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La vita è donare il Vangelo - vocazione alla vita missionaria

Il Signore, prima della sua ascensione al cielo, ha garantito alla sua Chiesa una seconda forma di presenza, distinta eppure complementare, a quella fondamentale della presenza reale nel sacramento dell'Eucaristia: la sua presenza nell'azione missionaria nella Chiesa.


La vita è donare il Vangelo - vocazione alla vita missionaria

da Quaderni Cannibali

del 26 giugno 2009

Il Signore, prima della sua ascensione al cielo, ha garantito alla sua Chiesa una seconda forma di presenza, distinta eppure complementare, a quella fondamentale della presenza reale nel sacramento dell’Eucaristia: la sua presenza nell’azione missionaria nella Chiesa.

 

Gli undici discepoli, intanto, andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro fissato. Quando lo videro, gli si prostrarono innanzi; alcuni però dubitavano. E Gesù, avvicinatosi, disse loro: «Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra. Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo». (Mt 28,16-20)

 

Per illustrare la complementarietà di queste due forme di presenza di cristo nell’organismo vivo della sua Chiesa, l’analogia del Corpo Mistico è forse la più efficace. Come il nutrimento è in funzione del continuo accrescimento e rinnovamento di un organismo fisico ed insieme garantiscono che l’organismo in questione è vivo, giovane e sano, così nella Chiesa. Se la partecipazione al banchetto eucaristico non si trasformasse immediatamente in azione, in azione missionaria, di evangelizzazione e di salvezza attraverso la parola e la testimonianza della carità, ciò vorrebbe dire che l’Eucaristia non ha prodotto il suo frutto essenziale. Anzi, come un mangiare che non sia finalizzato al sostentamento della persona nella sua vita e nella sua attività si trasforma in un atto di egoismo, così e a maggior ragione, una vita spirituale e sacramentale che non si trasformasse in un dinamismo di evangelizzazione e di servizio.

 

In una parola, quell’andate in pace proclamato al termine di ogni celebrazione eucaristica è tutt’altro che un invito al quietismo! È un invito alla missione, analogo a quello che Gesù rivolse agli undici prima di ascendere al cielo. Una missione di vivere nell’impegno sereno, in quella “pace” che nasce dalla certezza che Cristo è continuamente accanto a noi e ci sostiene nel cammino, come l’alleanza con Lui, appena rinnovata nella celebrazione eucaristica, ci garantisce.

 

“Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore” (Gv 14,27).

 

La pace che il mondo dà è quella del disinteresse per gli altri e del rinchiudersi in se stessi. La pace di Cristo è quella dello Spirito vivificante donato dal Risorto che sospinge a seguire l’Agnello di Dio nella sua Missione di “togliere il peccato del mondo” caricandosi su di sé le conseguenze di sofferenza che esso inevitabilmente provoca. A questa missione è chiamato ogni cristiano, ciascuno secondo la sua specifica vocazione ed alla responsabilità, fino alla vocazione ed alla responsabilità del sacerdote a cui è partecipato il potere stesso di Cristo di “rimettere i peccati” dalla coscienza delle persone.

 

PACE A VOI!

 

La sera di quello stesso giorno, il primo dopo il sabato, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, si fermò in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il costato. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch'io mando voi». Dopo aver detto questo, alitò su di loro e disse: «Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi».(Gv 20,19-23)

 

La dimensione missionaria è una dimensione essenziale della Chiesa e di ogni vocazione al suo interno. Il mistero stesso dell’Incarnazione del Figlio di Dio è un Mistero di Missione. La missino infatti significa il “mandato”, la “missione”: Cristo è così il “missionario” del Padre, Colui che è mandato dal Padre a svolgere la sua missione di salvezza degli uomini. Ogni vocazione all’interno della Chiesa è dunque partecipazione al Mistero stesso della Missione del Figlio di Dio. “Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi”. Ecco, queste stesse parole di Cristo dobbiamo ascoltare nelle parole del sacerdote che al termine della celebrazione eucaristica ci invita: “Andate in pace”. Ricordiamo infatti che il corrispondente latino del saluto finale dell’eucaristia, “ite, missa est”, significava originariamente: “andate, le missioni sono state date”. Le “missioni” in questione erano le particole consacrate da portare a coloro che non avevano potuto partecipare alla celebrazione. Tutti i cristiani sono chiamati, in forza del loro Battesimo e della partecipazione all’Eucaristia, a dare la loro testimonianza e la loro opera attiva di evangelizzazione, a portare Cristo nel proprio ambiente. Un compito tanto più grave ed urgente oggi, dove anche nei paesi di antica tradizione cristiana l’indifferenza religiosa, la caduta dei valori, la ricerca del tornaconto immediato, la schiavitù da ritmi ed organizzazioni di vita, che sono un continuo attentato alla profondità dei rapporti interpersonali e alla profondità della propria interiorità, rischiano di trasformare in maniera irreversibile la vita di intere società e degli uomini che le compongono in un deserto senza Dio e senza umanità.

