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«La sua spiritualità? Tutta nel sorriso»

Il simbolo più evidente della grande spiritualità di don Oreste Benzi? «Il suo sorriso. Che era immagine della sua profonda umanità e di una serenità radicata nell'intimità con Dio. Quel sorriso che anche ora gli è rimasto sul volto». In questo tratto, allo stesso tempo semplice e incisivo, Paolo Ramonda, vicepresidente dell'Associazione Papa Giovanni XXIII, indica la cifra più autentica del profilo spirituale di don Oreste.


«La sua spiritualità? Tutta nel sorriso»

da Quaderni Cannibali

del 05 novembre 2007

 Quando vi siete incontrati la prima volta?

 

 Era il 1980, io avevo scelto di fare il servizio civile al posto di quello militare. Mi avevano parlato di don Oreste, quindi andai a Rimini per conoscerlo. Il nostro incontro avvenne in un salone della parrocchia della Risurrezione, dove fui accolto da un sacerdote impegnatissimo. Mi ascoltò in pochissimo tempo e quasi di fretta, eppure riuscì a trasmettermi una proposta precisa che era quella di Cristo: vieni e seguimi, dai la tua vita ai poveri.

 

 

 La radicalità per lui è sempre stata una costante?

 

 Sì, assieme a un’estrema dolcezza nell’avvicinare le persone, alle quali proponeva con cristallina determinazione la sequela di Cristo.

 

 

 Cosa avete condiviso in questi anni?

 

 Don Oreste per noi è stato una guida sicura, un maestro che ci riportava sempre all’unico maestro, che è Cristo, pur riuscendo a comunicarci il suo specifico carisma. Ci diceva sempre «Cristo è una persona viva, non è una filosofia o un’ideologia». In questa visione si inserisce la scelta della preghiera, che non può essere sentimento ma adesione consapevole. Una scelta anche scomoda, perché spesso un padre o una madre, magari con figli naturali e accolti, devono conquistarsi questo spazio della preghiera. «Se ami, cerchi l’amato e fai di tutto per incontrarlo», ci diceva, riferendosi a Cristo.

 

 

 Come vive la comunità questa dimensione nella sua vita?

 

 La vita della comunità è fortemente immersa nel mondo e nei problemi della gente. Come unica famiglia spirituale, ci sentiamo continuamente interpellati da questa umanità che soffre. Ma la nostra attività necessita di stare cuore a cuore con Cristo, come don Oreste ci chiedeva: per questo nelle nostre case c’è sempre lo spazio per la Parola o per l’Eucaristia, ad esempio in una cappellina. In questi anni ci siamo nutriti della Parola anche attraverso i commenti di don Oreste al Vangelo del giorno, intitolati «Pane quotidiano». A questa attenzione particolare aggiungiamo la piena partecipazione alla vita della Chiesa, delle parrocchie e delle diocesi in cui ci troviamo.

 

 

 Che rapporto aveva don Oreste con la liturgia?

 

 Era un innamorato dell’Eucaristia: tutti potevano vedere la cura e l’amore con cui celebrava. Eppure la sua era una liturgia «di popolo», chi andava alla sua Messa il sabato alla Grotta Rossa aveva davvero davanti agli occhi il popolo di Dio riunito: nessuno era escluso. In mezzo a questo popolo don Oreste riusciva a gustare la presenza di Cristo e a farla gustare ai presenti. Coltivava, poi, la Liturgia delle ore con estrema fedeltà: se gli impegni gli impedivano di pregare, capitava anche che usasse le poche ore di sonno per stare sul breviario. A tutto ciò si aggiungeva l’amore per la Parola di Dio, che puntualmente 'spezzava' per noi con una semplicità accessibile a tutti. E infine l’amore per Maria, che lui chiamava «Madre dei poveri», «Fiducia nostra»: a lei si rivolgeva affidandole tutte le situazioni più difficili e le persone più sofferenti, dicendole, in tono confidenziale, «vediamo come te la cavi, sono anche figli tuoi».

 

 

 E come viveva il rapporto con le gerarchie?

 

 Don Oreste è stato un rivoluzionario: diceva che non dobbiamo dare assistenza o consolazione ai poveri perché essi hanno bisogno di giustizia, di una rivoluzione pacifica e non violenta, ma capace di dare loro nuove possibilità. Una visione che portava anche nella Chiesa; però, di fronte ai vescovi, ci ha sempre insegnato l’obbedienza. Ci invitava al dialogo, a portare il nostro parere, ricordandoci che il dono della conferma del discernimento lo Spirito Santo nella Chiesa lo dà ai pastori.

 

 

 Di don Oreste stupisce la sua capacità di stare al passo con i tempi, in fedeltà al Vangelo. Come ha fatto?

 

 Diceva sempre: più sei radicato in Dio e nella tradizione viva custodita nei secoli dalla Chiesa, più hai la possibilità di essere 'contemporaneo' alla storia. Più stai in ginocchio, più sai stare in piedi. Per riassumere il suo modo di essere, si può dire che era un contemplativo di Dio nel mondo. Viveva un’unione mistica con Dio che non era legata a spazio e tempi particolari: la Parola di Cristo passava attraverso tutta la sua persona, ecco perché nessuna situazione gli era estranea. Ed ecco perché andare per le strade, dalle prostitute e nelle discoteche non era un problema, ma un modo di annunciare Cristo. Cristo era la sua passione, non aveva altro.

 

 

 Che cosa voleva dire per lui farsi povero con i poveri?

 

 In loro vedeva il Cristo sofferente e ci chiedeva di ascoltarli come si ascoltano dei maestri. Concepiva una società in cui ognuno ha un proprio ruolo disponendo del necessario. Per questo affermava il diritto alla vita, alla famiglia, alla casa, al lavoro, all’istruzione. Da questa convinzione veniva la sua scelta di stare in mezzo alla gente restando continuamente in ascolto di coloro che incontrava.

 

 CHI È IL VICEPRESIDENTE DELLA COMUNITÀ

 

 Paolo Ramonda, 47 anni, piemontese, è vicepresidente dell’Associazione Papa Giovanni XXIII dal 1998. Il suo cammino nel carisma nato da don Oreste Benzi è cominciato nel 1980, quando giovane obiettore di coscienza si trovava a Rimini per il servizio civile. Oggi, con la moglie Tiziana, sposata nel 1984, vive a Sant’Albano Stura (Cuneo), ha tre figli naturali e 9 accolti: la loro, infatti, è una delle tante case-famiglia dell’associazione. Laureato in Pedagogia a Torino, ha conseguito anche il titolo di magistero in Scienze religiose presso la Facoltà teologica di Torino ed è stato docente di pedagogia presso la Scuola educatori regionale.

Matteo Liut

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