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Lettura credente: (a) la meditazione dei Vangelida «Leggere la Bibbia, si può?» ...

La lettura cristiana, e dunque spirituale, della Scrittura, ulteriore rispetto a quella filologica, è quella cristologica. Non può essere distinta da quella storico-critica quasi fosse una lettura divina opposta alla lettura umana; è infatti anch'essa lettura della storia, che riconosce però la sua densità spirituale.


Lettura credente: (a) la meditazione dei Vangelida «Leggere la Bibbia, si può?» quinta puntata

da Teologo Borèl

del 13 novembre 2008Lettura scientifica e lettura credente

La lettura cristiana, e dunque spirituale, della Scrittura, ulteriore rispetto a quella filologica, è quella cristologica. Non può essere distinta da quella storico-critica quasi fosse una lettura divina opposta alla lettura umana; è infatti anch’essa lettura della storia, che riconosce però la sua densità spirituale. La denuncia di Benedetto XVI:

Mentre circa il primo livello l'attuale esegesi accademica lavora ad un altissimo livello e ci dona realmente aiuto, la stessa cosa non si può dire circa l'altro livello. Spesso questo secondo livello, il livello costituito dai tre elementi teologici indicati dalla Dei Verbum, appare quasi assente. E questo ha conseguenze piuttosto gravi.

I tre elementi teologici sono: (a) attenzione all’unità della Bibbia, (b) alla tradizione della Chiesa e (c) all’analogia della fede. Essi qui sono elencati accanto ai criteri imposti invece dall’attenzione all’autore umano. La qualifica della lettura spirituale quasi corrispondesse a un’altra dimensione della storia di Gesù pare meno felice. Gesù infatti è rivelazione di Dio esattamente attraverso la sua forma umana.

Per chiarire la consistenza del criterio cristologico, procediamo da una metafora preso e spesso usata dalla tradizione cristiana per definire le Scritture: la lettera di Dio. Una lettera è da noi accolta con gratitudine quando è attesa. Al principio dell’attesa è la distanza della persona cara. Lo sfondo per l’attesa, e per la lettura vivace, è disposto dalla memoria della persona lontana.

La figura delle Scritture quali memorie delle intenzioni espresse da Gesù fin da principio, ma allora non comprese, illumina la correlativa figura della lettura spirituale dei vangeli e di tutte le Scritture. Il rapporto tra la predicazione di Gesù e quella apostolica è efficacemente illustrato dai discorsi di annuncio degli Atti. Essi sono una ripresa interpretante della storia di Gesù. La ripresa corregge l’interpretazione data dalla gente di Gerusalemme e dagli stessi discepoli. Per dire la Parola di Dio essi debbono riprendere la storia di Gesù.  Quel che importa non è il racconto dei fatti (noti), ma l’interpretazione spirituale. La risurrezione è da intendere come l’interpretazione spirituale che Dio dà della vita di Gesù.

L’annuncio di Pietro

a) Rimando ai fatti accaduti – Esso è necessario,  perché la verità del vangelo ha come suo significante la storia di Gesù. Il vangelo non è dottrina, ma notizia dell’accadere di Dio nella storia umana.

Uomini d’Israele, ascoltate queste parole: Gesù di Nazaret - uomo accredi­tato da Dio presso di voi per mezzo di miracoli, prodigi e segni, che Dio stesso operò fra di voi per opera sua, come voi ben sapete -, dopo che, se­condo il prestabilito disegno e la prescienza di Dio, fu consegnato a voi, voi l’avete inchiodato sulla croce per mano di empi e l’avete ucciso. Ma Dio lo ha risuscitato, sciogliendolo dalle angosce della morte, perché non era possibile che questa lo tenesse in suo potere. (At 2, 22-24)

Gli uditori ben sanno? A proposito di ciò che ben sanno, hanno giudicato male.

b) Rimando imposto dalla testimonianza della Chiesa – La revisione del giudizio precedente è imposta da ciò che accade nel giorno di Pentecoste; il prodigio delle lingue impone la riconsiderazione del destino di Gesù.

Uomini di Giudea, e voi tutti che vi trovate a Gerusalemme, vi sia ben noto questo e fate attenzione alle mie parole: Questi uomini non sono ubriachi come voi sospettate, essendo appena le nove del mattino. Accade invece quello che predisse il profeta Gioele… (2, 14-16)

Il primo referente della predicazione apostolica sono i fatti che sostanziano la Chiesa. La sua verità è altra da quella da tutti immagi­nata. Il referto degli occhi non garantisce affatto l’evidenza incontrovertibile; la conoscenza della verità non è quella raccomandata dal referto degli occhi. Quello che sta sotto gli occhi, non è affatto evidente.

Anche della vicenda di Gesù occorre dire che essa in certo senso sta sotto gli occhi di tutti. Perché nasca nel singolo un interrogativo, rilievo decisivo assume appunto la Chiesa. Accade di fatto che la lettura del vangelo si realizzi oggi spesso, specie nelle accademie, ignorando il cristianesimo. Tale lettura proietta sul vangelo ipotesi cervellotiche (vedi la lettura di Crossan, Gesù. Una biografia rivoluzionaria 1993: Gesù quale rivoluzionario femminista, con la volontà di sovvertire le strutture gerarchiche del tempo.

