Testi Salesiani

La forza della buona educazione


Al lettore

Forse il lettore domanderà, se questo episodio contiene fatti veri o verisimili, a cui con lealtà posso rispondere che quanto ivi si narra sono fatti realmente accaduti; fatti quasi tutti veduti o uditi da me medesimo. Noto solamente che questo libro fu modellato sopra un libretto intitolato: Un mari comune il y en a beaucoup, une femme comme il y en a peu cioè: un marito come sono molti: una moglie come sono poche. Non posso dare un racconto compiuto, perché Pietro, cui i fatti si riferiscono, è ancor vivo; cosa che mi ha pure obbligato a travisare qualche circostanza di nomi e di luoghi affinché l’individuo non possa essere segnato a dito. Ho eziandio stimato bene di tacere alcune cose, che sarebbero le più interessanti, pel solo motivo che si presentano sotto ad un aspetto che contiene del soprannaturale, che perciò potrebbero essere soggetto di critica inopportuna.

Del resto qui si vedrà quale forza abbia la buona educazione sul destino della figliuolanza; si vedrà una madre modello, un figlio esemplare. Una madre che in mezzo a mille difficoltà riesce a dare la migliore educazione al figlio, e ricondurre il marito traviato al buon sentiero. Un figlio che corrisponde alle materne sollecitudini di un’affezionata genitrice; figlio che si può dire l’istrumento di cui si servì la divina Provvidenza a condurre il padre alla religione; e che in pari tempo diviene il sostegno della famiglia; modello dei compagni, esempio di fortezza e di rassegnazione ad ogni fedel cristiano.

 

Capo I. La fabbrica dei zolfanelli

Giovanni. – Veramente, o moglie, io comincio ad esser annoiato di vedere il nostro Pietro a strascinare i suoi cenci lungo le strade e di mantenerlo a far nulla. Noi abbiamo quattro ragazzi, questi è il maggiore e va sugli otto anni, bisogna metterlo a lavorare. Se non fosse capace ad altro, lo metteremo nella fabbrica da zolfanelli della signora Boccardi. Per certo non guadagnerà gran cosa, poiché è molto giovine, ma quand’anche non ci portasse a casa che alcuni soldi per settimana, ciò farà sempre piacere.

Moglie. – È vero, o Giovanni, un peso di quattro ragazzi… io comprendo che ciò comincia ad esservi di peso, poiché dovete provvedere a tutto col lavoro delle vostre mani. Ma, mio marito, io credo essere miglior cosa mandarlo ancora qualche tempo alla scuola dei Fratelli, i quali gli insegnerebbero a leggere, a scrivere e a pregare il Signore Iddio, mentrecché egli è ancora molto giovine, e incapace di fare un lavoro che ci possa procacciare qualche importante utilità. Ciò sarebbe certamente meglio piuttostoché metterlo in una fabbrica da zolfanelli, dove c’è una turba di ragazzi discoli che gli daranno cattivo esempio e cattivi consigli.

Giovanni. – Sta zitta: sempre coi tuoi cattivi esempi. Che cosa possono dire e fare di male ragazzi di questa età? Insomma siamo già intesi così; io voglio metterlo a lavorare presso la signora Boccardi.

Moglie. – Ma cerchiamo almeno un’altra fabbrica, dove non ci siano o siano pochi i soggetti di questa specie, quali sono quelli che lavorano nella fabbrica di cui parlate. Perciocché dobbiamo preservare questo nostro ragazzo da ogni cattivo incontro, onde egli possa conservare i buoni principi che io ho procurato di dargli finora.

Giovanni. – Là... basta: lasciami in pace coi tuoi principi; se non va presso la signora Boccardi non guadagna che dodici soldi per settimana, e là potrà guadagnarmene almeno diciotto, e con ciò...

Moglie. – Una parola ancora; non è per contrariarvi, ma mi sembra essere più ragionevole il fargli ora imparare quello che più tardi avrà bisogno di sapere, quando sarà in grado d’appigliarsi ad una onorevole professione, poiché io desidero vivamente che egli sappia almeno leggere, scrivere ed un poco d’aritmetica. Nel tempo stesso potrebbe imparare il suo catechismo e prepararsi a far la prima comunione e...

Giovanni. – Difficoltà subito sciolte. Egli farà come ho fatto io; io non sono andato a scuola e son venuto grande e grosso come gli altri. È vero che io so nulla e rimango mortificato quando si pone un affisso e vedo che tutti corrono per leggerlo, mentre io sono costretto a domandarne ad altri la spiegazione; se poi taluno mi domanda che cosa è pubblicato, non so rispondere un acca. Ma comunque sia, io debbo lavorare la domenica se voglio far una merenda al lunedì; coi diciotto soldi del mio ragazzo, tu farai la tua polenta ed io avrò la mia merenda. Orsù, Pietro, calzati gli zoccoli, prendi la strada e va al lavoro.

Moglie. – Poiché lo volete, lasciate almeno che lo conduca io e così possa raccomandarlo alla sua padrona.

La povera madre, mandando un profondo sospiro, lava la faccia al suo ragazzo e stringendolo fra le braccia se lo pone a sedere sopra i suoi ginocchi. “Povero ragazzo, gli dice, tu devi l’ubbidienza a tuo padre e a tua madre. In questa tua tenera età noi dobbiamo metterti a guadagnarti una parte del tuo nutrimento.

