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La ricerca della felicità

Nel parlare di "uomo" si sono identificate alcune caratteristiche che vale la pena di riprendere per le conseguenze che determinano.


La ricerca della felicità

da Teologo Borèl

del 11 settembre 2009

Nel parlare di 'uomo' si sono identificate alcune caratteristiche che vale la pena di riprendere per le conseguenze che determinano.

Si è affermato che 'l'uomo è l'essere vivente che può dire di sé 'io' in quanto è libero di scegliere il modo più adeguato per realizzare quanto desidera'. E che cosa desidera? Non certo il puro soddisfacimento di bisogni ma la realizzazione del proprio 'desiderio', cioè cerca di dare risposta all'impeto naturale ed irresistibile che caratterizza la propria esistenza come ricerca. E infatti: 'nella ricerca costante dell'incontro, della relazione a cui l'essere umano tende, il desiderio è anche da intendersi come aspirazione al bene, al vero, a ciò che realizza pienamente l'umano'.

Dunque cosa ricerca l'uomo?

 

Vivere è scegliere

 

La risposta a questa domanda è la vita di ciascuno nella propria concretezza di scelte, di gioie, di delusioni, di fatiche, di abbagli e di vittorie. Una cosa è certa: se si guarda al cuore dell'uomo ci si accorge che è fatto in modo tale da permettergli di scegliere. Infatti la vita dell'uomo è costantemente una scelta. Non c'è azione che la persona compie in ogni istante che non sia una scelta tra tante possibilità; ed anche nel fare cose in cui ci si sente 'costretti', il modo di realizzarle è personale, dunque unico e irripetibile. Ognuno vive una vita originale e unica in cui tende a realizzare ciò che è significativo per il proprio cuore.

Dentro ognuno esiste, per vivere - cioè per scegliere -, una 'graduatoria', una specie di scala di ciò che importa, cioè di valori; ed ognuno considera valore qualcosa o qualcuno verso il quale ripone la speranza di trovare risposta al proprio desiderio.

Per poter scegliere occorre che qualcosa sia più importante di tutto il resto: se due cose fossero identicamente importanti si resterebbe paralizzati. Si scopre allora che, nella scala di valori assunta, il vertice - cioè il valore dominante- è unico. Dal valore che si pone al vertice della vita dipende il motivo per cui si sceglie di esistere.

Se ci immaginiamo questa scala di valori come una piramide, il vertice è certamente il punto dominante ma, sempre usando la fantasia, è anche il più esposto: il valore posto più in alto è come su una punta e per questo, se non è ben solido, rischia di cadere. Questa immagine, forse un pò strana, è utilissima per comprendere che il Primo valore è talmente decisivo per la nostra vita che 'la natura' ci ha dotato di un sistema di sicurezza efficacissimo contro il rischio di porre falsi valori al vertice della nostra vita. Sono le cosiddette crisi, che sono un po' 'terremoti' della nostra scala-piramide di valori. Così se il valore scelto come 'primo' non è capace di resistere agli scrolloni della vita cade e immediatamente un altro valore viene assunto a guida. Questo accade normalmente, e spesso si rimane addolorati quando nel quotidiano il valore scelto non riesce ad essere risposta, ragione esauriente degli avvenimenti della vita.

La scala di valori viene determinata da tutto il lungo processo educativo che inizia nell'infanzia e l'adolescenza è il primo momento in cui il ragazzo inizia a mettere in crisi - cioè a verificare- la proposta di valori ai quali i genitori lo hanno educato.

Infatti dai tre anni ai sei il bambino ubbidisce alle regole proposte dai genitori perché ha timore che contraddicendoli perderebbe il loro bene; con il diventare più indipendente nel ricercare la propria identità il figlio deve giungere ad una morale autonoma, acquisendo una propria capacità di giudizio ed una propria responsabilità.

 

L'origine della morale

 

La scala di valori con cui confrontarsi dipende, oltre che dalla famiglia, anche dalla cultura, dalla storia e dalle vicende del popolo cui si appartiene. Non c'è uomo che non vive a partire da un'etica, da una morale, che non abbia cioè qualcosa che considera buono, giusto, vero e perciò bello (in quanto il 'bello' è splendore del vero che si incontra col bene). Ognuno vive dipendendo da una morale, cioè sceglie di realizzare ciò che sembra portare felicità, attraverso ogni gesto e atto che compie: la questione del significato, del perché si compie ogni azione diventa la domanda necessaria e inestirpabile. Etica o morale sono la strada -si noti il singolare- attraverso cui l'uomo realizza il proprio desiderio di felicità.

