La solitudine di Greta, in guerra contro l’icona che ci siamo fatti di lei

 

di Caterina Giojelli, tratto da tempi.it

 

Il documentario sulla vita della giovane attivista climatica svela l’opposto di quello che vorrebbe perorare: né Cassandra né “nuovo Gesù”, Thunberg è un carro lanciato contro il mondo che la idolatra senza sapere chi è (e quanto ci soffre)

 

 

Tagliamo corto, quanto più il richiamo a sogni e futuro diventa prezzemolo sparso tra le onde nere dell’Atlantico, i fumi velenosi delle ciminiere, le foreste in fiamme tanto più l’effetto biopic di una climate warrior dovrebbe essere assicurato. Dovrebbe, perché alla fine di I am Greta, osannatissimo docu-film del regista svedese Nathan Grossman, l’unica cosa chiara è chi non sia Greta Thunberg o in cosa non assomigli affatto al movimento giovanile che si picca essere nato a sua immagine e somiglianza.

 

Greta non è una Cassandra verde: nel film non si parla di previsioni e soluzioni all’emergenza climatica anche perché, parole della stessa Thunberg al New York Times, «io non sono uno scienziato. Sono rimasta intenzionalmente fuori dal parlare di cose specifiche e di politica perché non spetta a noi bambini farlo. Sarebbe strano». Non è il Gesù riconosciuto da alcuni recensori su di giri: «Il Gesù che si prendeva cura della vita della terra; il Gesù che ha guarito e nutrito i molti; il Gesù che riveriva le Scritture che rivelano che Dio ama la sua creazione “molto buona”; e il Gesù che inveiva contro l’avidità e il potere che danneggiano la vita», no. E soprattutto non è nemmeno «una di noi», come cantano i chiassosi coetanei dei Fridays For Future che nel suo nome si sono riversati a milioni in piazza per denunciare l’ingiustizia climatica.

 

IL FILM CHE ABBIAMO GIÀ VISTO

Per oltre un anno il furbo Grossman ha puntato una implacabile telecamera sulla vita privata e pubblica della giovane attivista. Dai suoi primi timidi scioperi scolastici per il clima davanti al Parlamento di Stoccolma, dalla Svezia alla Germania, dalla Polonia all’Inghilterra, fino al suo celebre discorso alle Nazioni Unite a New York, nel settembre 2019, passando per i suoi colloqui con Emmanuel Macron, papa Francesco e Arnold Schwarzenegger e gli speech al Parlamento europeo di Strasburgo. In mezzo, centinaia di chilometri trascorsi a bordo di un’auto elettrica carica di fagioli, cuccette di treni in cui si può dormire anche senza lenzuola, manifestazioni, fino all’orribile traversata dell’Atlantico a bordo di una barca a vela. E questo è il film che avevamo già visto e sentito: «A cosa mi serve un’educazione se non c’è futuro?», «è troppo tardi», «non c’è più tempo», «il nostro futuro viene distrutto di minuto in minuto», «voglio gettarvi nel panico», «stiamo rimediando ai vostri sbagli e non ci fermeremo», «avete rubato i miei sogni e la mia infanzia con le vostre parole vuote», «come osate?».

 

