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Non sono all'altezza, mi basta una parola (Mt 8, 5-11) SERIE: D'amore si muore, ...

√â sempre bello poter ospitare a casa nostra qualche personaggio... Non è purtroppo sempre così... Talvolta si invita per raccomandarsi. Una cosa simile accadde a Gesù quando...


Non sono all’altezza, mi basta una parola (Mt 8, 5-11) SERIE: D'amore si muore, di speranza si vive

da L'autore

del 29 novembre 2005

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È sempre bello poter ospitare a casa nostra qualche persona, poter accoglierla nella intimità di un rapporto informale. I rapporti di società spesso sono di ruolo, un po’ distaccati, ma tutti hanno un cuore e non c’è come il clima di una famiglia in una casa che permette di godere dell’amicizia, della familiarità, della distensione, delle confidenze e del rapporto alla pari, senza distanza. Non è purtroppo sempre così perché talvolta si invita a casa qualcuno per tendergli un tranello, per renderlo meno libero di fronte alle decisioni, per raccomandarsi, per strumentalizzare o forse anche per umiliare e per creargli imbarazzo di fronte alla nostra ostinazione.

Qualcosa di simile stava sullo sfondo quando Gesù si sente fare un’accorata richiesta da un capitano dell’esercito di occupazione romana, un centurione. “Mi sta male un servo, gli voglio troppo bene per vederlo scomparire dalla vita e per vedermelo soffrire tanto. Tu lo puoi guarire”. E Gesù immediatamente lo mette alla prova. Verrò a casa tua e lo guarirò. Poteva essere un’ottima occasione per il capitano per farsi un nome, Gesù stava spopolando per tutti i successi che aveva con la gente, creava invidia nei potenti.

Averlo a casa era sicuramente meglio di una promozione. Il centurione però si guarda addosso e vede quanto è grande la differenza tra lui, uomo di forza e Gesù, uomo di pace, tra la sua vita di pagano e la nostalgia di Dio che ogni gesto di Gesù innescava. Sa stare al suo posto, ha ancora da fare tanta strada per entrare nell’amicizia con Gesù ed esce in quella bellissima preghiera. “Signore non sono degno che tu entri nella mia casa, ma dì solo una parola è il mio servo guarirà.

Da allora in ogni messa la si ripete sempre, forse distrattamente, forse solo formalmente, spesso senza verità dell’essere, perché poi andiamo a fare la comunione senza badare a quanto siamo sbagliati dentro solo per farci vedere e per strumentalizzare questa amicizia sincera di Gesù. Oso pensare che in quel contingente di soldati romani, ci fossero anche dei prenestini e mi piace pensare che il centurione sia uno dei nostri. Uno che ha capito di non usare Gesù per i suoi comodi, ma di desiderarlo come speranza vera della sua vita e dei suoi figli.

Ma questa speranza dove la trovo?

 

mons. Domenico Sigalini

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