Durante un allenamento, un ragazzo sbaglia un passaggio facile. Un compagno ride, qualcun altro gli dice di svegliarsi. L’allenatore riprende il gioco e, alla fine, gli propone di tentare ancora. Ma per il resto della partita il ragazzo cerca soltanto di liberarsi della palla il prima possibile.
Ha sbagliato un passaggio. Il problema, adesso, è che teme di sbagliare davanti agli altri.
Può accadere in palestra, durante un’interrogazione, in una prova musicale o quando si propone un’idea al gruppo. Per imparare bisogna esporsi. E per un adolescente esporsi può voler dire mettere in gioco, insieme a una capacità, l’immagine che sta costruendo di sé.
Federico Zannoni, in un articolo dedicato alla vergogna, osserva quanto pesino sugli adolescenti il confronto con gli altri e i modelli di riuscita a cui sentono di dover corrispondere. La vergogna può portare a tacere, evitare una situazione o smettere di provare. Non sempre si presenta con un evidente «mi vergogno». A volte prende la forma di un «non mi interessa», detto proprio da chi teme molto il giudizio.
C’è una differenza tra sentirsi dire «questo tentativo non è riuscito» e arrivare a pensare «io non sono capace». La prima frase riguarda qualcosa su cui si può lavorare. La seconda rischia di diventare un’etichetta difficile da togliere. Per questo Zannoni invita gli adulti a osservare anche le piccole umiliazioni che possono insinuarsi nella vita di un gruppo o di una classe, comprese quelle che noi stessi provochiamo senza volerlo.
Non significa evitare ogni valutazione. Un insegnante deve aiutare a riconoscere un errore; un allenatore deve correggere un gesto; un educatore deve poter dire che una responsabilità non è stata svolta bene. Conta come lo fanno e quale possibilità resta aperta dopo la correzione. Il ragazzo può riprovare? Sa che cosa modificare? Sente che il suo valore, agli occhi degli altri, non si esaurisce in quella prova?
Veronica Berni propone di guardare al gioco come a una possibilità educativa. Nel gioco ci sono regole, impegno, ostacoli e talvolta anche una sconfitta. Ma c’è pure la libertà di esplorare: posso tentare una mossa, scoprire che non funziona, cambiare strada e rientrare nella partita.
L’autrice collega questa possibilità alle pressioni che attraversano la vita dei ragazzi: tempi accelerati, richiesta di prestazioni e pochi spazi in cui stare ancora «in prova», senza dover definire immediatamente chi si è. Il suo invito non è semplicemente a organizzare più giochi. È a costruire ambienti educativi che abbiano alcune qualità del gioco: confini chiari, fiducia, possibilità di iniziativa e spazio per l’errore.
A casa questo può voler dire affidare a un adolescente un compito vero, accettando che lo svolga in modo diverso da come lo faremmo noi. A scuola può significare prevedere momenti in cui discutere una prima idea prima che diventi un voto. Nello sport, dare indicazioni precise senza usare l’errore come occasione per esporre qualcuno al ridicolo. In oratorio o in un’associazione, lasciare che un giovane progetti un’attività, la realizzi e poi ne rilegga insieme agli altri anche ciò che non ha funzionato.
Sono scelte piccole, ma cambiano il messaggio che passa: «Ti affido qualcosa perché puoi crescere», invece di «Aspetto di vedere se sei già abbastanza bravo».
Tornando a quel passaggio sbagliato, l’allenatore non può cancellare la risata dei compagni. Può però intervenire sul clima della squadra, mostrare che un errore fa parte dell’allenamento e dare al ragazzo un’occasione concreta per rientrare nel gioco. Può anche chiedersi se, in quel gruppo, si sta diventando più bravi a giocare insieme o soltanto più abili a evitare le figuracce.
Berni ci invita a proteggere gli spazi di sperimentazione; Zannoni a riconoscere ciò che li chiude, soprattutto la vergogna. Letti insieme, i due contributi pongono una domanda a ogni adulto che accompagna i giovani: dopo un tentativo non riuscito, che cosa facciamo perché sia ancora possibile provarci?
È una domanda che vale in una squadra, in classe, attorno alla tavola di casa e ovunque un ragazzo stia imparando qualcosa di nuovo. Anche qualcosa di sé.
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Per approfondire: Veronica Berni, «Giocare l’adolescenza tra pressioni sociali e mondi possibili», Pedagogia oggi, 24(1), 2026, pp. 40–47, DOI: 10.7346/PO-012026-05; Federico Zannoni, «Mi vergogno, non competo, non sono: adolescenze dentro e fuori la scuola, tra fughe e inibizioni», ivi, pp. 106–112, DOI: 10.7346/PO-012026-14.
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