MGS Beatificazione di don Elia Comini

Il 27 settembre circa 30 giovani del Movimento Giovanile Salesiano del Triveneto hanno partecipato alla beatificazione di don Elia Comini e degli altri martiri di Monte Sole.

Ci sono luoghi nei quali la storia non sembra così lontana. Cammini per una strada, entri in una chiesa, guardi un bosco e scopri che proprio lì, poco più di ottant’anni fa, qualcuno ha scelto di non scappare. Di rimanere. Di stare accanto agli altri anche quando farlo significava rischiare la propria vita.

È quello che hanno vissuto domenica 27 settembre una trentina di giovani provenienti da diverse realtà salesiane del Triveneto, arrivati a Bologna per partecipare alla beatificazione di don Elia Comini, sacerdote salesiano, insieme a don Ubaldo Marchioni, sacerdote diocesano, e padre Martino Capelli, religioso dehoniano.

La giornata è cominciata proprio là dove questa storia si è consumata: nei luoghi di Monte Sole, segnati dagli eccidi del 1944. Visitare quei luoghi e conoscere più da vicino la vicenda dei nuovi beati ha permesso di dare un volto e una concretezza a parole che rischiano altrimenti di rimanere grandi ideali: fede, coraggio, servizio, dono di sé.

Poi, nel pomeriggio, il pellegrinaggio è arrivato nel cuore di Bologna. Nella Basilica di San Petronio i giovani si sono uniti alle tante persone presenti per la celebrazione presieduta dal cardinale Marcello Semeraro, delegato di papa Leone XIV, con il rito di beatificazione. Tra i concelebranti anche il cardinale Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna, e don Fabio Attard, Rettor Maggiore dei Salesiani.

Per il Movimento Giovanile Salesiano, naturalmente, la figura di don Elia Comini ha avuto un significato particolare. Perché prima di essere martire, don Elia è stato un salesiano. E quindi un uomo che aveva scelto di spendere la propria vita tra i giovani.

Nato nel 1910 a Calvenzano di Vergato, aveva conosciuto da ragazzo l'ambiente salesiano e lì era maturata la sua vocazione. Ordinato sacerdote nel 1935, aveva lavorato come insegnante ed educatore a Chiari e Treviglio. Una vita che, fino a quel momento, poteva sembrare fatta delle cose ordinarie di tanti salesiani: scuola, ragazzi, comunità, studio, educazione.

Poi arrivò la guerra.

Nell'estate del 1944 don Elia tornò a Salvaro per stare vicino alla madre e aiutare l'anziano parroco. Il territorio era ormai travolto dalla violenza e dalla paura. Avrebbe potuto cercare un luogo più sicuro. Scelse invece di restare accanto alla gente, agli sfollati, alle famiglie, a chi aveva bisogno di una parola, di un aiuto, dei sacramenti.

Il 29 settembre, insieme a padre Martino Capelli, si mosse per raggiungere le vittime della violenza nazista nella zona di Creda. I due sacerdoti furono catturati e imprigionati. Anche lì don Elia continuò a fare il prete, assistendo e confortando i compagni di prigionia. Il 1° ottobre 1944 venne ucciso insieme a padre Martino e ad altri prigionieri a Pioppe di Salvaro. Aveva appena trentaquattro anni.

Forse è proprio qui che la sua storia diventa una domanda anche per noi.

Non tutti saremo chiamati a vivere una scelta drammatica come la sua. Ma ogni giorno siamo chiamati a decidere se scappare oppure restare, se pensare soltanto a noi stessi oppure accorgerci di chi abbiamo accanto, se custodire gelosamente la nostra vita oppure imparare poco alla volta a donarla.

Don Bosco sognava proprio giovani così: giovani che non  sono spettatori della storia, ma protagonisti; non ripiegati su se stessi, ma capaci di diventare «buoni cristiani e onesti cittadini». La santità salesiana, in fondo, passa spesso attraverso cose molto concrete: un ragazzo di cui prendersi cura, un amico da ascoltare, un servizio da portare avanti anche quando costa, una responsabilità dalla quale non tirarsi indietro.

Per i trenta giovani del Triveneto tornare a casa dopo questa giornata significa allora portarsi dietro qualcosa di più di un ricordo. La beatificazione di don Elia consegna una domanda: per chi sto spendendo la mia vita?

È una domanda vocazionale, nel senso più bello della parola. Perché la vocazione non comincia anzitutto chiedendosi che cosa faremo domani, ma scoprendo per chi vale la pena vivere oggi.

Da Monte Sole e da Bologna, dalla memoria di tre sacerdoti che hanno scelto di rimanere accanto alla loro gente fino alla fine, arriva così un messaggio sorprendentemente attuale: la pace si costruisce prendendosi cura degli altri, il Vangelo diventa credibile quando si trasforma in vita e la santità non è una storia riservata a pochi.

Comincia quando, davanti a qualcuno che ha bisogno di noi, scegliamo di restare.

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