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La politica degli extra

Cresce lentamente la partecipazione degli Extracomunitari alla vita politica italiana.


La politica degli extra

da Quaderni Cannibali

del 04 settembre 2009

Mezzo mondo ha esultato speranzoso alla notizia dell’elezione di Barack Obama. Capacità politica e di dialogo, alimentano le speranze di rinnovamento ma certamente anche il colore della pelle dell’inquilino della Casa Bianca.

Obama, nato da padre keniota su suolo statunitense, è un esempio di quelli che da noi sono definiti “immigrati di seconda generazione”.

Da noi, invece, la più forte resistenza a new entry straniere è la politica, che rappresenta o dovrebbe, la forma più alta e piena di partecipazione alla vita di una comunità. È lì che le porte sono serrate.

In Italia, in realtà, c’è qualche timido esperimento, di introduzione di extracomunitari ai governi delle città. Fin dal 1997 esiste a Padova il consiglio delle comunità straniere, anche se con alterne fortune, dal 1994 esiste una consulta a Nonantola, paese in provincia di Modena, a Roma assessore all’Università e ai giovani nell’amministrazione Veltroni era il prof. Jean Léonard Touadi, congolese. Come anche in varie realtà delle Marche, a Lecce, dal 2003, prosegue l’esperienza del consigliere aggiunto: oltre ai 40 consiglieri comunali eletti tra i cittadini comunitari, viene eletto un rappresentante scelto dagli immigrati regolari presenti in città. Dal 2007, 41mo consigliere è Mamadou Lamine Toure, 38 anni, da Rufisque, la seconda città del Senegal, in Italia da 9 anni. A lui abbiamo chiesto uno sguardo sul rapporto tra politica e immigrati, su come questi ultimi possono partecipare per far valere i propri diritti, far sentire la propria voce, portare un contributo positivo alla politica locale e nazionale.

 

Signor Mamadou Lamine Toure, come è arrivato alla politica, in qualità di rappresentante della popolazione immigrata?

Prima di partecipare alle elezioni ho lavorato nel sociale e nell’associazionismo. Sono stato volontario presso il primo sportello per immigrati a Lecce, dove mi occupavo di tradurre alcuni documenti in francese, e membro dell’associazione senegalese.

Nel 2004 ho aperto una cooperativa di servizi per immigrati. La creazione di questa cooperativa è stato qualcosa di molto importante per noi immigrati, perché ci ha permesso di muovere dei passi su un aspetto fondamentale, che ancora oggi non è all’ordine del giorno: l’integrazione economica. Come cooperativa abbiamo avviato un progetto di microcredito con una banca nazionale per la creazione d’impresa e per il sostegno alle imprese degli immigrati. Un’idea che ha portato grandi benefici nel concreto.

Infine, durante le ultime elezioni, i miei amici mi hanno spinto a presentarmi come candidato per il seggio di 41esimo consigliere. Io non avrei voluto, ma hanno insistito molto, avevano anche già raccolto il numero necessario di firmatari per candidarmi.

 

Si era già occupato di politica prima di giungere in Italia 8 anni fa?

Avevo lavorato con associazioni, Ong, programmi di sviluppo in Senegal e gemellaggi tra città senegalesi e città francesi. Non mi ero occupato di politica nell’ambito dei partiti.. ma dipende da ciò che si intende per politica.

 

Quale contributo riesce a portare alla politica locale? Quali sono gli obiettivi primari che si è proposto per il suo mandato?

Dopo essere stato eletto ho organizzato vari incontri con le associazioni di immigrati per cercare un confronto comune. Io, come 41esimo consigliere, non posso fare cose straordinarie. Il mio ruolo è ancora molto limitato poiché non mi è consentita una partecipazione reale. Il 41esimo consigliere è convocato solo quando si discute di immigrazione. Dunque, è molto limitata la mia effettiva partecipazione politica e la reale volontà di far partecipare gli immigrati alla vita politica.

 

Cosa vuol dire per un immigrato 'fare politica'?

Quando si parla di “fare politica” la cosa più importante è una partecipazione attiva. E questa non ci può essere senza alcuni presupposti: il primo è il voto.

Il voto è il riconoscimento che permette a chiunque, non solo all’immigrato, di partecipare alla vita politica, di fare la sua scelta, di essere rappresentato e poi anche di divenire un rappresentante.

Questa è la prima cosa, avere il diritto di voto, ma in questo momento è lontano. Tutto il resto è secondario: scegliere di fondare un partito, allearsi con qualcuno…

Oggi l’immigrato non può “fare politica”, al più guarda gli altri che “fanno politica” e deliberano anche su ciò che lo riguarda direttamente.

Adesso stiamo preparando una conferenza regionale in Puglia sull’immigrazione, un momento molto forte per coinvolgere tutte le autorità politiche e richiamarle sul fenomeno dell’immigrazione. L’immigrazione non è un problema è un fenomeno e come tale va gestito. È un fenomeno reale e permanente e non può essere gestito a colpi di governo o da un solo colore politico. La politica sbaglia tentando di risolvere il fenomeno dell’immigrazione affrontandolo in modo a se stante, secondo la logica dei compartimenti stagni. La questione dell’immigrazione dovrebbe essere affrontata all’interno di un quadro più ampio e ben programmato.

