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Lettura “scientifica” e lettura credenteda «Leggere la Bibbia, si può?» quarta p...

Riprendiamo l'immagine di sfondo della lectio divina: la pagina singola della Bibbia è interrogata per trovarvi alimento immediato alla vita spirituale presente del lettore. La lectio realizza una rinnovata fusione della vita intera entro il contenitore offerto da quella precisa pagina, da quella precisa immagine...


Lettura “scientifica” e lettura credenteda «Leggere la Bibbia, si può?» quarta puntata

da Teologo Borèl

del 16 novembre 2008La lettura monastica

Riprendiamo l’immagine di sfondo della lectio divina: la pagina singola della Bibbia è interrogata per trovarvi alimento immediato alla vita spirituale presente del lettore. La lectio realizza una rinnovata fusione della vita intera entro il contenitore offerto da quella precisa pagina, da quella precisa immagine. Questa lettura certo appare feconda, ma difficilmente comunicabile, e anche poco obiettiva. La comunicazione è possibile soltanto se colui che ascolta deve identificarsi accetta di mettersi nelle mani di chi propone la meditazione.

La lettura proposta dal maestro di scuola (lector) sospende invece ogni precipitosa applicazione spirituale; confronta la singola sentenza biblica con le altre, persegue l’obiettivo di comporre i molti frammenti in un libro coerente.

Rispetto alla scolastica medioevale l’esegesi moderna, comunemente caratterizzata come storico-critica, cerca non la coerenza sincronica, ma l’unità diacronica. Cerca di ricostruire la genesi del testo e quindi la sua iscrizione nella storia. Nelle interpretazioni teologiche la storia è quella “sacra” (Heilsgeschichte); alla teologia scolastica si è accostata la teologia positiva; essa è stata coltivata soprattutto dai monaci benedettini; la Bibbia assume un rilievo centrale, è il documento principale di quella storia. Nella sue forma scientifiche e laiche, la lettura storica della Bibbia minaccia di dimenticare le ragioni originarie da cui muove la ricerca.

Dimenticare le motivazioni originarie dell’interesse per il testo equivale a condannarsi a non capire più il testo; a coltivare una scienza del testo che non serve. Già Origene raccomandava l’attenzione all’utilità del testo; da non intendere in senso utilitarista, ma in senso esistenziale. Tale ricerca dell’utilità è bene illustrata dalla Imitazione di Cristo.

Per illustrare questa descrizione generale, suggerisco un esempio concreto di lettura credente: la lettura allegorica che san Bernardo fa di un versetto del Cantico (Trattato sull’amore di Dio, cc. 31-32) e lo confronto con quel che dice un commentario recente di carattere scientifico.

I due generi di approccio appaiono radicalmente incomparabili. Il caso di un libro speciale, come è il Cantico, esaspera la distanza che separa in genere lettura edificante e lettura scientifica.

 

La lettura liturgica

Per istruire il necessario raccordo occorre notare anzitutto che la lettura credente della Bibbia non è soltanto la lectio. Molto prima di essa c’è la lectio liturgica, la forma più antica di lettura del testo biblico e quella in assoluto universale. La considerazione delle forme che assume la lettura della Bibbia nella liturgia mette in rilievo leggi importanti della lettura cristiana.

Il modello della sinagoga

La liturgia cristiana della parola trova il suo modello nella liturgia della sinagoga giudaica. Davvero una “liturgia”? Sì, anche se il “sacrificio”. Essa è liturgia altra rispetto a quella del tempio e dei sacerdoti. In tal senso, viene spontaneo l’accostamento della liturgia sinagogale alla predicazione dei profeti; una costante di quella predicazione è la polemica contro il culto del tempio e contro i sacrifici. I sacrifici cruenti sono sostituiti dal sacrificio di lode.

Mangerò forse la carne dei tori,

berrò forse il sangue dei capri?

Offri a Dio un sacrificio di lode

e sciogli all’Altissimo i tuoi voti;

invocami nel giorno della sventura:

ti salverò e tu mi darai gloria». (Sal 50, 13-15)

Il sacrificio di lode è la preghiera, dunque il frutto delle labbra? Così invita a pensare il Miserere:

Signore, apri le mie labbra

e la mia bocca proclami la tua lode;

poiché non gradisci il sacrificio

e, se offro olocausti, non li accetti.

Uno spirito contrito è sacrificio a Dio,

un cuore affranto e umiliato, Dio, tu non disprezzi.

(vv. 17-19)

 

Si può che il sacrificio spirituale è la preghiera; non intesa però come opera pia che si aggiunge alle altre opere profane; ma intesa come respiro di tutta la vita. Non a caso, la metafora delle labbra è usata anche al negativo: le labbra impure sono un’immagine per dire di una vita finta, solo recitata, dunque che mente. Penso alla scena della vocazione di Isaia (6, 5).

I profeti accusano i sacrifici ipocriti e in genere le forme in cui Israele interpreta l’obbedienza alla legge di Dio. Attraverso tale denuncia essi portano alla luce una verità della legge altra rispetto a quella comune presso i figli di Israele. Di questa opposizione non c’è traccia consistente nella pietà della sinagoga; essa privilegia la legge rispetto ai profeti. La liturgia della parola della sinagoga non può essere intesa in tal senso come erede della testimonianza dei profeti.