Povero ragazzo! abbi pazienza: la nostra condizione è assai meschina: gli è perciò che devi anche tu sottometterti così piccino a lavorare. Ti troverai con alcuni piccoli compagni; ricordati sempre dei buoni avvisi che io ti ho dato. Tu sai, caro Pietro, che bisogna amar Dio, epperciò ubbidire a lui e non mai offenderlo. Se i tuoi compagni ti diranno villanie, non bisogna rispondervi. Se ti danno cattivi consigli, come sarebbe di non lavorare, di prendere qualche cosa altrui, di disubbidire ai tuoi genitori, non fermarti ad ascoltarli. Abbi cura, mio povero Pietro, di raccontarmi tutte le sere ciò che ti diranno i compagni lungo il giorno. Così io potrò sempre darti buoni consigli intorno a ciò che devi fare e intorno a ciò che devi fuggire. Sii puntuale verso i tuoi padroni, cortese coi tuoi compagni; se qualcuno ti percuotesse non rivoltarti, perché tu sai che Iddio non lo vuole.

“Lavora con diligenza, offri le tue piccole pene al buon Gesù; di quando in quando pensa a lui e alla santa Vergine Maria; prega sovente questa nostra buona madre per ottenere le grazie di cui tu hai bisogno. Pregala anche pel tuo povero padre. Mi rincresce molto che egli abbia detto in tua presenza il motivo per cui vuol metterti al lavoro così presto, imperciocché voler calcolare sul tuo lavoro per meglio passare un giorno all’osteria, questo è un tristo pensiero!”.

Dopo questo trattenimento la buona madre col cuore angustiato prende per mano il ragazzo e s’incammina verso la casa dove era la fabbrica dei zolfanelli. Ella monta fino al terzo piano per una scala ripida e alquanto oscura; apre la seconda porta a diritta ed entra dicendo: buon giorno; signora Boccardi, eccovi un ragazzo di otto anni; potreste occuparlo coi vostri artigianelli di sua età?

Signora Boccardi. – Sei tu, o ragazzotto, che vuoi lavorare? Veramente tuo padre mi aveva già detto che tu non eri molto grande, tuttavia tu lo sei abbastanza per l’occupazione che sono per darti. Siate pure tranquilla, madre, egli farà del lavoro come gli altri.

Madre. – Io ve lo raccomando, signora Boccardi, se mai egli facesse qualche cosa di male, non mancate di rendermi avvertita, io ve ne prego; e procurate che egli non faccia conversazioni indecenti o di simil genere cogli altri ragazzi.

Signora Boccardi. – Andate, andate, non fate la schifiltosa, dormite in pace sopra due orecchie, il vostro ragazzo non sarà peggiore degli altri. Queste espressioni diedero una sfavorevole idea della casa dove la povera madre collocava il suo ragazzo. Ella racchiuse tutti i suoi tristi pensieri in se medesima rimettendo ogni sua fiducia in Dio sua unica speranza. Fortunata lei che seppe trovare nella religione un balsamo per addolcire le pene del suo cuore!

Ora entriamo un momento in quella fabbrica dei zolfanelli.

Un ragazzo. – Oh vedi vedi, quel ragazzo là! come è ben pulito! oh che lusso! ben lavato, vedi che bel moccichino gli pende dalla saccoccia! i parafanghi della camicia gli coprono la metà della faccia!

Altro ragazzo. – Teh! guarda, non hai le tanaglie del padre Adamo? Prestamele, voglio fare un bel giuoco. Dì, lasciami vedere il tuo moccichino! Tu piangi! perché?

Un altro. – Costoro hanno buon tempo, non badare alle loro chiacchere, vien qui, se alcuno ti domanda la ragione, rispondi che io debbo regolarti il lavoro.

Quest’ultimo che parlava così era il più vecchio della squadra. Rassicurato alquanto, Pietro andò a sedersi vicino al suo protettore, e la signora Boccardi gli portò oggetti da lavorare, intorno a cui egli si applicò con premura per poter guadagnare presto i diciotto soldi che suo padre aspettava. Pietro aveva un carattere molto gaio, la famigliarità si stabilì facilmente tra tutti gli altri ragazzi, di maniera che le conversazioni divenivano ogni giorno animate e sopra oggetti diversi.

Compagno. – Che fa tuo padre, o Pietro?

Pietro. – Mio padre è minusiere, e il tuo?

Compagno. – Il mio fa il facchino. Ti diverti bene alla domenica?

Pietro. – Sì che mi diverto. Io vado a messa con mia madre, poi ai vespri, e dopo vado a fare una passeggiata coi miei fratelli.

Compagno. – Tu vai alla messa ed ai vespri, tu… se tu sapessi quanto è più dilettevole il fare come io faccio. Mia madre mi dice: va alla messa; sì, madre, ci vado. Giunto poi alla porta della chiesa entro da una parte e fuggo dall’altra, e vado a giuocare alla trottola coi miei amici. Domenica verrai anche tu con noi, Pietro, verrai, non è vero?

Pietro. – Non è possibile; mia madre viene con me, e poi quand’anche ella non venisse, io so che bisogna ascoltar la messa in tutti i giorni di festa.

Compagno. – Tu verrai almeno mentre cantano i vespri. Tu vedrai quanto ci divertiremo.

Pietro. – Anche questo è impossibile; mia madre non mi accompagna sempre, ma mi dice di assistervi, ed io ci vado per obbedirla, poiché ella mi dice spesso che il disobbedire ai parenti è fare un dispiacere a Dio medesimo.

