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Maggiorenni a 12 anni?

«Mica potevo denunciare mio padre... Qualunque cavolata che fa, è sempre mio padre!». Un bisogno di dipendenza, di sicurezza che solo l'adulto «significativo» può dare.


Maggiorenni a 12 anni?

da L'autore

del 03 gennaio 2008

Scusa i mancati giorni è il titolo di un libro che ho letto tornando da Roma: il diario di Daniele, un barabit, un ragazzo che era passato dall’istituto di Arese, morto a 23 anni per droga. I «mancati giorni» sono quelli in cui non ha scritto niente nel suo diario, ma possono essere anche i giorni mancati agli altri, a chi in qualche modo gli ha voluto bene, cercando di non farlo sentire solo, disperato. Allo stesso tempo, tra un sonno e l’altro, leggevo un’altra notizia, che contrastava con le pagine di Daniele e con il suo bisogno di dipendenza dal padre.

Era in prima pagina di un quotidiano nazionale: «Maggiorenni a dodici anni? Sì, ma in Svezia». Non un titolo ad effetto, ma un disegno di legge che una commissione di esperti aveva consegnato al ministro della giustizia svedese, Sten Wickbom.

Ho ripensato me stesso a dodici anni: un periodo brutto nella mia vita. Stavo sempre fuori di casa, perché in casa mi trovavo male. Mio padre beveva: non riusciva ad accettare la sua malattia e io non lo potevo sopportare. Avevo vergogna perfino a portare a casa i miei amici: stavo fuori più che potevo. «È adesso che bisogna volergli bene: prima non era così!», mi ha intelligentemente detto mia madre e da quel momento io ho cambiato atteggiamento.

Comunque le mie fughe non duravano più di qualche ora. La casa era sempre «lo spazio» in cui mi sentivo valore, persona, accolto, amato. Ho ripensato ai tanti barabitt che ho conosciuto, ad Antonio che un giorno mi fece girare tutto il paese alla ricerca del padre, che non vedeva da otto anni: «Proviamo ancora una volta... Voglio vedere il volto di mio padre. Me lo sono dimenticato»; ad Alfredo: «Cosa darei per avere una famiglia!», a Salvatore, a Pasquale, ai tanti ragazzi che, pur contro il padre o la madre, non facevano altro che desiderarli, volerli accanto.

Giuseppe, percosso a sangue dal padre, in tribunale dirà di essere caduto: «Mica potevo denunciare mio padre... Qualunque cavolata che fa, è sempre mio padre!». Un bisogno di dipendenza, di sicurezza che solo l’adulto «significativo» può dare.

A dodici anni, i ragazzi hanno ancora voglia di famiglia, come i genitori hanno voglia di stare con loro. Ma forse questa è una balla, perché molti sarebbero ben contenti che a dodici anni i loro ragazzi e le loro ragazze fossero considerati già adulti: non esisterebbero più problemi.

Spero che leggi simili muoiano sul nascere. Credo che anche i vari Daniele, che chiedono scusa per i giorni mancati, siano della mia idea!

 

Da: Vittorio Chiari, Un giorno di 5 minuti. Un educatore legge il quotidiano

don Vittorio Chiari

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