 

“Il deserto cresce, ma guai a chi favorisce i deserti”, diceva alla fine del secolo scorso Nietzsche, profeta oggi fin troppo ascoltato. Se dunque le nostre società occidentali, tanto sviluppate, abbisognano di quella che Giovanni Paolo II, fin dall’inizio del suo pontificato ha definito con felice espressione la “Nuova Evangelizzazione”, questo non deve far dimenticare, come egli stesso ricordava nella sua Enciclica Redemptoris Missino, l’obbligo primario che la Chiesa ha verso quelle società e quelli uomini che ancora devono ricevere una prima Evangelizzazione.  D’altra parte, commetteremmo un grave errore se, sviati da una certa iconografia e pubblicistica considerassimo la differenza fra l’azione evangelizzatrice all’interno delle nostre società e l’azione propriamente missionaria di prima evangelizzazione semplicemente su basi “sociologiche”. Quasi che la differenza fra le due azioni evangelizzatrici della Chiesa oggi sia riducibile allo schematismo di un’artificiosa contrapposizione fra la società sviluppate ed opulente e società in via di sviluppo. Le prime, oggetto di un’evangelizzazione a sfondo essenzialmente moralistico e catartico dagli effetti distruttivi dell’edonismo, le seconde, oggetto di un’evangelizzazione a sfondo di promozione culturale, economica e sociale.

 

Basta aver girato un poco il mondo per rendersi conto come la necessità di una prima evangelizzazione attraversa le barriere delle contrapposizioni economiche e sociali. Vivere il dramma del deserto dell’organizzazione moderna della vita in società e tradizioni culturali, anche sviluppatissime economicamente, ma che non sono mai state fondate dai valori evangelici, ed i cui antichi valori religiosi ed umanistici sono stati spazzati via con una irruenza ed una radicalità che fortunatamente il cristianesimo nelle nostre società non ha ancora conosciuto (e speriamo non conoscerà mai) provoca dei drammi e dei traumi personali e sociali così profondi che gridano il particolarissimo bisogno di Cristo di quegli uomini.

 

 

 

Annunciatori e testimoni

 

È a questo grido di aiuto, che riecheggia quello a cui a suo tempo rispose Paolo, l’apostolo dei gentili, che rispondono coloro che sono mossi dallo Spirito a seguire una vocazione missionaria nella Chiesa. Una vocazione che risulta essere così una realizzazione particolare e privilegiata di quella comune vocazione a tutta la Chiesa e a tutti i cristiani di ogni epoca di essere annunciatori del Vangelo in ogni luogo della terra.

 

“Come infatti il Figlio è stato mandato dal Padre, così ha mandato egli stesso gli apostoli (cfr. Gv 20,21) dicendo: «Andate dunque e ammaestrate tutte le genti, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto quanto vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine del mondo » (Mt 28,18-20). E questo solenne comando di Cristo di annunziare la verità salvifica, la Chiesa l'ha ricevuto dagli apostoli per proseguirne l'adempimento sino all'ultimo confine della terra (cfr. At 1,8). Essa fa quindi sue le parole dell'apostolo: « Guai... a me se non predicassi! » (l Cor 9,16) e continua a mandare araldi del Vangelo, fino a che le nuove Chiese siano pienamente costituite e continuino a loro volta l'opera di evangelizzazione”. (LG 17)

 

Pur se unica è la vocazione all’evangelizzazione, è dunque diversa al suo interno la vocazione missionaria. Essa consiste nell’avvertire nel cuore l’urgenza profonda di dedicare completamente la vita al compito di seminare il germe della Parola evangelica in persone e culture che vivono in situazioni e luoghi in cui questo seme non è stato mai seminato o non è mai attecchito. Affinché da questa “impiantazione evangelica” si sviluppi una vita autonoma di Chiesa.

 

Dice ancora il Concilio nel decreto sull’attività missionaria: “In questa attività missionaria della Chiesa si verificano a volte condizioni diverse e mescolate le une alle altre: prima c'è l'inizio o la fondazione, poi il nuovo sviluppo o periodo giovanile. Ma, anche terminate queste fasi, non cessa l'azione missionaria della Chiesa: tocca anzi alle Chiese particolari già organizzate continuarla, predicando il Vangelo a tutti quelli che sono ancora al di fuori. (…) Ed ancora, si danno a volte delle circostanze che, almeno temporaneamente, rendono impossibile l'annunzio diretto ed immediato del messaggio evangelico. In questo caso i missionari possono e debbono con pazienza e prudenza, e nello stesso tempo con grande fiducia, offrire almeno la testimonianza della carità e della bontà di Cristo, preparando così le vie del Signore e rendendolo in qualche modo presente” (Ad Gentes, 6).

