non fanno altro che allontanare le persone, come vedeva Giovannino Bosco che facevano i preti che nemmeno rispondevano al suo saluto.

“Farsi piccolo” è fare la scelta, perché di scelta si tratta («Chiunque diventerà piccolo come questo bambino, sarà il più grande nel regno dei cieli» v. 4) di organizzare la propria vita attorno ai bisogni dei giovani, lavorando per loro, pregando per loro, santificandosi per loro, aprendosi alle loro vite, condividendo le loro gioie e le loro angosce, i loro sogni e i loro problemi, le loro attese e le loro richieste.

Oggi come ieri i giovani cercano questo: adulti che li accettino incondizionatamente, adulti capaci di mettersi alla pari, di esserli vicini; adulti che li facciano sentirsi importanti, che come Gesù li ponga in mezzo. È appunto quello che Don Bosco ha fatto e quello che chiedeva dai suoi salesiani: non solo amare, ma far sentire i ragazzi che sono amati. Questo è, a mio avviso, il significato del “Farsi piccolo”, secondo Don Bosco.

Questa è difatti la strada da percorrere se vogliamo costruire una nuova società, una vera famiglia, un futuro non solo per i giovani, ma per tutti noi, dove si globalizza non solo l’economia, ma l’educazione, la solidarietà, la pace. Questi giorni si parla molto di un mondo alternativo possibile, dunque di un nuovo ordine internazionale, ma un mondo migliore non sarà frutto principalmente dall’economia e della tecnica, né da un migliore livello di vita, ma di uno sforzo solidale di tutti per costruire una società nella quale tutti possano trovare una “casa”, una famiglia; questa è la sfida che Don Bosco oggi ci lancia a tutta la Famiglia Salesiana e a tutti gli educatori.

Per realizzare questo compito abbiamo bisogno di conversione della nostra mentalità («se non vi convertirete»), e voler essere i più grandi non secondo il mondo ma secondo il Vangelo.

 

 

«Ciò che avete ascoltato e veduto in me è quello che dovete fare» (Flp 4,9)

 

Ma come possiamo raggiungere questa mentalità cristiana e tipicamente salesiana? San Paolo, nel brano della lettera ai Filippesi che ci è stato letto, ci offre una risposta assai preziosa: «Tutto quello che è vero, nobile, giusto, puro, amabile, onorato, quello che è virtù e merita lode, tutto questo sia oggetto dei vostri pensieri». È un invito a sviluppare un atteggiamento che sappia vedere sempre e ovunque tutto quello di positivo che esiste negli altri, nei giovani, negli adulti, negli stranieri, in quelli che sono diversi… Convinti, come diceva Don Bosco, che anche nel cuore del giovane più smarrito esiste una corda sensibile al bene, e che compito del buon educatore è scoprirla e collaborare al suo sviluppo.

L’umanesimo di Don Bosco, che lo fece una delle persone meglio riuscite della storia e che lo ha reso così amato e venerato da tutti, si radica nella fede. Don Bosco percepisce la presenza e l’azione dello Spirito in ogni persona, soprattutto nelle più piccole e bisognose; per questo crede in loro, le difende, è capace di impegnare la sua vita per loro rinunciando ad altre possibilità che gli offrivano e che potevano avergli assicurato uno stile di vita più facile e sicuro. Grazie a questo umanesimo cristiano, realista e positivo, imparato senza dubbio nella scuola di Mamma Margarita e da San Francesco di Sales, Don Bosco fu capace di svegliare nei ragazzi del suo Oratorio una grande volontà di formarsi, di crescere nella vita cristiana e di collaborare al bene degli altri, di farsi santi. La fede, la speranza e la carità di Don Bosco realizzarono in effetti il miracolo della formazione e della santità di tanti di quei giovani.

A volte quando vedo tutte le analisi sociali della gioventù resto con l’impressione che è per dire quanto cattivi sono i giovani d’oggi e come non possiamo fare di più di quanto già facciamo.

Don Bosco mai si lagnerebbe dei giovanni e crederebbe in loro e continuerebbe ad essere un prete per loro, con tutta la passione del Da mihi animas e con tutta l’amorevolezza del Sistema Preventivo. Che cosa possiamo dunque fare per aumentare la nostra speranza e renderla feconda? Una volta ancora, la Parola di Dio sopra citata ci indica un itinerario da percorrere: In primo luogo, scoprire e far conoscere quanto c’è di bello, di buono, di vero, comunicare tutte le esperienze positive. Questo significa avere uno sguardo positivo della vita.

In secondo luogo, collaborare con gli altri in progetti comuni di servizio e di solidarietà; è proprio nella condivisione dei progetti dove si crea la comunione e cresce la fraternità.

In terzo luogo, condividere i valori che ci uniscono, sia quelli umani sia quelli strettamente religiosi, come sono – per noi credenti – la fede; pregare insieme, ascoltare la Parola insieme, celebrare insieme. È così che nasce e matura la Chiesa come famiglia di Dio, come discepola di Gesù, come sposa dello Spirito Santo.

 

Non si tratta di cose difficili o straordinarie, e pur sono veramente generatrici di dinamismi di trasformazione. Parafrasando l’Apostolo, Don Bosco ci invita oggi a imitarlo: «Ciò che avete ascoltato e veduto in me è quello che dovete fare. E il Dio della pace sarà con voi» (Fil 4,9).

 

 

Don Pascual Ch√°vez Villanueva

Carmagnola – 30 gennaio 2009

 

don Pascual Ch√°vez Villanueva

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