UN’ANGOSCIOSA ATTESA DEL PROSSIMO SPEECH

Quello che non avevamo già visto e sentito è quanto accade e cosa pensa Greta quando non è sotto i riflettori di palazzi, piazze e parlamenti: quasi nulla. La vita privata di Greta, così come ci viene servita dal regista, è una preoccupata attesa del prossimo, angosciante, momento pubblico. Un monologo fuori campo ricavato dai diari della ragazzina accompagna lo spettatore tra le mansarde anguste di piccoli alberghi europei, sul sedile dell’auto elettrica, nella cuccetta del treno, la telecamera indugia sui primi piani di Greta che abbraccia solo cani e cavalli, siede sui gradini del parlamento svedese infreddolita, mani nelle maniche: Greta è minuscola e sola. «Sembra che solo noi con Asperger o autismo siamo gli unici a vedere attraverso l’immobilità», «a me non piace parlare con le persone o socializzare. A volte divento silenziosa e smetto di parlare per diverse ore». Racconta quel film visto alle elementari sugli orsi polari che morivano di fame e ricorda il monito degli scienziati udito per la prima volta tra i banchi mentre scorrevano le immagini di alluvioni e siccità, “non c’è più tempo”: «Da quel momento è iniziata mia depressione, è arrivata l’ansia, ho smesso di parlare, stavo male, ho rischiato di morire di fame». Peluche, goccine, scrivania di legno, carta igienica e mappamondo: questa è la stanza della quindicenne Greta sconvolta dal fatto che giornalisti e politici non conoscano «l’effetto Albedo e la curva di Keeling» (prime e uniche citazioni scientifiche del film, «quando mi interessa un argomento mi fisso come un laser»), stanza che la ragazzina abbandonerà in fretta per farsi immortalare, piccola in impermeabile colorato e treccine davanti a colossali e tetre industrie chimiche che sputano nuvole grigie e avvelenate verso le foreste.

 

IL PADRE FIGURANTE, LA MAMMA IN VIDEO

Greta non esprime mai verbalmente amore per il pianeta, una passione esuberante per la natura da custodire, solo preoccupazione, parla solo di ciò che è minaccia. Sorride poco, pochissimo. Tranne nei filmati girati dai genitori quando era piccola: «La mia era una famiglia ad alto consumo, mangiavamo carne, guidavamo una macchina a benzina, volavamo in giro per il mondo» (scorrono le immagini di Greta che coccola allegra i peluche presi a Disneyland Paris), «mamma e papà erano come tutti gli altri, non capivano la gravità della situazione» (i genitori le sorridono mentre decorano di luci un albero di Natale), «dicevano “andrà tutto bene, qualcosa si sta facendo”. Questo mi spaventava». L’unico “compagno” di Greta per tutto il film è papà Svante, definito in tutte le recensioni un “padre premuroso” ma che in realtà sembra vagare a caso come un figurante al seguito della figlia portando valige e senza sapere che pesci pigliare, se non ricordare a Greta di mangiare, passarle una banana, aspettandola sulle scale mentre riscrive ossessivamente ogni discorso, «deve essere perfetto». Alla mamma è stato lasciato dal regista solo il posto di un viso nei collegamenti disturbati col cellulare, nonché il compito di ragguagliare la figlia sulle condizioni dei cani, che sembrano le uniche creature capaci di strappare a Greta un’autentica gioia bambina. Surreale l’unico dialogo personale tra le due che trova spazio nel film, la donna che tra le lacrime commenta quanto sia straordinario che la figlia mangi in mezzo ad altre persone, e la ragazzina che risponde «è caduto» guardando un pezzo di torta a terra.

 

LA SOLITUDINE DI GRETA

Per il resto Greta è sola. Non ci sono parenti, amici, coetanei al di fuori degli sconosciuti impegnati nella sua causa. «I bambini non mi invitavano mai alle feste o ai compleanni, venivo sempre esclusa. Passavo tempo con la mia famiglia e i miei cani», racconta. Quando coetanee attiviste ben truccate e pettinate la trascinano ai comizi si muove a disagio, limitandosi ad afferrare un microfono enorme e assicurare alla folla esuberante che «saremo una spina nel fianco». Le minacce di morte e i commenti di “hater” illustri (da Trump a Bolsonaro) e sconosciuti sui social non la intimoriscono, «so bene che i miei genitori sono spaventati ma a me spaventa di più cosa accadrebbe se non facessi tutto questo». Tuttavia un giorno, seduta su un prato, rivela asciutta a una di queste compagne di palchi e picchetti: «Vorrei studiare, lavorare, sposarmi, ma non riesco nemmeno a pianificare il weekend perché quando qualcuno chiama all’improvviso per una riunione devo andarci. Dobbiamo continuare e ripetere sempre la stessa cosa finché le persone capiscono», «e allora facciamolo», conclude l’entusiasta compare.