Compagno. – Certamente tu vuoi fare l’ipocrita, se non vuoi venire vattene alla m…

Malgrado le istanze replicate dei compagni, Pietro rimase inflessibile e per due anni continuò per la diritta strada che la sua madre gli aveva additata. Ciò è ben glorioso da parte di lui, ma egli aveva sempre avuto gran confidenza con sua madre; tutti i giorni le raccontava le cose che i compagni gli suggerivano. La madre gli dava i suoi avvisi, facevano ambidue insieme le preghiere per ottenere le grazie del cielo; e Iddio benedicendo il ragazzo, aveva potuto resistere alle minacce ed alle lusinghe dei suoi compagni.

 

Capo II. La preparazione

Le cose camminarono così per due anni. – Pietro guadagnava ventiquattro soldi invece di diciotto. La signora Boccardi ne era contenta, il padre trovava suo pro nel ricevere i suoi ventiquattro soldi per settimana, che da valent’uomo sapeva spendere in un’ora. Ma giunto il tempo della prima comunione, la buona madre si trovò in nuovi crucci. Il padre aveva promesso di lasciare quest’anno a disposizione della moglie per l’educazione del suo ragazzo. Ma che fare? il suo gusto per l’osteria era divenuto più potente che mai, gli altri ragazzi divenivano più grandicelli, la spesa cresceva, nissuno dei fanciulli era capace di guadagnare un soldo. Mia moglie, diceva Giovanni, bisogna aver pazienza, bisogna che il nostro Pietro continui a lavorare.

Moglie. – E la sua prima comunione?

Giovanni. – In quanto alla sua prima comunione cavati come puoi.

Moglie. – Ma come volete mai che egli possa imparare il catechismo e andare alla chiesa per udirlo a spiegare?

Giovanni. – Aggiustati come vuoi, io ho deciso che egli continui a lavorare. Via, Pietro, al lavoro e parti tosto.

Un profondo sospiro fu la risposta della povera madre; il figlio obbedì. La povera madre facendo una gita in città si fermò piena di tristi affetti davanti ad una chiesa, dove ella entrò e colle lacrime agli occhi si gittò ginocchioni dinanzi al tabernacolo dove risiede il Dio consolatore degli afflitti. Colà, qual fanciullo che si abbandoni nelle braccia di suo padre, gli espone tutti i crucci da cui era oppresso il suo cuore, lo supplica di inspirarle un buon pensiero e le norme che doveva seguire per ben guidare il suo ragazzo durante quell’anno cotanto importante per la prima comunione. Ella si sentì il cuore pieno di consolazione, ed uscendo di chiesa andava aspettando di poter scegliere un momento onde parlare da sola col suo Pietro e dargli gli opportuni avvisi. Questo momento giunse.

Caro figlio, ella prese a dirgli, eccoci nell’anno in cui tu devi fare la tua prima comunione; è questa la cosa più importante di tua vita, bisogna che a ciò ti prepari con preghiere le più fervorose, con un’obbedienza più pronta, con una grande puntualità ed attenzione agli uffizi della chiesa. Una cosa mi duole, ed è il poco tempo che tu avrai per imparare il catechismo ed ascoltarne la spiegazione che sarà per farti il nostro signor curato.

Figlio. – Non affliggervi, cara madre, grazie a Dio ho buona memoria e buona volontà. Nei giorni festivi ho tempo di andare e mi applicherò con tutta la possibile attenzione. Pei giorni di lavoro poi io ho un’ora e mezza per pranzo; in mezz’ora io mi spedisco il pranzo, di poi mi porterò immediatamente all’Oratorio di San Francesco di Sales, dove nel corso della quaresima si fa il catechismo a mezzogiorno. Che se non posso finir di mangiare prima del catechismo, il farò dopo mangiando un tozzo di pane nel mio ritorno.

E poi, cara madre, se me lo permettete, io ritornerò colà ogni sera, poiché là instruiscono i ragazzi volentieri e gratuitamente. Insomma io mi applicherò tanto, che spero di poter studiare e comprendere il catechismo ed essere in grado di rispondere convenientemente all’esame che sarà per darmi il nostro signor curato. Anzi io spero di poter nel medesimo tempo continuar ad imparare a leggere e a scrivere; oh quanto parmi di poter presto imparare!

Madre. – Caro figlio, vieni che io ti abbracci, le tue parole confortano l’afflitto mio cuore.

La povera madre per disporre il Cielo in suo favore raddoppiò la cura e la sollecitudine per raddolcire la ferocia del suo marito. Sebbene non le desse che venti soldi sopra i trenta che egli guadagnava in ciascun giorno, ella sapeva far sì che il pranzo fosse puntualmente preparato quando egli ritornava dal lavoro. La sua casa era tenuta con gran nettezza; non un granello di polvere sopra la tavola, il pavimento era sempre bene scopato, il letto o piuttosto il pagliericcio smosso e coperto con una coperta di cenci, è vero, ma puliti e ben rappezzati. Riceveva sempre con un’aria ridente il suo marito malgrado la sua durezza, la sua poca religione e le sue frequenti visite all’osteria. Ella compariva sempre dinanzi a lui con un’aria piacevole e ciò sforzavasi di fare nella speranza che sarebbe un giorno o l’altro pervenuta a farlo emendare.

Difatti quanti di questi uomini abbrutiti s’incontrano ogni giorno rovinati dal vino, che sarebbero ben diversi se potessero vivere in seno delle loro famiglie e trovare presso a quelle una buona accoglienza, una moglie affabile e paziente, ragazzi sommessi e rispettosi!

La povera donna, di cui parliamo, persuasa di questa verità faceva ogni cosa per rendere dolce la vita della famiglia al suo marito; ma quante sollecitudini ella non dovette darsi per procacciargli quanto gli era necessario! Quale economia nel maneggio degli affari, quante privazioni per lei, quante veglie prolungate intorno ad un lavoro ingrato e poco lucroso, e ciò tutto per poter offerire all’indomani a suo marito una minestra ch’ella non poteva più prendere sul franco che egli le rimetteva ciascun giorno!

