Una cinquantina di giovani universitari e lavoratori del MGS Triveneto hanno vissuto un weekend, dal 24 al 26 aprile, a Marano Lagunare
C’è un momento della vita in cui smetti di chiederti soltanto “cosa farò da grande?” e inizi a domandarti “che adulto voglio diventare?”. È una domanda meno rumorosa, ma molto più profonda. E forse è proprio da qui che è partito il terzo incontro MGS Uni-Lav, vissuto a Marano Lagunare dal 24 al 26 aprile 2026, dove universitari e giovani lavoratori provenienti da diverse realtà salesiane si sono ritrovati per condividere tempo, fede, domande e vita attorno a un titolo tanto semplice quanto intenso: “Con cuore di padre”.
Non un tema teorico, non una conferenza sulla “vita adulta” raccontata da lontano. Piuttosto un laboratorio umano e spirituale dentro le pieghe concrete dell’esistenza. Perché diventare adulti oggi non è automatico. Non basta avere una laurea, uno stipendio o un contratto. Non basta nemmeno andare a vivere da soli o prendere decisioni importanti. La vera sfida è capire se il nostro cuore sta imparando a generare vita.
In un tempo che spesso spinge a trattenere tutto — relazioni, sicurezze, possibilità — i giorni di Marano hanno provato a rimettere al centro una parola quasi dimenticata: generatività. Generare, custodire, prendersi cura, lasciar andare. Verbi che profumano di Vangelo, ma anche di quotidianità. Verbi che assomigliano a un genitore che accompagna un figlio, a un educatore che crede nei ragazzi, a un amico che resta presente nei momenti difficili, a un giovane che sceglie di non vivere soltanto per sé stesso.
Fin dal venerdì sera, vissuto presso la comunità della Viarte di Santa Maria la Longa, ci siamo lasciati provocare da domande essenziali: quando si diventa adulti? Cosa vuol dire davvero esserlo? È stato uno di quei momenti in cui ciascuno si è trovato davanti alla propria storia: il rapporto con il tempo, le paure sul futuro, il lavoro che cambia, il desiderio di costruire relazioni autentiche, la fatica di scegliere. Domande che appartengono alla generazione di oggi, sospesa tra infinite possibilità e una grande paura di sbagliare.
Eppure, dentro questa fragilità, il carisma salesiano continua a dire qualcosa di sorprendentemente attuale. Don Bosco non ha mai pensato l’educazione come un semplice “preparare al futuro”. Per lui crescere significava imparare ad amare la vita con responsabilità e fiducia. Diventare adulti non vuol dire perdere entusiasmo, ma imparare a trasformarlo in dono.
Il sabato, nel cuore del cammino formativo, il tema “Le mani di Dio” ha aiutato i giovani a guardare la propria vita come uno spazio in cui Dio continua ad agire. Le mani che custodiscono, che generano, che si prendono cura e che sanno persino lasciar andare: immagini semplici, ma potentissime. Perché tutti noi conosciamo la tentazione di controllare tutto. Lasciar andare, invece, è forse una delle forme più mature dell’amore. Ma soprattutto momento di grande emozione l'aver partecipato alla messa di ordinazione sacerdotale (presso il duomo di Palmanova) di don Antonino Mazara, che ci ha provocato nel chiederci cosa significa donarsi interamente a Dio a servizio dei giovani più poveri.
Rientrati a Marano Lagunare, dopo un momento formativo, la veglia della sera ha acceso uno dei momenti più belli dell’incontro attraverso la figura di Attilio Giordani. Un uomo normale, diremmo oggi. Un lavoratore, un padre di famiglia, un educatore salesiano. Eppure proprio per questo straordinario. In un mondo che spesso identifica la santità con qualcosa di irraggiungibile, Attilio racconta che si può vivere il Vangelo dentro la fabbrica, in oratorio, in famiglia, nei gesti semplici di ogni giorno. La sua testimonianza ha ricordato a tutti che la maturità cristiana non coincide con la perfezione, ma con la capacità di amare concretamente.
Non è difficile pensare a quanto questo tema tocchi anche la cultura contemporanea. Tante serie TV, tante canzoni, tanti racconti generazionali parlano di giovani adulti che faticano a trovare il proprio posto nel mondo. Ci si sente spesso “in ritardo”, come se la vita fosse una corsa da non perdere. Ma il Vangelo ha un altro ritmo. Non misura il valore di una persona dalla velocità con cui arriva, ma dalla qualità delle relazioni che costruisce.
La domenica, infine, il silenzio del deserto personale ha permesso ai partecipanti di fermarsi davanti a Dio con sincerità. In un tempo iperconnesso, scegliere di stare soli con sé stessi e con il Signore è quasi rivoluzionario. Tra l’Invocazione allo Spirito Santo, la preghiera di San Francesco e l’esame di coscienza, ciascuno ha potuto rileggere la propria vita alla luce di una domanda decisiva: sto diventando un adulto capace di generare vita attorno a me?
Forse il dono più bello di questi giorni a Marano Lagunare è stato proprio questo: ricordare che la vita adulta non è una gabbia che spegne i sogni, ma una vocazione a prendersi cura. E che, come ci insegna il cuore di Don Bosco e Madre Mazzarello, si cresce davvero soltanto quando qualcuno può stare meglio grazie alla nostra presenza.
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