La scelta implica l'umana ed affascinante fatica del chiarirsi il motivo per cui si decide di fare o non fare una azione: dunque in ogni scelta umana si rimette in gioco, si verifica - cioè si 'vede se è vero'-, se regge - cioè se non crolla-, la scala di valori che regola la nostra ricerca di felicità.

 

La 'morale dominante'

 

Fare una cosa perché 'fan tutti così' elimina certamente la fatica di una scelta personale, ma rende schiavi di una mentalità dominante: è come se si decidesse di delegare alla scala di valori inventata da altri il criterio delle proprie scelte. Questa è certamente una scelta, l'ultima: da questo momento si diventa 'schiavi' del costume dominante, e l'uomo risulta impoverito nella sua caratteristica più umana: essere capace di decisione rispetto al significato della propria esistenza.

La semplice osservazione degli slogans e dei modelli di comportamento dominanti può dare una banale esemplificazione di quanto affermato: 'in amore è vietato vietare', 'fan tutti così', 'liberi di amare' … Tutte frasi tese a sgretolare definitivamente l'idea che regole e felicità possano incontrarsi. Anzi il compimento della propria felicità -spesso ridotta a bisogno e non riconosciuta come desiderio- sembra essere legata alla distruzione di ogni regola.

E così la distruzione di ogni regola diviene dogmaticamente regola assoluta.

Il 'non avere regole' diviene regola.

A volte vengono scomodati anche i Santi per sostenere una simile contraddizione: 'ama e fa ciò che vuoi' (S.Agostino). Ma non sfiora neppure il dubbio che 'amare' per S.Agostino non sia per nulla il concentrato sentimentale ed evanescente con cui viene usata dalla nostra cultura questa parola.

Nella cultura in cui viviamo, dove impera il culto assoluto della libertà di espressione, la sessualità diventa inevitabilmente il punto più acuto in cui si esprime e si realizza la libertà dell'uomo che si considera artefice assoluto di sé, in grado di interpretare il proprio mistero. Così la sessualità intesa come unica espressione della persona può ridurre l'uomo che si considera ormai 'maturo e libero' a non avere più bisogno di regole.

Ma è poi vero che l'uomo adulto e maturo non ha bisogno di regole?

Ed è poi vero che il ragazzo ormai adolescente non deve essere più richiamato a delle 'regole' nel vivere la propria sessualità perché si deve 'esprimere'?

 

L'alternativa: decido io la verità o la riconosco?

 

La realtà dice che le regole ci sono, anche se -a differenza di altri momenti storici- sono definite e decise dal soggetto in una autonomia che appare svincolata da ogni oggettività. Sembra non esistere più la possibilità di regole generali buone o cattive per tutti, o di un percorso comune: ognuno 'deve' fare ciò che vuole. Ma proprio in questa esaltazione della libertà - come fosse l'unica caratteristica dell'uomo- inizia la solitudine incredibile dell'uomo contemporaneo.

Non è forse questa la sensazione che si prova quando di fronte ad un 'no' detto ai nostri figli ci si sente rispondere che gli altri non fanno così? Si incomincia a sentirsi diversi, mosche bianche, e si finisce per mettere in dubbio quello che si è proposto.

'Ma forse siamo noi che sbagliamo?'... è la domanda che spesso gli adulti si pongono.

Oppure guardando l'esito inaspettato e disastroso di certe scelte dei figli, i genitori si domandano: 'perché si è comportato così? Gli ho sempre dato tutto, ha fatto sempre quello che ha voluto'.

Forse l'ipotesi che la vita serve a capire e ad imparare a desiderare e volere ciò che è buono, a riconoscere la verità, non ad inventarla, può ridare speranza a chi - costretto alla solitudine dall'enfasi contemporanea sulla libertà- non ha più il coraggio di correre il rischio di una educazione, verso sé e verso gli altri.