Ma ritorniamo a Pietro. Fedele al piano stabilito tra lui e sua madre, egli lavorava come prima nella stessa fabbrica dei zolfanelli. Imparò le lezioni di catechismo digiunando; cioè impiegando l’ora del suo pranzo per recarsi alla chiesa. Spesso il suo desinare consisteva in alcuni tozzi di pane che egli riponeva nelle sue saccoccine e mangiava parte venendo, parte ritornando dal catechismo. La sera poi veniva eziandio puntualmente all’Oratorio per sentire la spiegazione di quelle cose che talvolta egli non aveva ben comprese al mezzodì. Mi ricordo di averlo più volte veduto di sera in tempo oscuro e nevoso venir tutto solo al catechismo. Una sera gli dissi: non temi di venir fin qui per un tempo sì cattivo e tutto solo? Non sono solo, rispose, Iddio buono e l’Angelo custode non sono ottimi compagni?

I suoi compagni lo burlavano a cagione della sua buona condotta; parecchi di loro dovevano eziandio fare la prima comunione in quell’anno medesimo, ma ciò era per loro e pei loro genitori una cosa di cui bisogna sbrigarsi.

Uno di loro andava dicendo: l’anno scorso io fui dal confessore rimandato perché faceva grasso nei giorni di magro a mia casa; ma mio padre mi ha detto di non essere così goffo di andare a raccontare in quest’anno queste medesime cose al signor curato.

Un altro: io ne fui rimandato per la medesima cagione, ma mia madre ha ottenuto da mio padre che quest’anno si faccia magro affinché io possa fare la mia comunione, poi si farà come prima.

Un altro soggiungeva: mio padre mi ha proibito di dire i miei peccati più gravi al curato, perché ciò potrebbe impedirmi di fare la mia prima comunione; bisogna che o bene o male io la faccia in quest’anno, perché ciò mi apre la strada a guadagnare qualche soldo di più.

Pietro sbalordito a quei discorsi si limitava a dire qualche parola di disapprovazione. Io non sono capace di rispondervi, egli diceva, ma è certo che colui il quale va a confessarsi e non promette di cuore di cangiar vita, egli fa una cattiva confessione; chi tace un peccato al confessore non ottiene il perdono dei peccati e aggiunge un sacrilegio alla sua coscienza. Quelli poi che mangiano grasso nei giorni di magro disubbidiscono alla Chiesa che comanda di astenersi dalle carni venerdì e sabato ed altre vigilie comandate. Intanto Pietro si dava premura di raccontare a sua madre gli spropositi uditi. Quella buona madre spaventata di sapere che suo figlio viveva in mezzo a ragazzi così male educati e così male consigliati, gli dava i suoi materni avvisi conformi alla sana morale del Vangelo.

Che disgrazia, andava dicendo al povero Pietro, che disgrazia è mai l’aver parenti privi di religione e soprattutto di non aver una buona madre per allontanare dai loro cuori l’influenza dei cattivi esempi e dei malvagi consigli dei loro padri. Ricordati sempre, o caro Pietro, che la prima comunione è l’atto più importante della vita, cui bisogna prepararsi lungo tempo prima riformando le cattive abitudini e praticando tutte le virtù compatibili colla tua età, come sono l’ubbidienza, la docilità, l’amore al lavoro, l’assiduità al catechismo, il rispetto e la modestia in chiesa.

In quanto ai peccati che sarai per confessare, bisognerà pentirtene ed inoltre fare la risoluzione di non più commetterli per l’avvenire. Quando anche i tuoi parenti, come quelli dei tuoi compagni, ti volessero costringere a mangiar grasso, tu ti ricorderai che bisogna piuttosto ubbidire a Dio che agli uomini. Abbi cura soprattutto di non tacere alcun peccato in confessione; bisogna confessarli tutti, pentirsi di tutti e prendere la risoluzione di condurre una vita migliore colla grazia di Dio. Egli è mille volte meglio ritardare di un anno la prima comunione, se il confessore lo giudica bene, che nascondere un peccato pel desiderio di farla; perché colui il quale fa simili comunioni si può paragonare a chi volesse invitare un amico a pranzo e presentargli pietanze sparse di veleno.

Pietro. – State pure tranquilla, o madre, sono quattro anni che io vado a confessarmi e non ho mai taciuto cosa alcuna al confessore. Qualche volta non mi ricordo di qualche cosa ed egli m’interroga e gliela dico subito subito. Così la buona madre andava preparando il suo ragazzo all’atto più grave e più serio della vita. Quante madri si occupano con premura degli ornamenti del corpo e nulla fanno per l’anima dei loro ragazzi! Che dovremo poi dire di quei genitori che oltre di non occuparsi del bene spirituale ed eterno della propria figliuolanza, sono d’inciampo alla loro eterna salute, dando scandalo coi loro discorsi e colle loro azioni? Che perciò invece di prepararli santamente alla comunione, li avviano infelicemente alla strada della perdizione? Che terribile conto dovranno poi dare al tribunale di Dio!

 

Capo III. La confessione

Pietro frequentava con assiduità il catechismo; egli si mostrava sottomesso al minimo cenno di suo padre. Questi si gloriava dal canto suo di avere un ragazzo assai migliore che non erano quelli di parecchi suoi vicini; egli non ignorava che le buone qualità del figlio erano dovute alla religione che sua moglie era riuscita sì bene a far praticare dal suo primogenito.

