Mi sento voluto bene?

Racconti di come, tra amicizie, innamoramento, scelte e ferite, si impara a vivere gli affetti alla luce del Vangelo.

Anastasia Pivnenko Anastasia Pivnenko

Qualche sera fa sono tornato a casa stanco, con la sensazione di aver deluso tutti. Avevo risposto male a una persona, lasciato a metà un impegno e passato il resto della giornata a chiedermi se gli altri si fossero accorti di quanto fossi in difficoltà. Sul tavolo ho trovato un piatto tenuto da parte per me. Nessun discorso, nessuna domanda impegnativa. Qualcuno aveva pensato che sarei arrivato tardi e avrei avuto fame.

Mi sono accorto che spesso cerco prove grandi del fatto che qualcuno mi voglia bene. Vorrei parole chiare, messaggi spontanei, persone che capiscano al volo come sto. Se non arrivano, comincio a dubitare. Eppure quel piatto sul tavolo mi ha ricordato tanti gesti che vedo appena: un amico che mi aspetta, qualcuno che nota quando sono silenzioso, una persona che continua a cercarmi anche se ultimamente ho poco da raccontare.

C. S. Lewis, ne I quattro amori, scrive che l’affetto «è il tipo d’amore più umile; non si dà arie». Mi piace questa descrizione. L’affetto vive spesso nelle cose abituali, tanto che rischio di considerarlo scontato. A volte, però, faccio anche l’errore opposto: penso che, siccome qualcuno mi vuole bene, debba esserci sempre, capire tutto e rispondere a ogni mio bisogno. Sto imparando che ricevere affetto significa riconoscerlo e ringraziare, lasciando all’altro la libertà di essere una persona, con i suoi limiti e i suoi giorni difficili.

Ne ho parlato con una persona che mi accompagna. Mi ha chiesto: «Quando senti di non essere amato, riesci a ricordare chi c’è stato per te?». Non sempre ci riesco. Ci sono momenti in cui un’assenza pesa davvero e non voglio far finta che basti pensare positivo. Ma quella domanda mi aiuta a guardare la mia storia con più attenzione.

Nella Prima lettera di Giovanni leggo: «Noi amiamo perché egli ci ha amati per primo» (1Gv 4,19). Per me non è una frase che risolve ogni solitudine. È una promessa a cui tornare: davanti a Dio non devo guadagnarmi il diritto di essere voluto bene. Da lì posso imparare, un poco alla volta, a riconoscere l’amore che ricevo e a offrirlo.

Stasera, prima di andare a dormire, penso che scriverò a chi ha tenuto da parte quel piatto. Un grazie semplice. Forse crescere negli affetti comincia anche così: accorgersi di un gesto e rispondere con il proprio.

---

Riferimenti: C. S. Lewis, «Affetto», in I quattro amori*, Jaca Book, Milano, 2001; 1Gv 4,19.*

Versione app: 3.71.0 (94ca3b81)