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La solitudine e la comunione

Nessuno ha mai parlato come parla quest'uomo, nessuno sguardo ha incrociato il mio sguardo con un affetto così limpido, con una benevolenza così rassicurante, con una sincerità così disarmata, con una verità così luminosa e buona.


La solitudine e la comunione

da Teologo Borèl

del 22 novembre 2008

La sua voce, il suo sguardo.

Nessuno ha mai parlato come parla quest’uomo, nessuno sguardo ha incrociato il mio sguardo con un affetto così limpido, con una benevolenza così rassicurante, con una sincerità così disarmata, con una verità così luminosa e buona. Perciò posso dire: “Sei tu! Conosco la tua voce. Ti aspettavo. Ho bisogno di te. Senza di te non posso fare niente, sono come un ramo secco. Tu mi dai vita, vita in abbondanza”. Nessun racconto, nessuna poesia può sostituire l’incontro personale con Gesù: non ci si può scaldare con la fotografia di un fuoco. “Siamo fatti per te e non troviamo pace finché non dimoriamo in te”.

Egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome: mi conosce, mi vede così come sono, sa del mio desiderio di essere felice, sa delle mie tristezze e dei miei sogni, il suo sguardo penetra là dove nessuno può vedere, sa anche le cose che non ho detto a nessuno, che non riesco neppure a dire, visita anche gli angoli oscuri, anche i peccati di cui mi vergogno, anche le vigliaccherie e le meschinità che mi inducono a perdere la stima di me stesso. E da come mi guarda capisco che  continua ad aver stima di me, mi chiama per nome, mi dice: voglio essere tuo amico, vieni con me.

Il nostro venire alla luce è risposta all’invito a una amicizia, a una vocazione alla comunione.

 

L’amicizia, l’amore alla prova.

Siamo così assetati d’amore che un segno anche minimo di attenzione può trascinarci in una illusione. Si vivono così momenti di euforia e poi di frustrazione, si canta e si piange, si diventa inseparabili e poi ci si trova insopportabili. L’altro, l’altra, gli altri si rivelano prima o poi una delusione. Assomigliano ai ladri e briganti denunciati da Gesù: entrano nella vita, sembra che promettano molto, finisce che portano via il tempo, la gioia e lasciano solo ferite. L’accumularsi delle delusioni sembra una condanna alla solitudine e allo scetticismo. Soli, perché non c’è chi riesca a capire quello che vorremmo, quello che ci aspettiamo. Soli, perché non riusciamo a spiegare quello che abbiamo dentro e forse non c’è neppure chi sia interessato ad ascoltarci. Soli perché la precarietà dei rapporti rende sospettosi ed esitanti a concedere fiducia. Soli, anche perché esigenti, forse viziati, con la pretesa di essere serviti, entusiasti di un’avventura, ma incapaci di una fedeltà.

Sospetto e scetticismo consigliano di accumulare storie ed esperienze, invece che di impegnarsi in una dedizione, inducono a preferire di stare in compagnia, invece che di decidere una appartenenza, suggeriscono di frequentare gente per evadere dalla solitudine e dalla noia, piuttosto che per condividere un progetto, un ideale, un servizio.

 

La vita in abbondanza.

Si illude chi dagli altri si aspetta la felicità: il desiderio di amare e di essere amati trova pace sono in chi può offrire un amore sino alla fine, un amore che vince la morte. Solo in Dio riposa l’anima mia.

Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto (Gv 15,5).

Il “molto frutto” non sarà altro che “l’amare come Gesù”, perché questo è il suo comandamento.

La vita in abbondanza, la vita di Dio, lo Spirito di Dio, la vita di cui viviamo è la grazia che trasfigura gli affetti, le relazioni, amore e amicizia.

La vita di Dio in noi, il dimorare in Gesù, è la condizione per scrivere storie d’amore e d’amicizia che siano sottratti ai ladri e ai briganti. È anche la condizione per evitare di essere noi stessi ladri e briganti. Amore e amicizia, infatti, non sono nomi eleganti per strumentalizzare gli altri al nostro bisogno di uscire dalla solitudine, di avere qualcuno che si prende cura di noi.

La comunione con Ges√π rende possibile la comunione con gli altri.

L’amore può essere trasfigurato da incontrollabile sentimento ed emozione spontanea in una vocazione a dedicarsi alla gioia dell’altro, dell’altra, in un cantico che unisce gli affetti alla disciplina, l’attrattiva alla sapienza, la passione alla pazienza, l’esaltazione e l’euforia di una stagione alla fedeltà di una vita.

L’amicizia può essere trasfigurata dal bivaccare in compagnia in una condivisione di pensieri, di gusti, di opere di bene, di gioco e di preghiera, in un trovarsi bene che incoraggia l’impegno, arricchisce con la differenza, rende disponibili e contenti anche nel sacrificio.

La fraternità può essere trasfigurata da una vicinanza scontata e noiosa in una appartenenza che assume responsabilità per gli altri, qualifica l’istituzione di uno zelo e di una scioltezza che ne fanno una comunità. La Chiesa, insomma. A Sydney abbiamo avuto l’occasione di pregare e meditare sullo Spirito Santo che anima la Chiesa, la rende giovane, bella, coraggiosa e ne abbiamo avuto esperienza nell’incontro con giovani cristiani di ogni parte della terra. Qui, nelle nostre parrocchie, nelle nostre comunità, anche senza bandiere e senza clamore noi sentiamo la responsabilità e la fierezza di essere nella Chiesa perché sia giovane, bella, coraggiosa.

 

Siamo salvati dalla solitudine dalla rivelazione della comunione, la vita in abbondanza, la vita di Dio in noi, la grazia di amare come siamo stati amati.

 

 

mons. Mario Delpini

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