Ma il giorno stabilito per la comunione si avvicinava e Pietro raddoppiava il suo fervore. Egli era solito a confessarsi molto sovente e da quattro anni frequentava il medesimo confessore a cui aveva sempre aperto ogni segreto del suo cuore, né mai aveva taciuto cosa alcuna in confessione; perciò la sua confessione sarebbe stata facilmente spedita. Ma egli desiderava di assicurarsi vie meglio delle confessioni passate, nelle quali non si suol dare la dovuta importanza per difetto di cognizione; e si risolse di fare la confessione generale.

Da prima egli invocò l’aiuto e i lumi dello Spirito Santo, affine di potersi ricordare dei suoi peccati, quindi fece un diligente esame di coscienza, indi si portò alla chiesa colla massima modestia attendendo che fosse venuto il suo torno per presentarsi al confessore. Egli dichiarò tutti i suoi peccati o piuttosto quelle cose che egli giudicava che fossero colpevoli senza nascondere cosa alcuna o diminuirne la gravità. Quando poi la confessione fu terminata, egli si preparò con tutta umiltà di cuore a ricevere l’assoluzione domandando sovente a Dio di dargli forza di avere un gran dolore dei suoi peccati.

Si suole nell’Oratorio di San Francesco di Sales fare un triduo per apparecchiare i ragazzi a fare degnamente la comunione pasquale. Durante quei tre giorni di predicazione, egli fu il modello dei suoi compagni. Vedendolo così raccolto, così pio, così affabile e così buono con loro invidiavano tutti la sua sorte. Un suo compagno commosso alla modestia e alla devozione di Pietro si risolse di confessare un peccato che per compiacere suo padre aveva taciuto in una confessione antecedente.

Un giorno certo suo compagno gli diceva: vieni, Pietro, rimirati nello specchio e aggiustati a dovere i capelli. Oibò, ei rispose, io voglio aggiustare bene le cose dell’anima e preparare nel mio cuore una bella dimora al mio Gesù. Difatti ogni sua cura era diretta ad eccitarsi ad un vivo pentimento, a praticare ogni piccola virtù di sua età.

Quanti ragazzi e soprattutto quante giovanette ripongono tutta la loro cura in vestire e adornare il loro corpo piuttosto che badare ad abbellire l’anima colle pratiche delle virtù? Quanti parenti non hanno altra ambizione che di vedere la loro figlia ben adorna e ben vestita perché comparisca la più bella tra quelle che si accostano alla comunione! La madre di Pietro non aveva tali vane idee pel capo. Ella sempre occupata degli affari che riguarda-vano agli altri suoi ragazzi e a suo marito, passava quel poco di tempo che le sopravanzava a pregare e a preparare un elegante abbigliamento al suo primogenito.

Ma la povera donna non aveva mezzi onde fare grandi spese a comprare vestimenta, e se il curato non fosse venuto in suo aiuto, il buon Pietro avrebbe corso rischio di non essere vestito che di un semplice e quasi cencioso soprabito; ma là sotto a quelle umili vestimenta che anima bella vi abitava! Questo pensiero era la grande consolazione della madre.

Finalmente giunse l’ultimo giorno del sacro triduo, in cui Pietro avendo compiuta la sua confessione generale, doveva ricevere l’assoluzione. È impossibile descrivere con quale ardore egli siasi preparato. Non uno sguardo di divagazione; un perfetto raccoglimento lo accompagna; entra in chiesa, si avvicina al confessionale, e riceve il perdono dei suoi peccati. Oh quanto il suo cuore fu commosso nel momento che recitava l’atto di contrizione.

Le lacrime cadevano dagli occhi quando egli usciva dal tribunale di penitenza. Colle sue manine coprendosi la faccia si volge verso l’altare, si mette in ginocchio, rinnova l’atto di pentimento, e protesta di voler essere sempre del suo Dio, e a lui servire in tutta la vita. Il suo cuore ebbro di gioia non sa trovare espressioni onde ringraziare Iddio per essersi abbassato ad usare tanta bontà sopra una sì povera creatura. Tutti i suoi desideri si rivolgono allora al momento in cui nel dì seguente avrebbe potuto riceverlo nel suo cuore, sebbene povero, sebbene ultimo nella società.

Dove mai sarebbesi potuto trovare un mortale più felice di lui? Pieno di queste idee fa ritorno a casa. Suo padre lo vede, la figura raggiante del figlio lo riempie di stupore, le sue carezze lo inteneriscono, qualche cosa d’inconcepibile si passa nel suo cuore; s’accosta al figlio e l’abbraccia; questi trasportato dalla gioia gli salta al collo: ah mio padre, se voi sapeste, quanto io son fortunato!

Sì, io lo penso, o mio figlio, disse il padre, tu sarai presto sbrogliato della tua prima comunione.

Oh papà, soggiunse Pietro, voi mi comprendete male; che fortunato imbroglio è quello mai! Il buon Dio che viene domani nel cuore di Pietro, povera e miserabile creatura! Colui che ha fatto il cielo e la terra, vuole che io vada ad assidermi alla sua tavola, nutrirmi della sua carne: riceverlo in me stesso, fare una cosa sola con lui. Comprendete voi ciò, o caro papà? Iddio mi lascia pienamente libero di avvicinarmi a lui e di servirmi dei suoi immensi tesori. Di quante ricchezze io posso far provvisione per l’anima mia, quante grazie per voi e per mia madre io voglio domandare! Iddio essendo così buono come potrà rifiutarmi tali favori quando egli sia con me, e dentro di me, oh quanto io lo voglio pregare! Oh papà, voi sarete fortunato poiché egli ha detto: domandate e riceverete.