Perché la Chiesa manca di istituire il rimando a Gesù Cristo? Diverse risposte: (a) il processo di secolarizzazione in genere; (b) la qualità della ricerca specialistica.

c) La rilettura dei fatti alla luce delle Scritture – La revisione del giudizio su Gesù espresso dal sinedrio, e anche di quello espresso dai discepoli delusi (Lc 24,21), imposta dai fatti di Pentecoste, è resa possibile da una rinnovata lettura dei profeti (vedi At 2, 24b-31). Essa re­alizza quella lettura spirituale degli scritti an­tichi, che porta a compimento la loro origina­ria ispirazione.

L’intenzione originaria di Gesù

Qualche cosa di simile a ciò che accade per la storia di Israele accade anche per la storia di Gesù. La predicazione apostolica dice di lui l’intenzione originaria, che prima sfuggiva in tutti i modi. Un effettivo rapporto con Gesù, riconosciuto come fino ad oggi presente, è possibile soltanto a condizione che riconosciamo come fin dall’inizio egli ci cercasse. Per realizzare tale lettura occorre altro che una lettura filologica. La lettura credente deve essere attraversata fin dall’inizio da una precisa domanda: in che modo Gesù cercava me? Attraverso il testo il lettore cristiano cerca quel che Gesù aveva in mente, che cosa cercava nei giorni della sua vita terrena. Egli non considerava la distanza di luogo e di tempo che lo separava da noi come motivo di distanza insuperabile. Soprattutto, non considerò insuperabile la frattura della morte violenta, voluta in favore di molti (Mc 14, 24).

La prospettiva di fondo che deve essere realizzata dalla lettura personale dei vangeli (lectio) è il rapporto personale con il Signore Gesù. La lectio costituisce uno dei mezzi privilegiati per vivere la presenza di Gesù alla nostra vita.

Usando una formula sintetica, un po’ provocatoria, potremmo dire: a Gesù è restituita la consistenza di una presenza reale nella nostra vita mediante la lettura del vangelo che riconosce nel testo la testimonianza di una sua originaria intenzione rivolta a noi.

La presenza reale nell’Eucaristia, per quel che dipende da Gesù, è infallibile. Non è sicuro che noi sappiamo corrispondere alla sua presenza. Se alla sua reale presenza noi non sappiamo corrispondere, d’altra parte, la sua presenza appare un po’ meno reale. Quando di presenza si parla per riferimento al rapporto personale con Gesù, essa non può essere pensata come realtà fisica; per essere reale, chiede reciprocità. Per comprendere e vivere la presenza reale di Gesù nell’Eucaristia, è indispensabile riconoscere come quella presenza impegni i nostri modi di sentire, di desiderare e temere, di invocare e promettere, di fare e pensare. Se la dottrina eucaristica non assume la qualità di discorso sulla nostra fede e sulla nostra vita, la stessa presenza reale di Gesù nel pane e nel vino assume figura superstiziosa e magica.

La pagina di Emmaus

Assai suggestivo è il racconto della cena di Emmaus: nel momento in cui Gesù benedice il pane, lo spezza e lo porge ad essi, si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma insieme proprio in quel momento lui sparì dalla loro vista. Svanì forse la sua presenza? No di certo; al contrario, proprio allora essa divenne perfetta. Soltanto allora infatti essi compresero anche quello che a loro era già accaduto prima, e si dissero l’un l’altro: ‘Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?’ Conobbero che reale la sua presenza era già prima, quando invece ancora lo pensavano ormai morto e distante. Soltanto in quel momento conobbero che attraverso la rinnovata suggestione delle Scritture spiegate dallo sconosciuto, era in realtà proprio la sua presenza a sollecitarli.

Ritorno al confronto tra le due letture

La letteratura erudita e critica si occupa per un lato dei testi e per altro lato di fatti; degli uni e degli altri secondo criteri obiettivi, che sospendono il coinvolgimento del soggetto. La questione della fede o della non fede è lasciata tra parentesi, è rimandata a una scelta che (si pensa) può essere fatta solo dalla persona singola in solitaria libertà.

Questa letteratura inevitabilmente manca di intendere quel che i vangeli vogliono dire; rimuove l’attenzione a questa circostanza, che essi vogliono dire, sono in radice attraversati da una precisa intenzione a riguardo di Gesù. Essi danno forma alla testimonianza della fede in suo favore. Soltanto a motivo di questa loro intenzione hanno interessato generazioni e sono giunti fino a noi. Prescindere da questa loro qualità vuol dire condannarsi a non comprenderne il senso. Sembra quasi incredibile che si possa scrivere tanto a proposito dei vangeli senza dire nulla a proposito di Gesù. Gesù eleva la pretesa che la sua presenza non sia confinata entro i limiti del tempo; questa pretesa appunto produce l’effetto che la sua memoria giunga fino a noi. Per riferimento a questa pretesa occorre prendere posizione.

 

don Giuseppe Angelini

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