La profezia democratica del giovane Moro

 

di Katia Fitermann, tratto da famigliacristiana.it

 

In un saggio di Lucio D'Ubaldo presentato nella sede dell'associazione AmLib di don Matteo Galloni le riflessioni del giovane politico democristiano prima del suo ingresso alla Costituente, sull'impegno dei cattolici nella vita pubblica. Il tormento dell'intellettuale, ma anche l'invito del politico ad "amare il nostro tempo".

 

 

“Amare il Nostro Tempo – Appunti sul giovane Moro” (edizioni Il Domani D’Italia), il saggio dello scrittore Lucio D’Ubaldo è stato il tema dell’incontro-dibattito coordinato dal giornalista di Repubblica Alberto Mattone, promosso dall’Associazione AmLib (Amore e Libertà), guidata da don Matteo Galloni, che ha sede sulle colline toscane dell’Impruneta (tra i partecipanti, oltre all'autore, Giuseppe Fioroni, presidente della II Commissione Moro e Valdo Spini, presidente della Fondazione Circolo Rosselli).
«Ancora oggi, sono tanti gli spunti di riflessione sulle questioni che lo statista pugliese Aldo Moro aveva sollevato negli anni della sua vita dedicata alla politica italiana, sino alla morte, più che mai attuali, che meritano di essere ripercorsi sotto una chiave di lettura del nostro tempo, così oscuro e afflitto», ha spiegato nell'introdurre l'autore don Matteo Galloni.

 

«Vogliamo illuminare l’oscuro avvenire e amare il nostro tempo». Sono le parole di  Aldo Moro, che più che una supplica ai politici e alla società di allora, suonano come testimonianza cristiana. Così, il volume di Lucio D’Ubaldo è una ricerca sulla “identità” di un Moro che va oltre lo stereotipo del politico mediatore, addirittura rassegnato all’egemonia del comunismo (niente di più falso a proposito dello statista). Al contrario, proprio per la sua formazione cristiana, Moro non è umai rassegnato. “Amare il nostro tempo” per lui significava contrastare le neghittosità di una politica senza ideali e senza speranza, per lo più adagiata, pessimisticamente, sulla gestione dell’esistente.

 

Aldo Moro innalza l’idea “democratica e cristiana” a una funzione di costante pungolo per la coscienza collettiva, affinché la democrazia consista nel luogo in cui cresce e si afferma la lotta per l’emancipazione dei più deboli, «secondo una linea di solidarietà e giustizia sociale», ci racconta l’autore, come un monito alla politica del nostro tempo. «La politica di Moro interroga il presente e mette le ali, se così si può dire, al futuro: un futuro non estraneo all’azione consapevole dei cristiani». Con Moro il  cosiddetto “centro” si fa motore della politica di rinnovamento, non declina nel banale assemblaggio di spinte contrastanti. È interessante notare perciò che non interviene, nella vicenda umana e intellettuale dello statista pugliese, una frattura tra il tempo della gioventù e quello della maturità. Nel libro si legge, ad esempio, di come il movimento studentesco del ‘68 si sia aggrappato al mito del “giovane Marx” - mito funzionale a un’ipotesi di neo-comunismo democratico - contro la figura di un Marx dogmatico, ideologo della dittatura del proletariato e “santo protettore” del modello sovietico.

 

Il pensiero di Moro, invece, non conosce fratture: la simpatia per l’azionismo (e dunque del liberal-socialismo) si rifrange, nel tempo, in un preciso afflato di libertà e di progresso, tanto che nell’ultimo discorso ai Gruppi parlamentari (28 febbraio 1978) il leader democristiano accenna alla diretta è fondamentale rappresentanza di un ampio elettorato liberal democratico da parte della Democrazia Cristiana. Tutto questo amore del tempo, principio di responsabilità e amore della libertà, principio di cristiano inappagamento,  attribuisce alla magistrale esperienza dello statista Aldo Moro un carattere di “politica alta”, moralmente e socialmente impegnativa, che implica nel presente un soprassalto di attenzione dei credenti dinanzi alle sfide del tempo.

 

Ha spiegato l’autore: «Moro è l’unico statista del Novecento che abbia la forza di suscitare per memoria una sembianza di estasi intellettuale. È stato giovane come tutti, come pochi lo è stato nell’animo di politico, in sintonia con l’essere autentico democratico e autentico cristiano, fino al compiersi della sua giornata terrena. Non ha dato un pensiero alla Dc, ma ha fatto della Dc un pensiero che sopravvive alla scomparsa del corpo politico democristiano. Nel prendersi carico della realtà, vedendo in essa la perenne dinamica del cambiamento, ha disapplicato la grammatica dell’ideologia. Il moroteismo è l’esperienza dell’equilibrio, la sua celebrazione concettuale, allegoricamente il suo motore di ricerca. Ogni programma, se ambisce a diventare fatto politico, deve mirare alla ricerca del fecondo motivo di conciliazione tra principi, opportunità e consenso. Da ciò l’impegno a tenere insieme identità e mediazione, autonomia e confronto, l’essere in sé e l’essere per il mondo: orizzonte, tutto questo, di una politica pervasa di autentica cultura delle alleanze».

 

Cresciuto in un contesto che recava in grembo il de profundis della Patria, ha resistito all’impulso della recriminazione. «Infatti, quando il tempo della gioventù era appesantito dal dolore, con la speranza bisognosa essa stessa di speranza, il giovane Moro non cedeva alla tentazione di commiserare un’Italia in ginocchio, prostrata dalla dittatura e dalla guerra, umiliata nella sconfitta provvidenziale».

 

«Sta qui la chiave di volta del realismo di Moro» continua l’autore, il suo aggredire con passione e discernimento la verità del presente, la sua disposizione a piegarsi sulle incombenze della società, a farlo guardando in avanti, verso il futuro. Resta di lui il riassunto del suo messaggio testimonianza da non disperdere. «Si tratta di vivere il tempo che ci è stato dato con le sue difficoltà»