Il padre di Pietro fuor di sé per lo stupore andava dicendo tra sé: bisogna proprio che ci sia un’altra felicità oltre di quella che si trova in fondo alla bottiglia; io porto invidia alla contentezza di mio figlio, la sua felicità, la sua contentezza mi sembrano pure e senza mescolanza; al contrario i miei piaceri sono sempre misti a qualche amarezza; perciocché non è senza sentimento di cattivo umore che io spendo all’osteria quello che potrebbe assai sollevare mia moglie, la quale per altro è così buona, così affabile verso di me malgrado i miei torti.

In quel momento un generoso pensiero viene in mente al padre di Pietro. Io voglio, dice, anche concorrere alla gioia che mio figlio sarà per provare domani: prendi, o moglie, ecco la mia settimana intiera, io sarò domani, che è domenica, tutto il giorno con voi, andrò con Pietro a vedere la sua prima comunione. Procura che domani ci sia qualche pietanza di più, io voglio che stiamo allegri, e allegri tutti insieme.

Pietro trasportato dalla gioia salta di nuovo al collo di suo padre, lo abbraccia, e lo bacia ripetutamente. La madre cogli occhi pieni di lacrime abbraccia gli altri ragazzi, e tutti corrono festosi attorno al fortunato padre facendogli mille carezze. Egli dal suo canto prova in sé una gioia pura che per lo passato non aveva gustato giammai; la vita di famiglia e la felicità di un’anima tranquilla si erano rivelate a lui.

Prima di andarsi a coricare Pietro volle fare l’ammenda la quale consiste nel domandare perdono ai propri genitori di tutti i dispiaceri cagionati pel passato, e ciò in presenza di tutti quelli di casa. In alcuni paesi tal cerimonia suol compiersi in chiesa dai ragazzi radunati tutti insieme, poco prima di accostarsi alla mensa eucaristica; in altri paesi ciò suol farsi in famiglia.

Perdono, diceva Pietro, perdono, o cari genitori, dei disgusti che vi ho cagionati, certo che voi non ricuserete di dimenticare le offese che vi ho fatto. Dio, io lo spero, mi ha già perdonato, voi metterete il colmo alla mia felicità dicendomi che io posso essere certo della vostra benevolenza; voi vedete un povero ragazzo pentito, e che promette un’obbedienza ed un rispetto senza limiti per l’avvenire. Ah sì perdonate!

Il povero padre volgendo gli occhi incontrò gli sguardi di Pietro, e ne fu commosso fino alle lagrime, e quasi fuori di sé stesso andava dicendo: povero ragazzo, tu mi domandi perdono mentreché ciò dovrei ben farlo io e gettarmi a tuoi piedi e implorare la tua pietà per un padre che non fu per te che un carnefice; poco gli mancò che egli non rompesse in forti singhiozzi. Ponendo le mani sopra la faccia egli lascia cadere lagrime abbondanti, lagrime dolci, perché provenivano da pentimento.

Dopo la preghiera della sera, fatta con maggior fervore dell’ordinario, Pietro va a letto e piglia sonno. Il padre si avvicina e contempla sul suo povero letto di paglia l’aspetto del caro ragazzo sul quale era scolpita l’innocenza e la felicità; la sua faccia serena, un mezzo sorriso gli davano un aspetto di un Angelo. Tutto commosso egli va per mettersi a letto; ma quella sera il sonno fugge da lui, il rimorso agita l’anima sua; una buona risoluzione nasce nel suo cuore; pensa alla sua vita passata, pensa alla felicità che egli pure un tempo godeva, pensa alla tranquillità e felicità del suo Pietro; e intanto una lotta terribile del bene e del male si stabilisce nel suo cuore; e non gli è più possibile di aver pace che rinnovando la risoluzione di passare il giorno di domenica in famiglia.

 

Capo IV. Il giorno della comunione

Appena svegliato, il primo pensiero di Pietro fu un atto di adorazione e di amore ed insieme uno slancio del suo cuore verso quel Dio che in quel mattino egli sarebbe andato a ricevere. Fatta un’offerta del suo cuore a Gesù sacramentato, consacrando a lui tutta quella giornata, egli si alzò dal letto e si vestì con tutta modestia. Non crediamoci che la vista dei suoi abiti nuovi e decenti gli abbia fatta la minima impressione, sebbene fosse questa la prima volta che egli si vedesse alquanto ben vestito, giacché le sue solite vestimenta erano panni grossi e rappezzati. Che cosa è mai un vestimento che copre il corpo in paragone dell’ornamento di un’anima che si pregia della virtù, che usa diligenza per evitare la più piccola vanità, il più leggiero difetto che possa dispiacere all’ospite che vuol venire a fare la sua dimora presso di lei? Intanto la campana suona, tutti i ragazzi a schiere a schiere si portano alla chiesa, l’uno tutto fiero pel suo elegante vestito, l’altro tutto vanaglorioso perché si vede accompagnato da’ suoi parenti, o perché molti portano gli sguardi sopra di lui. Pietro è tutto umile, non bada ad alcuno; e vestito cogli abiti che la carità del suo curato gli aveva procacciato, con esemplare compostezza si reca alla chiesa.