Questo 'moralismo dell'assoluta libertà' colpisce la persona, frantumando ogni ambito della sua vita in tanti segmenti da realizzare senza una logica armonica e anche la sessualità, quindi, viene ridotta ad un aspetto tra i tanti della persona e non al modo con cui la persona compie ogni suo gesto.

 

Non c'è ragione di perdere la speranza

 

C'è però un criterio per difendersi da questo falso modo di considerare la morale o 'moralismo': è il seguire fino in fondo il profondo senso di armonia che è caratteristico della complessità di ogni uomo. Questo 'sesto' senso è come l'intuizione di ciò che può svelare e realizzare ogni persona, è come il presentimento innato del vero che attrae, è la sensibilità naturale verso lo 'splendore della verità'.

Lo si può chiamare anche desiderio o ricerca della felicità. Ma tale parola, felicità, è troppo abusata per poterne parlare senza correre il rischio che ciascuno comprenda quello che ha già in testa. Felicità è diventata una parola equivoca, che non indica più un significato comune e chiaro per tutti.

La ricerca della felicità vera permette di non cadere nel moralismo moderno che è contraddistinto dalla regola assoluta del non avere regole.

La morale, infatti, nasce nella scoperta dell' umanità, dell'esistere come uomini e donne, non semplicemente come un dato biologico ma come persone con un significato, con un compito: diventare ciò che si è. La moralità dell'uomo è innanzitutto lo scoprirsi liberi, non determinati - come una pianta o un animale che diventano istintivamente ciò che sono -, ma capaci di scegliere come realizzare ciò che si è. La libertà è all'origine della domanda: 'io chi sono?'. Solo dalla risposta a questa domanda la persona diventa capace di muovere le proprie scelte nella direzione di una vera realizzazione di sé. La morale è il modo attraverso cui si compie tale percorso, permettendo all'uomo di rispondere con responsabilità al compito che ha inscritto nella sua stessa natura.

Chi lo dice?

L'evidenza. Non c'è uomo che per realizzare ciò che considera il proprio bene, la propria felicità, non scelga un 'modo'. Anzi, essere uomini significa scoprirsi fortemente tesi alla felicità. Se si è tesi a qualcosa vuol dire che non la si possiede e che si è bisognosi di una pienezza che non è già nell'uomo altrimenti non verrebbe ricercata.

Questa tensione è lo specchio di come l'uomo è fatto per essere felice ed è 'condannato' a cercare di realizzare la felicità cui anela. Il 'modo' che sceglie dipende da ciò che più profondamente desidera. Ma nel 'fare' quello che vuole, ognuno cerca di realizzare il profondo desiderio di esistere. In un certo modo potrebbe esistere una felicità diversa per ogni uomo e dunque un 'modo' (da cui 'morale') di realizzarla diverso. Per questo ciò che un uomo considera immorale, per un altro è invece pienamente buono. Se non esiste una felicità che sia compimento di ciò che ogni uomo è quindi una felicità buona per tutti gli uomini non può esistere neppure una morale buona per tutti. In fondo non c'è azione che la persona compie nella vita senza ritenere - anche in modo inconscio- che sia 'buono', un di più, un positivo. Non si avrebbe neppure l'energia di rubare se l'azione non fosse percepita come positiva per sé.

 

È bello ciò che è bello, non ciò che piace

 

L'esaltazione della libertà assoluta intesa come creatrice del bene e del male porta come conseguenza che il criterio per limitare la libertà individuale è una regola imposta da qualcuno o da qualcosa fuori da sé, una regola stabilita dal potere di turno. Viceversa, se si riconosce una 'comune natura' da realizzare, dunque un 'compito' scritto in noi per cui diventare uomini e donne, allora le legge diventa strada di libertà, perché aiuta a realizzare ciò che è inscritto in ogni uomo. È libero chi consapevolmente è sé stesso. Siamo liberi di essere uomini, non uccellini, perché siamo uomini e non uccellini. E questo non è un parere ma la realtà.

Nessun potere può imporre per legge di venire meno alla legge 'scritta nel nostro cuore' e testimoniata dalla coscienza.

