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«Non parli di famiglia ma di genitori»

Di fatto, oggi sulle famiglie gravano troppi rischi e minacce, alimentate da una cultura che non le considera neppure «patto sociale» a tempo indeterminato! La convivenza è diventata un'alternativa alla famiglia tradizionale, una scelta di libertà «in assoluto». Già uno studio americano pubblicato oltre vent'anni fa, esaltava la libertà di cambiare partner ogni cinque anni, per evitare la noia dello stare insieme.


«Non parli di famiglia ma di genitori»

da L'autore

del 09 gennaio 2008

«Reverendo, parlare di famiglia è una scelta religiosa, di parte! Lei è in una scuola statale: parli pure di genitori, va bene per tutti, anche per i figli di divorziati e di separati, per quelli di altre religioni!», così mi sollecitava una dirigente scolastica, preoccupata che un prete, scelto da insegnanti e genitori, dovesse tenere corsi di educazione alla sessualità nella sua scuola.

Entrando in classe, i ragazzi e le ragazze, sono andati subito oltre la dirigente scolastica, chiedendomi di parlare della famiglia: come si costruisce o si ricostruisce un rapporto d’amore, quando i due non vanno d’accordo, cosa significa sposarsi in chiesa o in comune, come devono comportarsi in caso di separazione o divorzio... Le Ricerche sociologiche sulla condizione giovanile più recenti dicono che famiglia e amicizia sono da loro decisamente messe al primo posto.

A chi dare ragione allora: alla dirigente scolastica o ai giovani? L’esperienza di anni di lavoro educativo con i giovani in difficoltà, mi ha portato a dare ragione ai giovani. Ho parlato di amore e di famiglia anche quando suscitavo in alcuni di loro sofferenza, invitandoli a comprendere le difficoltà dei genitori, a non giudicare i loro fallimenti, a tentare, dove possibile di riconciliare gli animi divisi, mantenendo in ogni caso rapporti di rispetto per la loro storia.

Di fatto, oggi sulle famiglie gravano troppi rischi e minacce, alimentate da una cultura che non le considera neppure «patto sociale» a tempo indeterminato!

La convivenza è diventata un’alternativa alla famiglia tradizionale, una scelta di libertà «in assoluto». Già uno studio americano pubblicato oltre vent’anni fa, esaltava la libertà di cambiare partner ogni cinque anni, per evitare la noia dello stare insieme.

A onor del vero, lo stesso autore, V. Packard, oggi, ha affermato il contrario: se ci sono dei figli, per loro amore, è necessario che la coppia stabilisca legami stabili. Solo così si previene il disagio.

Nel nostro mondo occidentale, l’ambiente culturale si è schierato contro il modello religioso di famiglia, al punto di voler concedere gli identici diritti e vantaggi della vera famiglia a chi non vuole impegnarsi neppure nel matrimonio civile. Inoltre, l’opinione pubblica non riconosce nella famiglia, fondata sul matrimonio, la cellula fondamentale della società: essa è diventata un bene di consumo, del quale si può fare a meno.

Il legame di coppia è talmente precario e talmente lontano dal comandamento di Dio: «Non sono più due, ma una sola carne... L’uomo non separi ciò che Dio ha unito» (Marco 10, 7-8), da favorire l’atteggiamento dell’arrendersi facilmente di fronte alle difficoltà, senza lottare per uscire dalla crisi, accettando la scelta della separazione e del divorzio.

 Distruggere o banalizzare la famiglia è impoverire l’amore, la relazione di coppia e della stessa con i figli: dal punto di vista affettivo e psicologico, ogni membro della famiglia è segnato per sempre, senza parlare degli alti costi sociali che separazioni e divorzio comportano.

Sono stili di vita alimentati da mode, spettacoli, fiction, teleromanzi, che hanno messo in dubbio l’amore, che dura nel tempo e oltre il tempo, hanno squalificato e messo al margine la famiglia secondo il progetto di Dio, esaltando altri modelli di pseudo famiglie, che purtroppo corrono il rischio di inquinare i desideri legittimi dei figli ad avere un padre e una madre, che diano quella sicurezza e stabilità d’amore, che previene il disagio.

Per raggiungere questo fine occorre che i genitori diventino davvero padre e madre, con la voglia di educare alla vita e all’amore, nello spazio familiare, voluto non da una istituzione giuridica o sociale ma da Dio stesso.

La famiglia è patrimonio comune dell’umanità: la ragione naturale come la Rivelazione divina contengono questa verità. Secondo il Concilio Vaticano II è «la prima cellula della società». Così la dobbiamo difendere, salvare se vogliamo salvare i nostri figli e rendere meno arduo il cammino della loro crescita.

Da: Vittorio Chiari, Un giorno di 5 minuti. Un educatore legge il quotidiano

don Vittorio Chiari

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