Che importava a lui di avere tutti i beni della terra, se non fosse andato di lì a poco al possesso delle ricchezze del cielo, a partecipare al festino celeste, a sedersi alla medesima mensa dei suoi fortunati compagni, e attirare i celesti favori sopra di sé e sopra la sua famiglia? Accompagnato dal padre egli entra in chiesa; la compostezza e la modestia trasparisce in tutti i suoi passi; il suo sguardo è sempre fisso verso l’altare; non una parola, non un sorriso coi suoi compagni. Suo padre lo rimira commosso; egli è immobile, i suoi occhi sono sempre fissi sopra quella figura angelica.

All’incominciare della messa ebbe novello motivo di stupore nel vedere suo figlio a leggere in un libro. Riconobbe la bontà di sua moglie e la diligenza che ella si prese di questo caro fanciullo. Cominciano intanto a leggersi ad alta voce gli atti preparatori della comunione che sono ripetuti alternativamente dagli altri ragazzi. Con quale attenzione Pietro recita quegli atti! Con qual fervore il suo cuore vi prende parte! Come egli si umilia dinanzi a Dio! Come egli si riconosce indegno del gran favore che attende! Con quali affetti egli rinnova gli atti di rincrescimento di aver offeso Iddio così buono e così degno di essere amato! Con qual ferma risoluzione promette di evitare per l’avvenire tutto ciò che potrebbe recar danno all’anima sua!

Finalmente giunse il gran momento da tanto tempo desiderato. Tre volte questo caro ragazzo ripete: o Signore, io non son degno dell’onore che voi mi fate, io non son degno che voi veniate nel mio cuore, io vado a ricevervi solo fidando nella vostra misericordia: Gesù, Gesù, venite a prendere possesso dell’anima mia. Dette queste parole egli stende alquanto la lingua sopra le innocenti sue labbra e riceve il Dio del cielo e della terra, il sovrano dei cori celesti che riverenti lo adorano.

In quel momento Pietro non è più figlio di un povero artigiano; egli era un angelo. Nel suo cuore egli possedeva Colui che fa la vera felicità e la sola felicità della vita; egli possedeva Iddio. Il suo aspetto apparve come raggiante di luce, il suo cuore traboccante di gioia, di riconoscenza, ripete le più animate proteste di non mai più abbandonare i suoi doveri. Si trattiene con Gesù da solo a solo; e dopo d’avergli esposto la sua miseria, i suoi bisogni, le debolezze dell’anima sua, dopo di avergli domandato alcune grazie particolari, prese a dire così nel suo cuore: mio buon Gesù, io vi possedo nell’anima mia, la vostra bontà verso di una miserabile creatura mi incoraggisce a domandarvi ancora un grandissimo favore. Io ho un padre che è testimonio della mia felicità in questa chiesa, voi lo conoscete: Oh mio Gesù! io non intendo di accusarlo davanti a voi, ma posso dirvi che egli vive lontano dalle pratiche di vostra santa religione. Da lungo tempo l’anima sua non fu più nutrita del vostro sangue adorabile; le cattive compagnie lo strascinarono in certi luoghi dove egli non avrebbe dovuto andare. Cangiategli il cuore, o mio buon Gesù, fate ch’egli ritorni a voi.

Voi avete detto: domandate e riceverete: oh dunque con tale confidenza io mi rivolgo a voi. Io insisto, o amabile Salvatore, io non vi abbandonerò sinché un raggio di speranza sia entrato nel mio cuore.

La mia povera madre, sì, mio buon Gesù, ricompensatela di tutto il bene che ella mi ha fatto; datele la pazienza, la forza di condurre a compimento la mia educazione e quella dei miei fratelli; rendetele un marito degno della sua virtù; e che la pace e la felicità delle anime pure cominci a regnare tra di noi. Oh Gesù, noi siamo in una grande povertà, ma io vi domando non di cangiarcela nell’abbondanza; non vi domando altro che il vostro amore, la vostra grazia per me e pei miei parenti, e che la vostra santa volontà sia fatta tra di noi.

Durante questo colloquio interno il suo aspetto manifestava le vive commozioni dell’anima sua. Suo padre, sempre cogli occhi fissi sopra di lui, avrebbe voluto accostarsi al caro figlio e bagnarlo colle sue lacrime; ma non volle interrompere il ringraziamento che egli aveva incominciato. Pietro adunque recitò cogli altri alternativamente gli atti che soglionsi fare dopo la comunione, quindi si ritirò in un angolo della chiesa, e passò ancor mezz’ora leggendo un libro devoto. Di poi per compiacere suo padre e sua madre, pieno del contento che prova colui che compie la più grande azione della vita, accondiscende ai suoi genitori e va seco loro a casa.

In tutta quella memoranda giornata Pietro fu costantemente modello dei suoi compagni e di quelli che poterono osservarlo. Dopo un pranzo frugale a cui assistette il fortunato padre e la ancor più fortunata madre, fecero ritorno alla chiesa dove in quella sera doveva aver luogo un sermoncino, onde incoraggiare a perseverare nel bene tutti quelli che al mattino avevano fatto la loro comunione. Il padre volle sempre egli medesimo accompagnare il figlio. Questi poi sempre pieno del pensiero del suo Dio restò molto amareggiato in rimirar la dissipazione che la sera si manifestò fra quei ragazzi medesimi che al mattino avevano fatto la comunione. Altro lodevole costume si pratica in molti paesi, e sarebbe a desiderare che si praticasse in ogni luogo, ed è la rinnovazione dei voti battesimali nel giorno medesimo che i ragazzi fanno la loro pasquale comunione. E perché ciò non si suol fare tra di noi, Pietro vuol farlo in casa alla presenza di Dio, dei suoi genitori, di tutti gli altri della famiglia.