Il dibattito su questo punto è decisamente rovente: esiste una morale personale (cioè l'agire di ciascuno secondo ciò che crede e vuole) limitata dalla legge, oppure esiste una morale oggettiva che ciascuno può riconoscere scritta in sé (nella propria 'natura') e la legge non fa altro che tradurre in regole ciò che è oggettivamente naturale. Nel primo caso l'obbedienza alla legge porta una sorta di 'compressione' del proprio desiderio assoluto di libertà; nel secondo caso l'obbedienza permette la realizzazione di sé.

Se la morale è soggettiva nel senso negativo di non far riferimento ad alcuna 'natura umana', l'unico modo per trattare della sessualità con i ragazzi adolescenti consiste nell' 'informazione oggettiva'. 'L'educazione' sessuale - rea di far riferimento a valori, a modi di comportamento, a finalità da raggiungere, a scopi e significati (com'è ovvio di ogni processo educativo in ogni ambito della vita)- è sostituita con 'l'informazione': 'ti dico le cose così come sono, oggettivamente, e così tu puoi scegliere'.

L'ipocrisia di questo atteggiamento non sta nella conclusione, ma nella ormai collaudata riduzione della sessualità umana a dato biologico assolutamente simile ad altri stimoli o 'bisogni' che l'adolescente dovrebbe soddisfare secondo il criterio del 'mi piace, ne ho voglia, lo decido io'. Abbiamo invece visto come la sessualità umana non sia istinto ma provocazione, appello alla libertà dell'uomo. Non c'è aspetto della nostra complessità che non sia finalizzato all'espressione armonica di ciò che poniamo come significato del nostro esistere.

 

La sessualità è come l'alfabeto...

 

L'uomo per essere libero deve - e questo dovere è scritto in noi, siamo noi- leggere, decifrare, scoprire se stesso per poi decidere di realizzare ciò che ha scoperto. Per poter essere liberamente uomini è necessario scoprire cos'è l'uomo, 'chi sono io'.

E in questa ricerca la prima evidenza è che non si riesce da soli a leggere dentro di sé la risposta; non riusciamo a scoprirci da soli.

La sessualità spinge inesorabilmente a ricercare fuori di sé e oltre sé la risposta alla domanda 'io chi sono?'; la sessualità è la testimonianza della morale oggettiva scritta nella corporeità di ogni persona, cioè è la spinta - per fortuna ineludibile, insopprimibile,- a prendere sul serio quel dovere scritto in noi di scoprire chi siamo. La sessualità non è dunque una parte di noi, ma la spinta necessaria per trovare noi stessi.

Allora è possibile fidarsi anche del parere degli altri: l'esperienza mostra che normalmente per vivere noi ci fidiamo, anche perché è impossibile verificare personalmente tutto. La fiducia viene accordata o negata a secondo di una personale esperienza: se si realizza ciò che viene proposto, sarà sempre più ragionevole fidarsi.

Per questo è necessario nell'aiutare la crescita armonica dei nostri figli, non parlare troppo ma mostrare. Non si riesce ad educare alla ricerca della vera felicità se non si è felici.

La morale è dunque strada alla felicità se rintraccia nell'uomo, in come è, l'origine di ciò che deve fare. E questa è pure la regola per diffidare di falsi modelli. Se per imitare devo lasciar perdere o esaltare in modo assoluto una parte di me, la strada imboccata è falsa, (per esempio: 'se vuoi essere felice non ti curare del corpo, perché è negativo...' o all'opposto:'per essere felici bisogna essere snelli...').

 

Uomo: l'amato che può amare

 

Ciò che meglio esprime la moralità a cui tende l'uomo, il motivo per cui è libero e consapevole, è la capacità data all'uomo di amore.

L'amore è il vertice della morale: percezione del proprio limite e della possibilità di una realizzazione piena della propria natura nel dono verso l'altro e nell'accoglienza dell'altro.

L'uomo è strutturalmente dipendente dalla morale che riconosce un Altro, ed è questa la sua grandezza. Viene in mente un aquilone, delicato e bellissimo, che può volare solo perché è solidamente trattenuto da un filo. Vola ed è questo il suo fine, la realizzazione della sua natura, ma questa possibilità è attuabile solo rimanendo legati, aderendo al valore oggettivo di sé in una dipendenza responsabile, cioè scelta e voluta.

Partire dalla totalità che costituisce la persona è l'unico atteggiamento morale che crea unità e compagnia tra gli uomini nell'avventura umana.

