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Nessuno taccia su Eluana.

Come possibile chiedere il silenzio dopo tanto rumore? Ora la morte della donna riguarda tutti. In questo caso il silenzio sarebbe una resa o un'imposizione, un abdicazione coatta al diritto e al dovere di essere cittadini, di vivere le proprie responsabilità e libertà...


Nessuno taccia su Eluana.

da Quaderni Cannibali

del 14 febbraio 2009

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Sarebbe rasserenante e perfino magico tacere sul destino di Eluana e aspettare che il protocollo di morte le venga applicato a Udine in silenzio. Ma non si può. Ha osservato Bruno Frte, vescovo e teologo progressista, che il caso Englaro, nonostante gli inviti al silenzio, suscita «immenso clamore». Sono infatti chiassosi perfino gli inviti al silenzio. Campeggiano cubitali sulle prime pagine dei giornali laici e laicisti. A predicarli rumorosamente c’è questo o quel conduttore TV, e praticamente tutti i rubricisti e opinionisti del mainstream di sinistra. Rompono il silenzio per invocare il silenzio. Risuonano nelle parole della Chiesa «invisibile e orante», una dimensione del cristianesimo particolarmente forte nella diocesi di Milano, dove al silenzio sulle questioni etiche si appella il cardinale Dionigi Tettamanzi, mentre nel disordine generale oramai consacrato della cattolicità i suoi colleghi Javier Barragan e Rino Fisichella gridano «giù le mani da Eluana Englaro», «questo è un omicidio».

Il silenzio sarebbe magnifico, accomunerebbe in un atteggiamento di severità la preghiera di chi ha fede e la meditazione dei non credenti. Il silenzio è sempre terapeutico, benefico, ha qualcosa di superiore al linguaggio, almeno quando riflette una scelta consapevole radicalmente diversa dall’indifferenza e dall’opportunismo. Ma in questo caso il silenzio sarebbe una resa o un’imposizione, un abdicazione coatta al diritto e al dovere di essere cittadini, di vivere le proprie responsabilità e libertà in un mondo comune alla famiglia Englaro, alle migliaia di famiglie in quella stessa situazione.

Il padre della ragazza ha consacrato la propria vita a trasformare in discorso pubblico la situazione privata in cui si trova sua figlia. Ha cercato e voluto che la faccenda fosse definita in termini di diritto. Ha deciso che l’esecuzione della sentenza avvenisse in una struttura pubblica o convenzionata o privata, ma comunque sotto li occhi del pubblico. Ha messo la propria persona giuridica davanti alla persona reale che egli è e che sua figlia è, con un gesto di generalizzazione nelle intenzioni generoso, pensando agli altri e al «diritto di morire dignitosamente di chi lo ha deciso», il che dal punto di vista dell’afflato volontaristico gli fa onore. Ha scritto libri, dato interviste, posato con le foto di sua figlia, è andato nel talk show di Fabio Fazio a dire le proprie ragioni, si è associato a consulenti che appartengono alla filiera ideologica eutanasia, e loro hanno spesso parlato di lui. Come si può legittimamente chiedere il silenzio?

L’etica nullista che sta prevalendo nel mondo occidentale spinge verso il richiamo illiberale del silenzio. È lo stesso appello che si sente rivolgere chi si oppone all’aborto e a ogni altra forma di maltrattamento della vita umana in ogni suo stadio. C’è sempre un muro di privacy da non valicare, l’obiezione alla libertà di autodeterminazione che dovrebbe tagliare la testa alla discussione, rintuzzare la libertà di parola. Eppure, la realtà è così semplice. Non è vero che ciascuno fa quel che vuole  poi il mondo resta quello di prima, e ognuno vivrà nel mondo che preferisce. Il mondo è uno solo, sulle questioni dirimenti dell’esistere bisogna entro certi limiti custodire la verità che si eredita o trovare una nuova verità e saperla argomentare con sofferenza, intelligenza, energia sapiente, altro che silenzio.

Il mondo in cui sono nato non prevedeva battagliano di volontari della morte pronti ad applicare protocolli di condanna decisi dai tribunali. Mi dispiace di morire, e per di più in silenzio, in un mondo che si distende tra l’alfa dell’aborto e l’omega dell’eutanasia. Non è il mio alfabeto.

 

Giuliano Ferrara

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