Nella centesima Giornata missionaria mondiale scopriamo che partire non basta: la vera missione trasforma il nostro modo di vivere, credere e incontrare gli altri
Al ritorno da un’esperienza missionaria, la valigia si svuota abbastanza velocemente. I vestiti tornano nell’armadio, le fotografie finiscono sul telefono e i piccoli oggetti ricevuti in dono trovano un posto sulla scrivania. Più difficile è mettere ordine dentro di sé.
Rimangono volti, storie, incontri e domande. Rimane la gratitudine per ciò che si è ricevuto. Rimane anche la fatica di spiegare agli altri un’esperienza che, in poche settimane, sembra aver cambiato il modo di guardare il mondo.
Durante l’ultima estate alcuni giovani delle nostre opere salesiane hanno vissuto esperienze missionarie in Egitto, Madagascar, Perù, Brasile e Moldavia. Sono partiti per mettersi a servizio, animare, incontrare comunità e condividere la vita quotidiana. Molti sono tornati con la consapevolezza di aver ricevuto molto più di quanto pensavano di poter offrire.
È uno dei primi insegnamenti della missione: non esistono soltanto persone che danno e persone che ricevono. Quando l’incontro è autentico, ciascuno porta qualcosa e ciascuno torna trasformato.
Il 18 ottobre si celebra la centesima Giornata missionaria mondiale. Papa Leone XIV ha scelto come tema «Uno in Cristo, uniti nella missione». La ricorrenza venne istituita nel 1926 da papa Pio XI per sostenere la preghiera, la responsabilità e la collaborazione di tutta la Chiesa nei confronti della missione.
Nel suo messaggio per la Giornata, il Papa ricorda che nessun battezzato può considerarsi estraneo alla missione. Non riguarda soltanto sacerdoti, religiose, religiosi o persone che lasciano il proprio Paese. La missione appartiene a ogni cristiano perché nasce dall’incontro con Gesù.
Essere missionari non significa prima di tutto compiere attività, organizzare progetti o raggiungere luoghi lontani. Significa vivere uniti a Cristo e lasciare che il suo amore raggiunga gli altri attraverso la nostra vita. Per questo il Papa insiste sull’unità: una comunità divisa, attraversata da rivalità e incapace di perdonare può pronunciare parole molto belle, ma fatica a rendere credibile il Vangelo.
«Uniti nella missione» non significa essere tutti uguali. La Chiesa è fatta di vocazioni, sensibilità, culture e carismi differenti. L’unità non cancella queste differenze: le raccoglie attorno allo stesso Signore e le orienta verso una medesima missione, quella di rendere visibile l’amore di Dio.
Anche le esperienze missionarie dei giovani hanno bisogno di questa prospettiva. Partire non significa andare a salvare qualcuno, portare soluzioni già preparate o sentirsi migliori perché si è scelto di dedicare parte dell’estate agli altri. La missione comincia quando si impara a entrare con rispetto nella vita di una comunità, ad ascoltare prima di parlare e ad accogliere modi differenti di vivere e di esprimere la fede.
Si parte pensando di incontrare la povertà e qualche volta si scopre una ricchezza di relazioni che a casa abbiamo smarrito. Si parte per animare dei bambini e si viene raggiunti dalla loro capacità di sorridere. Si parte per costruire qualcosa e ci si accorge che la prima realtà da ricostruire è il proprio modo di guardare. Questo non significa idealizzare la povertà o ignorare le ingiustizie. Significa riconoscere che nessuna persona può essere definita soltanto da ciò che le manca.
La domanda decisiva arriva al ritorno: che cosa facciamo di ciò che abbiamo vissuto? Un’esperienza missionaria può diventare una bella parentesi, da raccontare mostrando fotografie e ricordando momenti intensi. Oppure può cambiare il modo in cui utilizziamo il tempo, spendiamo il denaro, incontriamo chi è diverso da noi e partecipiamo alla vita della comunità.
La missione vissuta lontano diventa autentica quando continua vicino. Nel compagno lasciato ai margini, nella disponibilità a prestare servizio in oratorio, nella scelta di informarsi su ciò che accade nel mondo, nell’attenzione a non sprecare, nella preghiera per chi vive la guerra e nella capacità di condividere ciò che abbiamo.
Don Bosco aveva un cuore missionario. Nel 1875 inviò la prima spedizione salesiana verso l’Argentina e coinvolse tutto l’Oratorio di Valdocco nella preparazione. Non tutti partirono, ma tutti furono chiamati a sentirsi parte della stessa missione. Alcuni lasciarono la propria terra, altri sostennero con la preghiera, il lavoro e la generosità. La missione era di tutti.
È così ancora oggi. C’è chi parte per molti anni e chi vive il Vangelo nel proprio quartiere. Chi annuncia Gesù attraverso la catechesi e chi lo rende visibile prendendosi cura di un ragazzo. Chi sostiene economicamente un progetto e chi costruisce ponti tra persone che non riescono più a parlarsi. Forme diverse, ma una sola missione.
La Giornata missionaria mondiale ci invita anche a sostenere concretamente le comunità cristiane presenti nei territori più poveri e difficili. La preghiera e le offerte raccolte in questa domenica permettono alla Chiesa universale di accompagnare missionari e comunità che annunciano il Vangelo, educano, curano e condividono la vita dei popoli.
Ma il contributo più profondo rimane la disponibilità personale: «Signore, dove vuoi che io porti il tuo amore?». La risposta potrebbe condurci lontano oppure farci guardare in modo nuovo il luogo nel quale siamo già.
Perché la missione non comincia quando saliamo su un aereo. Comincia quando permettiamo a Gesù di cambiare il nostro cuore. E non finisce quando torniamo a casa: forse è proprio allora che comincia davvero.
Quale volto, incontro o esperienza sta chiedendo oggi alla tua vita di diventare missione?
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