Lettura cristiana dell’Antico Testamento

La lettura dell’AT proposta nel Nuovo sposta decisamente l’accento dalla Legge ai profeti.

a) Lo spostamento è dichiarato in maniera esplicita in Paolo; egli propone uno spostamento indietro: prima di Mosè è Abramo, prima della legge è la promessa:

Abramo ebbe fede in Dio e gli fu accreditato come giustizia. Sappiate dunque che figli di Abramo sono quelli che vengono dalla fede. E la Scrittura, prevedendo che Dio avrebbe giustificato i pagani per la fede, preannunziò ad Abramo questo lieto annunzio: In te saranno benedette tutte le genti. Di conseguenza, quelli che hanno la fede vengono benedetti insieme ad Abramo che credette. Quelli invece che si richiamano alle opere della legge, stanno sotto la maledizione, poiché sta scritto: Maledetto chiunque non rimane fedele a tutte le cose scritte nel libro della legge per praticarle. E che nessuno possa giustificarsi davanti a Dio per la legge risulta dal fatto che il giusto vivrà in virtù della fede. Ora la legge non si basa sulla fede; al contrario dice che chi praticherà queste cose, vivrà per esse. Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della legge, diventando lui stesso maledizione per noi, come sta scritto: Maledetto chi pende dal legno, perché in Cristo Gesù la benedizione di Abramo passasse alle genti e noi ricevessimo la promessa dello Spirito mediante la fede. (Gal 3, 6-14)

b) In termini diversi il privilegio dei profeti rispetto alla legge è espresso dai vangeli stessi. I profeti sono spesso citati da Gesù, nella disputa con i maestri della legge. In particolare, sono messe sulla bocca di Gesù due espressioni profetiche sintetiche della polemica contro il culto ipocrita.

aa) Os 6,5-6, misericordia voglio e non sacrificio; la sentenza ricorre in un testo che riferisce l’accusa rivolta in tali termini a Israele a tutti i profeti. La sentenza è citata da Gesù in risposta alle critiche rivolte dai farisei a lui che mangia con i peccatori.

Gesù li udì e disse: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Andate dunque e imparate che cosa significhi: Misericordia io voglio e non sacrificio. Infatti non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori». (Mt 9, 12-13)

Nella risposta di Gesù è implicita una lettura dell’AT, e anzi tutto della legge mosaica.

bb) Un'altra sentenza profetica citata da Gesù è quella di Is 29,13s:

Dice il Signore: «Poiché questo popolo

si avvicina a me solo a parole

e mi onora con le labbra,

mentre il suo cuore è lontano da me

e il culto che mi rendono

è un imparaticcio di usi umani,

perciò, eccomi, continuerò

a operare meraviglie e prodigi con questo popolo;

perirà la sapienza dei suoi sapienti

e si eclisserà l'intelligenza dei suoi intelligenti».

Gesù riprende il passo nella risposta a scribi e farisei che rimproverano i discepoli per il fatto di mangiare senza lavare le mani; la citazione termina con un giudizio icastico: Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini (Mc 7,8). La disputa sulle mani lavate è in Marco occasione per il giudizio sintetico di Gesù sulla lettura che i farisei danno della Legge: essi sostituiscono il comandamento di Dio con una tradizione umana. La giurisprudenza rabbinica nasce da una convinzione sbagliata: la legge dovrebbe fornire una norma tassativa dei comportamenti.

La liturgia cristiana sceglie per la lettura della Scrittura lo schema fondamentale della distinzione tra AT e NT. Ma dell’AT – della Legge – propone la lettura dei profeti. Rimangono in posizione defilata i sapienziali.

 

La ricerca recente. AT: Legge/profeti/scritti

La ricerca erudita recente propone una tipologia più differenziata dei libri dell’Antico Testamento: legge, profeti e sapienziali. Già la tradizione giudaica distingueva legge, profeti e altri scritti (Tanak). I profeti dicono la parola di Dio giudicando la storia; questa è anche la prospettiva cristiana. La Parola di Dio non scende dal cielo in forma verbale, ma in forma umana. Gesù rivela Dio Padre mediante i suoi rapporti con gli uomini.

Nello schema giudaico rimane indeterminata la terza categoria, altri scritti. La ricerca moderna ha individuato il genere sapienziale, definito dall’adozione del punto di vista del singolo. In Israele come in tutte le tradizioni civili, il punto di vista iniziale è quello collettivo, quello della legge. Essa pare eterna; in realtà trova determinazione solo attraverso la vicenda concreta. I profeti appunto determinano la Legge per riferimento alla vicenda del popolo; i saggi per riferimento alla vicenda dei singoli.

Anche nella vicenda della sapienza distinguiamo due stadi: sapienza convenzionale e sapienza critica. I due stadi non debbono però essere contrapposti; la sapienza critica riprende a un livello superiore la verità della sapienza convenzionale.

L’unità dell’AT è indispensabile per intendere il NT, e anzi tutto Gesù. L’unità dell’AT trova la sua espressione nell’apocalittica, la letteratura che dice del compimento del tempo. Non a caso, la lingua apocalittica, a procedere da quella che dice del regno di Dio giunto fino a noi, è quella caratteristica di Gesù. Essa non deve essere contrapposta a quella profetica o a quella sapienziale.

 

Il NT: vangeli e lettere, kerygma e didachè

Le lettere sono estemporanee, suggerite dalle necessità concrete della vita cristiana; hanno i vangeli sullo sfondo; meglio, hanno sullo sfondo l’annuncio del messaggio pasquale. Non dicono il vangelo, ma lo esplicitano per riferimento alla visione della vita comune che scaturisce dalla fede in esso.

In analogia con ciò che accade per l’Antico Testamento, anche nel Nuovo c’è un terzo gruppo di scritti (gli altri scritti) che più difficilmente può essere ricondotto a un genere definito: gli Atti degli Apostoli,  la lettera agli Ebrei e l’Apocalisse.  

La conoscenza della storia di Israele, di Gesù e della Chiesa apostolica. di essa è criterio rilevante, insieme scientifico e credente, per la lettura del testo.

 

don Giuseppe Angelini

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