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Non ti devi fidare di nessuno, neppure di tuo padre

Mentre si aspettava per la cena, il papà aveva messo P. sul tavolo del salotto: «Salta!» e il piccolo P. di quattro anni era quasi volato tra le sue braccia: «Papà, papà, di nuovo!». Il gioco si era ripetuto ancora una volta ma, alla terza, il papà si era spostato di colpo facendo cadere il piccolo: «Nella vita non ti devi fidare di nessuno, neppure di tuo padre!».


Non ti devi fidare di nessuno, neppure di tuo padre

da L'autore

del 04 gennaio 2008

Ho incontrato P. alla Stazione Centrale di Milano. Erano anni che non lo vedevo. «Ti ricordi quel giorno?», mi ha detto, dopo avermi salutato con viva simpatia.

Lo ricordavo molto bene! Ero stato invitato a casa sua. Mentre si aspettava per la cena, il papà aveva messo P. sul tavolo del salotto: «Salta!» e il piccolo P. di quattro anni era quasi volato tra le sue braccia: «Papà, papà, di nuovo!». Il gioco si era ripetuto ancora una volta ma, alla terza, il papà si era spostato di colpo facendo cadere il piccolo: «Nella vita non ti devi fidare di nessuno, neppure di tuo padre!».

Non mi sono fermato a cena, ho chiesto scusa e me ne sono andato. Il giorno dopo, in ufficio, con parole «lombarde», ho cercato di spiegare al papà la violenza del suo gesto, reso ancora più drammatico dalle parole balorde che gli aveva detto.

«Ma io non sono di quella razza!», dichiara la maggior parte dei padri di famiglia in circolazione. Forse non lo sono, ma è pur sempre lunga la schiera di padri che si sentono a posto, perché loro non rubano, non uccidono, loro lavorano e non si accusano mai di lasciare alle mogli il delicato compito dell’educare.

Sono padri smemorati che non sanno o fingono di non sapere che la vita è diventata così complessa per i figli, che il padre non può esimersi dal confrontarsi con loro e non solo nell’adolescenza o nella giovinezza ma fin dai primi anni, fin dalla nascita.

Qualcuno obietta: «Roba da psicologi! Sono loro che hanno inventato queste teorie!». È vero: gli psicologi hanno scritto migliaia di pagine sull’argomento, ma è altrettante vero che sono numerose quelle scritte dai nostri giovani: «Cosa darei per avere anch’io un papà che mi vuole bene, che mi insegna a vivere!»; «Ho sempre invidiato chi aveva un padre buono. Il mio si vergogna di me! Non vuole fare brutta figura con gli amici, perché balbetto... Mi metteva soggezione e mi sgridava perché quando pioveva balbettavo di più. Per quello che odio le piogge d’autunno!»; «Ho un padre ma è come se non l’avessi... non mi dice mai niente, però mi dà i soldi, basta che non gli dia fastidio!»; «Se non posso fidarmi di mio papà, di chi posso fidarmi?».

Se i ragazzi debbono onorare i padri, perché così comanda la Legge di Dio, secondo l’insegnamento di san Paolo, i padri sono invitati a non esasperare i figli. Li esasperano, quando rifiutano il loro ruolo di padre e non sono la «roccia» sulle quali si fonda la famiglia.

 Un giorno, i ragazzi della mia Terza Media, una classe speciale tutta di ripetenti, aveva raccolto in un elenco i «verbi» che i padri avrebbero dovuto coniugare per essere dei bravi educatori. Cominciava con «ascoltare, dialogare, consolare, sostenere, incoraggiare», continuava con «perdonare, sperare, sorridere, pazientare, responsabilizzare, fidarsi, dimenticare...», si concludeva con uno «stare, fare e lasciar fare». C’è tanta voglia di padri nel nostro mondo occidentale, che un giorno li rifiutava.

 Antonio mi era scappato una sera dal Centro proprio per ricercare il padre, che non aveva mai conosciuto. Si è imbattuto con lui sul lungomare di Salerno: «Cosa vuoi da me? Sono sposato; ho quattro figli. Non vorrai rovinare la mia famiglia!». «Non voglio niente, papà, mi basta una tua fotografia. A scuola gli altri ragazzi hanno tutti la fotografia del papà, io, no!». Tornato dalla fuga, mi corse incontro con la fotografia tanto desiderata... Non l’ho castigato!

 

Da: Vittorio Chiari, Un giorno di 5 minuti. Un educatore legge il quotidiano

don Vittorio Chiari

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