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Non credere, ossia la non-fede

L'uomo è libero di non credere. Cosa significa? Per spiegarcelo, la Bibbia utilizza un'immagine molto significativa che renderà bene l'idea. L'uomo che non crede è simile a uno che ‚Äògira le spalle' a Dio, che non lo vuole vedere e ascoltare, che se ne va per conto suo dietro alle proprie sicurezze. L'uomo che crede invece ‚Äòsta di fronte' a Dio in una posizione di ascolto e di accoglienza...


Non credere, ossia la non-fede

da Teologo Borèl

del 19 settembre 2008

L’uomo è libero di non credere. Cosa significa? Per spiegarcelo, la Bibbia utilizza un’immagine molto significativa che renderà bene l’idea. L’uomo che non crede è simile a uno che ‘gira le spalle’ a Dio, che non lo vuole vedere e ascoltare, che se ne va per conto suo dietro alle proprie sicurezze. L’uomo che crede invece ‘sta di fronte’ a Dio in una posizione di ascolto e di accoglienza. Sono atteggiamenti diametralmente opposti: il primo è di chiusura, il secondo è di risposta e d’apertura a Dio che si dà! Il profeta Geremia, lamentandosi del Popolo di Dio, lo dice: “Essi non prestarono orecchio. Anzi procedettero secondo l’ostinazione del loro cuore malvagio e invece di voltarmi la faccia mi hanno voltato le spalle” (Geremia 7, 24).

In un certo senso, chi si rifiuta di credere dice: “Dio, la tua proposta d’amore e di vita non m’interessa. Faccio a meno di te perché ho meglio di te. Sto bene così. Per favore, non disturbarmi con i richiami della coscienza!”.

Fin dal tempo d’Israele, Dio si lamenta della non-fede del suo Popolo: “Il mio popolo ha commesso due iniquità: essi hanno abbandonato me,sorgente di acqua viva,per scavarsi cisterne, cisterne screpolate che non tengono l'acqua” (Geremia 2, 13). Chi rifiuta la fede somiglia un po’ ad un fiume che abbandona la propria sorgente, al raggio che fa a meno del sole, alla creatura che si distacca dal Creatore... non rimane per lui altro che una grande solitudine!

Gesù stesso è molto chiaro al riguardo di chi nega di credere: “Alla fine Gesù apparve agli undici discepoli, mentre stavano a mensa e li rimproverò per la loro incredulità e durezza di cuore, perché non avevano creduto a quelli che lo avevano visto risuscitato. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato” (Marco 16. 14-16).

In ultima analisi, non-credere, significa rifiutare di affidarsi –di appoggiarsi - sulla Parola di Dio e dunque rendersi incapace di ascoltare - accogliere - il messaggio di Dio che salva. In un certo modo  ‘non-credere’ diventa il peccato per eccellenza: “Quando sarà venuto lo Spirito di verità, egli convincerà il mondo quanto al peccato, alla giustizia e al giudizio. Quanto al peccato, perché non credono in me...” (Giovanni 16, 8-9). Forse conviene interrogarsi se non si nasconde, nell’intimità del proprio cuore, un orgoglio tale da escludere qualsiasi richiamo divino, perché si pensa che si è bravi da soli, confidando nell’opera delle proprie mani!

 

Credere è anzitutto affidarsi alla Parola

 

L’uomo è anche libero di credere. E’ interessante interrogarsi su cosa significa credere?

Se si è capito bene il meccanismo della fiducia, sarà facile capire la dinamica della fede, perché essa segue la stessa direzione. Con la sua Rivelazione, il Dio invisibile ha parlato agli uomini come a degli amici per invitarli nella sua sublime comunione. A questa straordinaria iniziativa, l’uomo è invitato a rispondere con la fede. La fede è risposta a Dio che parla.

La dinamica della fede consiste: 1) nell’appoggiarsi sulla Parola di Dio; 2) per accoglierne il suo messaggio di bontà e di salvezza. In questo sta l’atto di fede, ossia il fatto di credere: affidarsi liberamente - cioè obbedire - alla Parola ascoltata.

E’ importante precisare che l’uomo crede, non perché la fede può essere sperimentata con i sensi, non perché può essere dimostrata con l’intelligenza, non perché è razionalmente giusto, ma semplicemente perché l’ha detto Dio. In questa Parola non esiste inganno possibile perché Dio ha in orrore ogni menzogna, lui che è la Verità stessa. In altre parole, credere non è un sentimento, o una dimissione dell’intelligenza, o una testardaggine, ma un’adesione ferma dell’intelligenza alla Parola di Dio, sotto la spinta della volontà.

 

padre Stefano Roze

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