Spiritualità e quotidiano

L’umiltà una virtù dimenticata

Alla base dell’umiltà c’è la conoscenza di se stessi. Non c’è vera maturità umana che noi possiamo raggiungere se non abbiamo raggiunto la conoscenza di noi stessi


Non c’è vera vita cristiana se alla base non c’è l’umiltà. Solo l’umiltà può trovare la Verità e la Verità a sua volta è il fondamento dell’Amore. Talvolta però capita di scambiare l’umiltà con l’umiliazione. Essere umili non significa sottovalutarsi o vivere e atteggiarsi da persone frustrate, ma avere una sana e piena consapevolezza di se stessi.

L’umiltà può crescere nella nostra vita se creiamo le condizioni giuste. Dice San Paolo: “Non valutatevi più di quanto sia conveniente valutarsi, ma valutatevi in modo da avere di voi una giusta valutazione” (Rom 12, 3). Come direbbe S. Teresa di Gesù: “L’umiltà è verità.” Chi non è umile non conosce i propri talenti e i propri difetti, i propri punti luce e le proprie ombre, le proprie cose buone e i propri punti deboli.

Quindi alla base dell’umiltà c’è la conoscenza di se stessi. Non c’è vera maturità umana che noi possiamo raggiungere se non abbiamo raggiunto la conoscenza di noi stessi. Il punto di svolta accade nella nostra vita, quando sappiamo veramente chi siamo, quando scopriamo il progetto di Dio che soltanto noi possiamo portare a compimento, quando scopriamo la nostra unicità o vocazione particolare.

S. Teresa di Gesù Bambino, quando era già Suora Carmelitana, non smise di cercare con ardore quale fosse questa sua unicità, quella che la caratterizzava e la realizzava pienamente. Dopo tanta ricerca, finalmente la scoprì, nella lettura della Parola di Dio ed esclamò: “Nel cuore della Chiesa, mia madre, io sarò l’amore”.

I contrari dell’umiltà sono: la frustrazione, cioè il metterci al di sotto degli altri, sottovalutando i propri talenti e quindi non esercitandoli in nome di una falsa umiltà, e la superbia che, al contrario, ci fa mettere al di sopra degli altri. L’umiltà è invece un realismo completamente libero da quei ragionamenti mondani in cui si vale per il posto che si occupa. L’umile San Francesco d’Assisi affermava: “Un uomo tanto vale quanto vale davanti a Dio, non di più”. L’umile, proprio perché ha una giusta percezione di sé, non ricerca un posto per esistere, ma lascia che la sua esistenza possa essere resa tale dall’amore gratuito di un Dio che si accorge soprattutto di coloro che confidano completamente in Lui.

L’umiltà è smettere di confidare in se stessi.  Un credente, ma ancor prima un uomo, è uno che ha l’umiltà di capire che non ci si salva da soli, e non si riesce a salvare quasi niente della nostra vita se qualcuno non irrompe nella nostra solitudine e ci aiuta. Tutto il Vangelo è la buona notizia che in verità non siamo soli e che una libertà vissuta nella solitudine non è libertà ma inferno, perché la gioia, come il dolore, la bellezza, come le cose difficili sono davvero vivibili solo a patto che abbiamo qualcuno con cui condividere ciò che ci accade. Siamo strutturalmente dipendenti dall’altro, ma di una dipendenza che dovrebbe produrre libertà e gratitudine.

Una cosa molto importante nel cammino verso l’umiltà, oltre alla conoscenza di se stessi, è la consapevolezza della diversità che caratterizza ciascuna persona creata da Dio. Nella diversità non c’è chi è migliore e chi è peggiore. Se non prendiamo sul serio la nostra diversità non capiremo mai quanto è bella la nostra vita, perché saremo troppo impegnati a recitare il copione a cui ci siamo adeguati. La nostra esistenza invece è unica. La santità è prendere sul serio la nostra diversità ed elevarla a perfezione. Anche tra i Santi non ce n’è uno simile ad un altro, ma tutti in modo diverso contribuiscono a rendere bella la Chiesa.

La diversità è esercitata in modo sano e diventa una ricchezza quando non la opponiamo a qualcosa o a qualcuno, rivendicando per esempio di possedere tutta la verità o di volere che gli altri siano o la pensino come noi. In questo modo non si entra nel conflitto delle diversità, ma nella comunione fra di esse. La bellezza di un giardino sta nella diversità dei fiori che vi crescono. La bellezza di una sinfonia sta nella diversità degli strumenti che si suonano. E così la bellezza della Chiesa e dell’umanità sta nell’unicità e nella diversità delle persone che la compongono. Se ciascuno di noi rinuncia ad essere se stesso, impoverisce di certo il mondo. Nella Lettera ai Corinzi San Paolo spiega che “come in un solo corpo abbiamo molte membra e queste membra non hanno tutte la medesima funzione, così anche noi, pur essendo molti, siamo un solo corpo in Cristo e ciascuno per la sua parte siamo membra gli uni degli altri” (Rom 12, 4-5).

Dall’accoglienza della diversità altrui nasce la stima reciproca che fa crescere, crea armonia, edifica. Non è il giudizio che fa cresce ma la stima. Il giudizio ci inchioda sui nostri difetti e le nostre povertà, la stima invece crea una pretesa positiva che stimola a crescere. Realizzare tutto questo è possibile se coltiviamo una vita spirituale intensa. Allora avremo la capacità, certamente attinta nel Signore, di essere accoglienti e di far sì che chiunque incontriamo sul nostro cammino si possa sentire come un fratello o una sorella e non come uno sconosciuto o un ospite, mettendo il nostro prossimo nella condizione di sentirsi voluto bene e quindi di crescere con la sua originalità e con la sua unicità.

Per quanto mi riguarda credo che la mia personalissima vocazione sia questa: “Vorrei essere il sorriso e la carezza di Dio sulla terra”. E tu hai scoperto la tua unicità?


 

di Cristiana Scandura

Tratto da Vinonuovo.it

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