 

Durante le ultime elezioni politiche Souad Sbai, di origine marocchina, è stata eletta nelle liste del PdL. Si tratta di un’iniziativa dal valore effettivo o una candidatura di facciata per una campagna all'ultimo voto?

Gli immigrati sono un bene che la politica usa per i propri fini. Se si considera che in Italia sono presenti 3 milioni 600mila immigrati regolari, di cui il 24% dovrebbe avere il diritto di voto, poiché possiede un permesso di soggiorno a tempo indeterminato, allora il gioco è presto capito!

Se si presenta in una lista un immigrato che quasi certamente non verrà eletto, perché candidato al 20° posto, significa solo far vedere una bandiera, più che prendere in considerazione la persona e coloro che rappresenta. Seppur eletto la tua partecipazione politica è limitata.

Tutti gli strumenti che sono stati provati per una partecipazione politica degli immigrati non hanno nulla di vero in sé, servono solo per raccogliere altri voti e poi seguire la propria linea.

Allora io mi chiedo, a cosa serve essere portati in Parlamento sapendo che la propria presenza è solo una figura? Così come io sono solo una figura nel Comune di Lecce.

 

Soffia pi√π forte il vento Obama o il vento della Lega?

Sono due cose diverse. Per me la cosa grave, in Italia, è che la politica non gestisce i problemi della popolazione. I partiti gestiscono la loro fetta di voti. La Lega non sta facendo altro che far passare degli emendamenti che piacciono ai propri elettori.

La vittoria di Obama, poi, è stata accolta anche in Africa e nei Paesi in via di sviluppo con grande euforia. Molti hanno considerato quest’evento come la risoluzione dei problemi, ma ne siamo molto lontani. Ciò che l’Africa deve imparare dalla storia di Obama è quanto lui stesso dice: “Yes, we can!”. L’intelligenza africana deve capire di non doversi più limitare, deve imparare a vedere il mondo con un’apertura molto diversa. Ad esempio, quando ci si presenta ai tavoli per gli accordi con i paesi europei, i diversi presidenti degli stati africani si presentano già con un presupposto: vado per ascoltare non per cambiare la posizione dell’altro.

La vittoria di Obama vuol dire anche questo: tu sei in grado di cambiare, di dire no, di proporre una politica diversa da quelle già proposte.

 

La partecipazione attiva degli immigrati nella politica locale è più significativa di quella a livello nazionale?

Direi che la partecipazione e la rappresentazione degli immigrati a livello locale è molto più importante che in Camera e Senato. Chi si trova in Parlamento ha difficoltà a confrontarsi con la realtà dei fatti, poiché è lontano dalla vita quotidiana degli immigrati.

A livello locale è diverso, le persone possono anche contattare i politici, le associazione possono richiamare l’attenzione su alcuni fatti concreti.

In ogni caso, lo strumento che si usa per creare una partecipazione politica non risponde alle aspettative degli immigrati ed è molto lontano dal poter dare loro una risposta. Su questo punto non vi sono differenze.

Prima l’immigrato si sentiva molto di sinistra, oggi non c’è una filosofia politica, un programma chiaro, non esistono partiti, ma contenitori elastici che si piegano a seconda dei voti. Oggi non c’è un riferimento politico.

 

Oltre agli Stati Uniti di Obama, anche l’Europa offre degli esempi positivi riguardo all’ingresso di immigrati di seconda generazione in politica. In Germania, ad esempio, Cem Özdemir, un tedesco di origini turche è stato eletto presidente dei Verdi tedeschi.

Quale realtà può essere assunta come modello di partecipazione degli immigrati in politica?

Io ho avuto la possibilità di viaggiare un po’, sono stato in Francia, in Spagna, a Bruxelles e direi che il modella francese, pur non essendo il massimo, permette davvero una partecipazione effettiva e attiva dello straniero alla vita politica.

In Italia c’è un elemento vincolante: l’attesa del documento. Pur risiedendo in Italia da 10 anni, quando si chiede la cittadinanza bisogna poi attendere 2, 3, 4 anni, dopodiché si deve ancora aspettare che il Ministro si prenda la briga, quando gli salterà in testa, di mettere una firma per la cittadinanza.

In Francia è diverso. Lì dopo 5 anni di permanenza si è considerati cittadini francesi, acquisendo tutti i diritti per partecipare alla vita politica e amministrativa della città.

Alcuni riterranno le mie affermazioni un eccesso. Se l’Italia è avanti in tema d’immigrazione questo avviene grazie alla presenza del Vaticano, una parte che pesa veramente sul piatto della bilancia. Quando si verificano fatti che vanno oltre ai limiti dell’umano, oltre al pensabile, il Vaticano prende una posizione reale e forte che porta avanti.

Quando c’era Giovanni Paolo II, se stava accadendo qualcosa di problematico, sentivo gli immigrati che si rassicuravano dicendo tra loro “lasciate passare il tempo, che poi interviene il Papa”. Giovanni Paolo II è stato un punto fermo, non solo dal punti di vista religioso, ma un vero e proprio riferimento sociale. Quando nel ’99 c’è stata la sanatoria che dava la possibilità a tutti gli irregolari di mettersi in regola si è sentito fortemente il peso del Papa che interveniva con discorsi importantissimi.

 

 

Claudia Pedone, Gianluca Marasco

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