 

Il giorno della consegna dei diplomi a Stoccolma, Greta, impacciata e timida, sembra capitata per sbaglio in una sessione di studenti troppo grandi, alti e lunghi. Corre ad abbracciare la cavalla che aspetta un puledro e vengono in mente le parole consegnate sempre al Nyt: «Non passo il tempo in giro con gli amici, perché non riesco a socializzare. Non ho bisogno di farlo per sopravvivere», «prima di iniziare lo sciopero scolastico ho praticamente parlato solo con gli adulti di cui mi fidavo. Trovavo le persone della mia età completamente poco interessanti. A loro non importava di me. Non mi parlavano. Ma poi ho iniziato a scioperare a scuola», «improvvisamente non ero più invisibile. Hanno iniziato a chiedermi di fare foto con loro. A volte mi sentivo sopraffatta e dovevo andarmene, perché avevo troppa paura di loro», «oggi non è più facile. Non so ancora come sono le persone della mia età o come si comportano».

 

IN LACRIME NELL’OCEANO

Piange Greta, il giorno della partenza per imbarcarsi a Plymouth, in Inghilterra, sul Malizia II, la barca a basso impatto ambientale di Pierre Casiraghi con la quale raggiungerà New York City per parlare alle Nazioni Unite. Viaggerà così, senza inquinare a bordo di un aereo. Sa che è una pazzia ma «non voglio essere una persona che afferma una cosa e poi ne fa un’altra». Una traversata spaventosa, la barca perennemente inclinata che sbatte come un tamburo sulle onde, il vento che ulula, pioggia e acqua da tutte le parti. Ed è qui che la ragazzina in lacrime registra, ancora una volta senza rivolgersi a nessuno in particolare, il suo diario sul cellulare: «Mi manca casa. Mi manca la vita normale con tutte le mie abitudini e i miei cani. È una tale responsabilità. Io non voglio dover fare tutto questo. È troppo per me, 24 ore al giorno. So bene quanto è importante e cosa c’è in gioco. Ma è una tale responsabilità». Dopo pochi giorni quelle lacrime da bambina diventeranno celebri lacrime di rabbia contro i leader del mondo, i ladri di futuro.

 

«DARE L’ALLARME. ECCO LA MIA RESPONSABILITÀ»

Chi è Greta? Un piccolo carro lanciato solo a tutta velocità che vorrebbe disperatamente essere presa sul serio (quanta frustrazione mentre viene strattonata solo per selfie, photo opportunity e coretti), ma che invece si ribalta, disperdendo e rivelando le poche mercanzie trasportate. Non lo ribalta la natura, sovrastante la bambina sempre più esile, consumata, e che appena sputata fuori dall’Atlantico guarda seria la folla di seguaci e coetanei in delirio per lei al porto e chiama tra sé e sé gli esseri umani «animali da branco». Lo ribalta l’impatto col mondo che l’ha resa l’icona del recinto dei cuccioli d’uomo: un mondo a cui non interessa che “icona” sia qualcuno col carisma e l’autorevolezza per porre la questione climatica sul piano razionale e delle soluzioni praticabili, ma una minorenne con trecce e cappellino che piange dopo 14 giorni a mollo nell’oceano perché l’Onu non la prende sul serio. «Dipendiamo l’uno dall’altro per sopravvivere. Se vedi un pericolo è tua responsabilità dare l’allarme. E io sento che è questa la mia responsabilità». Non c’è che questa a definire chi è Greta Thunberg, una ragazza in guerra sì, contro il peso di una responsabilità tanto sofferta da spersonalizzare la causa da “climate warrior” che il film vorrebbe perorare.