 

L’azione caritativa nell’ambito dell’attività missionaria si qualifica dunque come testimonianza della gratuità dell’amore di Cristo, quella “gratuità” dell’amore che va sotto il nome di carità. E nella misura in cui è davvero gratuita, nella misura in cui è davvero “cristiforme”, essa diviene quella sorta di preparazione del terreno dei cuori ad una futura e più o meno prossima evangelizzazione. Una preparazione essenziale, ricordiamolo, perché il fatto che il seme della Parola evangelica attecchisca o meno, non dipende dalla “bontà” del seme, quella è sempre garantita: dipende invece da quanto il terreno sia stato lavorato dalla grazia “preveniente” dello Spirito: “Nessuno può venire a me se non l’attira il Padre”, diceva Cristo… (Gv 6,44).

 

 

 

Come sono belli i piedi…

 

E questa misteriosa azione che attira a Cristo il cuore degli uomini, disponendoli a ricevere con fede l’annunzio evangelico, si serve ordinariamente di mezzi umani. Si serve ordinariamente della carità che lo Spirito stesso suscita nel cuore delle persone già credenti che amando gratuitamente e con sacrificio personale, in questo modo rendono misteriosamente ma realmente presente al cuore degli uomini la potenza della croce di Cristo che poi sarà annunciato esplicitamente dall’evangelizzatore. Il linguaggio non parlato, ma testimoniato dalla vita dell’amore gratuito fino al sacrificio di sé, è infatti l’unico linguaggio che può essere compreso universalmente da ogni uomo, l’unico che non abbisogna di traduzione. L’unico che può garantire che davvero il Vangelo potrà essere annunziato “fino ai confini del mondo” e della storia.

 

“ ’Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me’. Questo diceva per indicare di quale morte doveva morire” (Gv 12,32).

 

L’opera essenziale di pre-evangelizzazione compiuta dalla carità è compito di tutta la Chiesa svolgerla. Così in essa rientrano quelle forme di volontariato missionario, anche temporaneo, che sempre di più coinvolgono anche i laici, soprattutto giovani, per periodi più o meno lunghi della loro esistenza. Lungi dall’essere un fatto puramente sociologico, anche se, ovviamente, ha anche una rilevanza sociale e quasi sempre non di poco conto, l’aiuto di carità nell’ambito dell’azione missionaria è un fatto teologale. Nasce dalla fede, vive della carità, produce come frutto il bene dell’altro e, nella misura della “buona volontà” e della libertà della coscienza dell’altro, può avere come effetto quello di suscitare fede e carità nel cuore del destinatario.

 

 Ma proprio perché l’azione missionaria, tanto la testimonianza della carità come l’annuncio esplicito di fede, ha come scopo, per usare l’efficacissima espressione di Paolo ai Galati, quella di “rappresentare al vivo Gesù crocifisso” (Gal 3,3), ovviamente questa rappresentazione sarà tanto più efficace quanto più nascerà dalla testimonianza di persone che hanno offerto tutta la loro vita, completamente come Paolo, alla causa dell’evangelizzazione.

 

Una vocazione di consacrazione missionaria, sacerdotale o religiosa nasce da questa esigenza evangelica di testimonianza integrale della carità:

 

“Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amato. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici” (Gv 15,12-13).

 

È chiamato alla consacrazione missionaria chi vede “i propri amici” per cui donare integralmente la vita nei poveri che mancano completamente della cosa più essenziale: la possibilità di credere in Cristo perché nessuno, finora, glielo ha annunziato.

 

“Dice infatti la Scrittura: Chiunque crede in lui non sarà deluso. Poiché non c'è distinzione fra Giudeo e Greco, dato che lui stesso è il Signore di tutti, ricco verso tutti quelli che l'invocano. Infatti: Chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato. Ora, come potranno invocarlo senza aver prima creduto in lui? E come potranno credere, senza averne sentito parlare? E come potranno sentirne parlare senza uno che lo annunzi? E come lo annunzieranno, senza essere prima inviati? Come sta scritto: Quanto son belli i piedi di coloro che recano un lieto annunzio di bene!” (Rm 10,11-15).

 

Tratto da: "Se vuoi"

 

Gianfranco Basti

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