Non esiste l’adolescente tipo

Capire le adolescenze

Joao Viegas Joao Viegas

Una ragazza a scuola interviene poco, ma durante gli allenamenti è la prima a incoraggiare le compagne. Un ragazzo parla con disinvoltura nel gruppo dell’oratorio e poi, a casa, fatica a spiegare che cosa lo preoccupa. Altri trascorrono il pomeriggio al centro commerciale: chiacchierano, aspettano qualcuno, cercano un posto in cui stare insieme. Potremmo incontrare la stessa persona in tutti questi luoghi e raccontarla ogni volta in modo diverso.

Quando diciamo «gli adolescenti», rischiamo di dimenticare proprio questo. L’adolescenza è una stagione della vita, ma non è un’esperienza uguale per tutti. Cambiano le storie familiari, le amicizie, le opportunità, il rapporto con il corpo e con il futuro. Cambia anche ciò che un ragazzo riesce a mostrare di sé a seconda del luogo e delle persone che ha accanto.

È da qui che prende avvio questa rubrica, ispirata al numero di Pedagogia oggi dedicato alle «adolescenze». Nell’editoriale, Andrea Bobbio, Francesca Borruso, Fabio Dovigo e Antonio Marzano invitano a mettere in discussione lo stereotipo che descrive questa età soprattutto attraverso la fragilità. Le difficoltà esistono e chiedono attenzione. Ma i ragazzi sono anche capaci di interpretare ciò che vivono, prendere iniziativa e contribuire a costruire il mondo che condividiamo con loro.

Un’età piena di possibilità

La pedagogista Maria Francesca D’Amante descrive l’adolescenza come un’età del possibile. Crescendo, una persona comincia a intravedere più chiaramente ciò che potrebbe diventare. È una scoperta entusiasmante, ma può anche disorientare: scegliere una strada significa lasciare aperte alcune possibilità e rinunciare ad altre.

Questo aiuta a leggere certi comportamenti senza fermarsi alla prima impressione. Un ragazzo che cambia idea sullo sport, sulle amicizie o sul percorso di studi non è necessariamente incostante. Può essere alle prese con un lavoro serio: capire che cosa gli interessa, dove si sente capace, quali aspettative degli altri desidera fare proprie e quali no. D’Amante ci ricorda però che ciascuno attraversa questo passaggio in modo singolare. La parola adolescenza indica una fase della vita; non racconta, da sola, la persona che abbiamo davanti.

Pensiamo a un’educatrice che incontra una ragazza silenziosa durante un’attività. Potrebbe concludere che non le interessa partecipare. Potrebbe anche cercare un’occasione tranquilla per parlarle e scoprire che ha idee da proporre, ma non vuole esporle davanti a tutti. La differenza tra queste due risposte sta in una domanda semplice: sto interpretando un comportamento o sto conoscendo una persona?

Quello che non si vede subito

Claudia Alborghetti, studiando alcune protagoniste della letteratura per ragazzi, mostra quanto della ricerca di sé possa rimanere nascosto agli adulti. Le ragazze dei romanzi che analizza affidano pensieri e domande a un diario, alla fantasia, ai viaggi o ai rapporti con gli altri. Il loro silenzio non significa che dentro non stia accadendo nulla.

Anche nella vita quotidiana gli adulti vedono soltanto una parte di ciò che un adolescente vive. Un genitore conosce gesti e fatiche che a scuola non emergono. Un allenatore nota una capacità di tenere unita la squadra che forse resta invisibile tra i banchi. Un insegnante coglie una curiosità che il gruppo degli amici non conosce. Nessuno, da solo, possiede il ritratto completo.

Per questo educare richiede relazione e confronto. Significa ascoltare ciò che i ragazzi dicono di sé, osservare come stanno nei diversi ambienti e parlare, quando è possibile e opportuno, con gli altri adulti che li accompagnano. Soprattutto, significa essere disposti a correggere la prima idea che ci siamo fatti di loro.

Questa rubrica proverà a guardare le adolescenze da più punti di vista: il corpo e le amicizie, la scuola e lo sport, gli ambienti digitali e gli spazi della città, il benessere, la vergogna, le scelte per il futuro. La ricerca pedagogica ci offrirà parole e domande più precise. Poi toccherà a noi usarle bene, senza trasformarle in etichette.

La prossima volta che incontriamo un ragazzo che ci sembra «sempre il solito», potremmo fermarci un momento. Chiederci che cosa abbiamo visto davvero, che cosa ancora non sappiamo e quale spazio gli stiamo offrendo per mostrarci qualcosa di nuovo. È un piccolo gesto educativo. Spesso è da lì che comincia una conoscenza più vera.

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Per approfondire: Andrea Bobbio, Francesca Borruso, Fabio Dovigo e Antonio Marzano, «Editoriale», Pedagogia oggi, 24(1), 2026, pp. 6–14, DOI: 10.7346/PO-012026-01; Maria Francesca D’Amante, «Atmosfere del possibile. Adolescenza e adolescenze tra infinito e forma», ivi, pp. 32–39, DOI: 10.7346/PO-012026-04; Claudia Alborghetti, «Ritratti di adolescenza al femminile», ivi, pp. 15–22, DOI: 10.7346/PO-012026-02.

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