La fragilità non è un difetto da cancellare

La tecnica può aiutarci a vivere meglio. Ma che cosa accade quando cominciamo a pensare che valga soltanto una vita senza limiti?

Daniel Duarte Daniel Duarte

Un ragazzo si allena per mesi in vista di una gara. Poi arriva un infortunio e deve fermarsi. All’inizio pensa soprattutto a ciò che sta perdendo: gli allenamenti, la squadra, il risultato che sperava di raggiungere. Gli amici continuano a cercarlo, anche se per un po’ non potrà giocare. Lui deve imparare ad accettare aiuto, e la squadra deve trovare un modo di farlo sentire ancora parte del gruppo. Guarire rimane importante; intanto, quel tempo difficile fa emergere relazioni che la gara non riusciva a mostrare.

Nel terzo capitolo di Magnifica humanitas, papa Leone XIV riflette sul nostro rapporto con il limite. Viviamo circondati da strumenti che ci permettono di fare cose impensabili fino a poco tempo fa. È un bene poter curare malattie, comunicare a distanza, rendere accessibili attività che prima erano precluse a molte persone. Il Papa riconosce queste possibilità e invita a farle crescere. Ci chiede, nello stesso tempo, di osservare quale idea di essere umano le accompagna.

Nell’enciclica compaiono due parole poco abituali: transumanesimo e postumanesimo. Indicano correnti diverse, che Leone XIV presenta con attenzione alle loro differenze. La prima immagina di aumentare le capacità umane attraverso la tecnologia; alcune forme della seconda arrivano a prospettare un futuro in cui la condizione umana, come la conosciamo, venga oltrepassata. Sono idee complesse, ma pongono una domanda che possiamo comprendere tutti: desideriamo usare la tecnica per prenderci cura delle persone, oppure finiremo per considerare le persone un materiale da perfezionare?

La differenza conta soprattutto per chi è più fragile. Se efficienza e prestazione diventano la misura di tutto, una persona malata, anziana o con una disabilità rischia di essere guardata anzitutto per ciò che non riesce a fare. Anche un giovane può cominciare a pensare così di sé quando un limite interrompe i suoi progetti. Leone XIV propone uno sguardo diverso: «l’umano non fiorisce malgrado il limite, ma spesso attraverso il limite» (n. 118).

Questa frase richiede delicatezza. Non significa che la sofferenza sia buona o che si debba rinunciare a curarla. Il Papa dice espressamente che cercare di eliminarla è doveroso. Significa, piuttosto, che una vita attraversata dalla fatica conserva interamente il suo valore e la sua possibilità di crescere. Il ragazzo infortunato ha bisogno di cure e di tempo per tornare a giocare. Ha bisogno anche di amici capaci di restargli vicino mentre aspetta.

I limiti possono farci scoprire che abbiamo bisogno gli uni degli altri. Quando non riusciamo a fare tutto da soli, possiamo imparare a ricevere aiuto e a offrirlo. Non avviene automaticamente: una difficoltà può anche isolarci, e per questo la presenza di qualcuno conta. Leone XIV riconosce questa trama di gesti quotidiani nelle persone che curano, educano, accompagnano e consolano senza clamore. È una storia dell’umanità che continua a essere scritta accanto alle grandi scoperte.

C’è poi una parola decisiva per comprendere la prospettiva cristiana: grazia. Nel linguaggio della fede è il dono di Dio che raggiunge la nostra vita e la trasforma. Leone XIV ricorda che il compimento dell’essere umano non nasce soltanto dall’aumento delle sue capacità. In Cristo, attraverso l’azione dello Spirito Santo, possiamo crescere nell’amore e andare oltre la chiusura in noi stessi. Accogliere la grazia non ci rende estranei alla nostra umanità: ci aiuta a viverla più pienamente, dentro le relazioni e le responsabilità di ogni giorno.

Il Papa torna così alle immagini con cui ha aperto l’enciclica. Possiamo costruire una Babele in cui conta soprattutto diventare più potenti. Oppure possiamo partecipare alla ricostruzione di Gerusalemme, dove il progresso serve la vita comune e c’è posto anche per chi attraversa un tempo di debolezza.

Forse la domanda più concreta è questa: quando qualcuno non riesce a stare al passo, vedo soltanto ciò che gli manca oppure cerco il modo di continuare a camminare insieme a lui?
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Per leggere il testo: Leone XIV, Magnifica humanitas, nn. 115–130. I nn. 115–117 presentano le correnti transumaniste e postumaniste; i nn. 118–126 riflettono sul limite e sulla cura; i nn. 127–130 indicano nella grazia e nell’amore il compimento cristiano dell’umano.

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