Una rubrica di sport per scoprire come il gioco, la squadra, la fatica e perfino la sconfitta possano aiutarci a vivere il Vangelo, dentro e fuori dal campo.
Marcel Strauß
Mancano pochi minuti alla fine della partita. La squadra è sotto di un gol e il giocatore più forte recupera palla a metà campo. Salta un avversario, poi un altro. Un compagno è libero sulla destra e chiama il passaggio, ma lui continua da solo. Tira da lontano. Il portiere para. Dagli spalti qualcuno applaude la bella azione; il compagno rimasto libero abbassa lo sguardo.
Il desiderio di risolvere una partita è comprensibile. Quando sappiamo fare qualcosa bene, ci viene naturale prendere l’iniziativa. E a una squadra servono persone capaci di assumersi una responsabilità nei momenti difficili. La domanda è: riusciamo ancora a vedere chi gioca con noi?
Papa Francesco, parlando ai giovani del Centro Sportivo Italiano, ha usato un’immagine efficace: «Non mangiatevi il pallone, fate gioco di squadra». Chi tiene sempre la palla per sé perde occasioni che da solo non avrebbe potuto creare. Un passaggio fatto al momento giusto può cambiare un’azione; può anche dire a un compagno: «Mi fido di te».
San Paolo paragona la comunità cristiana a un corpo formato da molte membra. Nessuna può dire all’altra: «Non ho bisogno di te» (1 Cor 12,21). È una bella immagine anche per una squadra. Il portiere vede il campo in modo diverso dall’attaccante. Chi segna ha bisogno di chi recupera palla, di chi difende e di chi continua a correre anche quando nessuno lo applaude. Ognuno porta qualcosa che gli altri non possono sostituire.
Questo vale pure fuori dal campo. In un gruppo di animatori c’è chi sa parlare davanti a tutti e chi si accorge del ragazzo rimasto solo. C’è chi inventa un gioco e chi arriva prima per preparare il materiale. Se riconosciamo soltanto il contributo più visibile, rischiamo di perdere una parte preziosa della squadra.
Fare gioco di squadra, però, richiede allenamento. Bisogna conoscere i compagni: capire chi ha bisogno di essere incoraggiato, chi vorrebbe provare un ruolo nuovo, chi non osa chiedere la palla. Bisogna anche imparare a ricevere un passaggio e a fidarsi di sé. A volte il gesto più generoso di un giocatore esperto è mettere un altro nelle condizioni di tentare, sapendo che potrebbe sbagliare.
Dopo quella parata, la partita continua. Alla prima occasione il giocatore guarda di nuovo verso destra. Il compagno è ancora lì. Questa volta la palla gli arriva. Forse segnerà, forse no: il risultato non è garantito da un passaggio. Ma ora possono cercarlo insieme.
Il Vangelo ci invita a riconoscere i doni ricevuti e a metterli in circolo. Per questo, prima di entrare in campo, possiamo farci una domanda: chi potrebbe giocare meglio se oggi gli dessi fiducia? E chi educa una squadra può chiedersi se ogni ragazzo trovi occasioni concrete per dare il proprio contributo. Una squadra cresce quando ciascuno può dire: «Qui c’è bisogno anche di me».
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Per approfondire: «Dare il meglio di sé», Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita, 2018, sul valore della squadra e dei talenti di ciascuno; «La vita in abbondanza», Leone XIV, 2026, sullo sport come esperienza di relazione.
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