In questo senso - nell'amore - si compie quella ricerca di comunione che è testimoniata e spinta dalla sessualità. L'uomo e la donna che decidono di vivere la vita amandosi, in una compagnia vera, sono spinti a prendere sul serio e totalmente il proprio mistero, in tutti i suoi aspetti. L'amore, infatti, provoca ad affrontare veramente l'enigma della solitudine e della morte; l'amore non è una scappatoia per non prendere sul serio queste radicali esperienze umane: l'uomo e la donna percepiscono che amandosi possono trovare il senso pieno della propria esistenza e, forti di tale consapevolezza, possono affrontare sul serio la propria limitatezza.

Certo rimane al fondo dell'amore il grido a scoprire perché niente e nessuno sembra poter riempire l'abisso del nostro cuore: e ne facciamo esperienza tutte le volte che muore una persona a noi cara.

L'amore è ciò per cui siamo fatti, ma chiede l'eternità.

 

Cosa insegnare ai figli?

 

Nel cammino della vita l'esperienza dell'amore e soprattutto dell'essere amati sono la via maestra che permette di stare di fronte a sé stessi con verità, non scandalizzandosi della capacità di fare il male (cioè di ridurre il nostro potente desiderio di felicità a realizzazioni parziali, disarmoniche e immediate) ma con il coraggio di ricominciare.

L'essere amati permette di chiamare il bene e il male con il loro vero nome.

Quali i punti di riferimento essenziali per una educazione morale dei nostri figli?

Innanzitutto educare ad essere uomini e donne significa spingere in ogni modo a porsi seriamente la domanda di senso sulla propria vita: seriamente significa stando a tutti i fattori che costituiscono la nostra complessità.

In secondo luogo stimolare la percezione che il nostro 'io' non è semplicemente complesso ma è organico: è necessario imparare a riconoscere l'importanza - quasi la graduatoria- delle parti che compongono la nostra realtà per subordinare ciò che va subordinato e sovraordinare ciò che è primario. In questo atteggiamento si imparerà che mettere ogni cosa al suo posto significa salvaguardare non distruggere la nostra complessità.

In terzo luogo educare la ragione a cercare l'intrinseco valore delle cose, ad amare ogni realtà nella misura in cui è degna di essere amata, nè di più nè di meno: significa spingere alla ricerca inesausta della verità. Questo passo è decisivo per non cadere nel tranello moralistico di decidere da soli il valore della realtà, quasi la realtà avesse valore non in sé ma in quanto l'uomo gliela conferisce.

In quarto luogo educare al gusto e al rischio della libertà non come semplice poter fare ciò che si vuole, ma come l'unica possibilità per porsi la domanda su di sé. Accorgersi della unicità e del valore di ognuno e della responsabilità del vivere quotidiano come scelta, è lo scopo di questo passaggio.

In ultimo, non in senso di valore, educare all'esercizio della virtù. La virtù è lo strumento che permette una maggior facilità nel compiere il bene. Si acquista nella consapevole ripetizione di atti buoni e veri. È il contrario del vizio che ci porta ad atti negativi quasi per automatismo. Il problema, come abbiamo cercato di spiegare, non è puntare tutta l'educazione morale su questo ultimo passaggio, ma non essere tanto teorici da dimenticare anche questo passo.

Inutile aggiungere che tali attenzioni sono un tutt'uno e sono tese ad aiutare l'uomo a vivere il compimento del proprio mistero in un possesso armonico di sé verso un dono totale di sé: l'amore.

Educare è essenzialmente un atto d'amore.

Diceva Sant'Agostino: 'Non c'è nessuno che non ami, ma bisogna vedere che cosa ama. Non siamo esortati a non amare, ma a scegliere l'oggetto del nostro amore. Ma che cosa sceglieremo se prima non veniamo scelti. Poichè non amiamo se prima non siamo amati'.

L'uomo morale è dunque colui che cerca nella realtà qualcosa o meglio qualcuno che possa essere risposta esaustiva al proprio desiderio, al bisogno di comprendersi e donarsi; il cammino morale non è dunque un problema di regole, ma la storia degli incontri di ognuno di noi con l'esperienza dell'amore per noi che genera l'amore che nasce da noi.

 

Anna Maria Brambilla

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