Postosi pertanto ginocchioni con un piccolo crocifisso in mano pronunziò con voce ferma e sonora; io rinunzio per sempre al demonio, alle sue pompe ed alle sue opere, e prometto di consacrarmi a Gesù per tutta la mia vita. Il padre non poté più reggere a quelle tenere e sublimi espressioni. Si sentì stringere il cuore; anch’io, prese a dire, ho fatto questa promessa, ma come l’ho mantenuta? La prima comunione per me non fu che una formalità che doveva compiersi. Oh se io avessi avuto una madre simile a quella di Pietro, certamente non avrei abbandonato i sacramenti nell’anno medesimo della mia prima comunione. Io avrei fatta la felicità di una moglie che merita un marito ben diverso da me; avrei abbandonalo l’osteria ed i falsi amici, ed un onesto risparmio sarebbe entrato in casa mia con una vita felice della famiglia. Oh Pietro! Tu mi fai conoscere la vera felicità; perdona a tuo padre. Mio Dio, perdonate ad un miserabile; e poiché foste sì buono per rendere il mio figlio cotanto felice, io spero eziandio che voi non rifiuterete il mio pentimento e la risoluzione che io fo di cominciare una vita nuova, poiché io voglio essere fortunato come lo è mio figlio, e fare la felicità della mia famiglia.

Pareva proprio che in quella sera la pace di Dio fosse entrata in quella famiglia. Che dolcezza pei cuori di tutti! Quanto mai la madre e il figlio erano lieti per aver avuto con loro il capo della famiglia. Qual gioia indicibile non gustava il medesimo padre, gioia che sperava di conservare per tutta la sua vita!

La preghiera della sera si fece in comune, il padre ci prese parte per la prima volta. Chi può immaginarsi la consolazione della povera moglie in contemplare il suo marito posto ginocchioni in mezzo a tutta la sua famiglia! Niuna cosa poteva paragonarsi alla sua felicità. Tuttavia ella aveva un timore; queste buone intenzioni, andava dicendo, saranno poi per durare? Io pregherò di tutto cuore, e Pietro, che è così intimo col buon Dio, pregherà egli pure affinché Iddio ci ascolti e ci esaudisca. Prima di porsi a letto Pietro aprì una finestra che guardava verso la chiesa, e indirizzando ancora un dolce affetto a Colui che al mattino si era dato a lui, disse: Vi saluto ancora una volta, o mio buon Gesù, fate che io sia tutto vostro ora e sempre. Quindi col cuore pieno di santi affetti, col pensiero rivolto a Dio, tra le braccia del suo Angelo custode si addormentò.

 

Capo V. La conversione del padre

Al lunedì fu deciso che Pietro ritornasse a lavorare nella fabbrica dei zolfanelli fino ai dodici anni compiuti, e che alla sera continuasse ad andare a scuola per imparar bene a leggere e scrivere. Il padre lavorò, come al solito, tutto il mattino, e dopo il mezzodì, secondo la trista e malaugurata abitudine, abbandonò il suo laboratorio. La sua moglie molto inquieta osservava i passi di lui, e fu profondamente afflitta, quando seppe che egli non era più andato a lavorare.

Un compagno lo aveva strascinato suo malgrado, ed egli era di già all’osteria. Che hai tu, gli dice quel compagno, qual cosa ti fa sembrare così tristo? Forse tua moglie ti ha battuto! Questo colpo lanciato con uno scroscio di riso risvegliò in lui la memoria di quanto era passato in cuor suo il giorno innanzi.

Giovanni. – Io sono qui, egli rispose, ma non sono dove dovrei essere; quivi non compio i miei doveri, né faccio quel che dovrei fare. Addio, me ne voglio andare.

Compagno. – Orsù dunque, è forse il tuo Pietro che ti fa girar la testa? Perciocché mi hanno detto che ieri hai fatto l’impostore in chiesa. Caccia pertanto via la tua malinconia, allegro: a tua salute, evviva l’allegria: le cose di chiesa sono buone per le donne e pei ragazzi.

Giovanni. – Sì; ma mia moglie e il mio ragazzo sono più fortunati di me, perciocché hanno la loro coscienza tranquilla, ed io sono agitato da pene atroci.

Compagno. – Sta allegro, bevi un bicchiere, due bicchieri, e tu vedrai come il buon tempo se ne ritorna.

Giovanni. – Ciò è impossibile.

Compagno. – Ta! ta! ta! ci trovo ben io il rimedio. Madama l’ostessa, presto una bottiglia, ma buono, ma squisito. Ecco il rimedio che guarisce tutti i mali, beviamo; alla salute di tua moglie e della mia! In quel momento Pietro passa colà vicino per ritornare al suo lavoro: suo padre lo vede, e ciò fu per lui come un colpo di fulmine. Si alza precipitosamente, corre verso la porta dicendo, Pietro, Pietro, ascolta, entra qui, mio caro ragazzo.

Pietro. – Oh caro papà, qual cosa mi domandate mai! Sapete bene ciò che ieri ho promesso a Dio. Abbracciatemi, o caro papà, io ritorno al mio lavoro. Il povero Pietro, tutto tristo entrò nella fabbrica dei zolfanelli. Egli risolse di non voler dire nulla e di raddoppiare piuttosto le preghiere pel suo povero padre. Giovanni intanto rientra nell’osteria, ma sembra stupido; il suo compagno se ne accorge e prende a parlargli così: te l’ho ben detto, o amico, che era il tuo ragazzo che ti faceva girar la testa. Anche il mio ha fatto ieri la sua comunione. Egli se ne è sbrogliato, non cruciarti, egli sarà ciò che vorrà. Andrà alla chiesa quando gli piacerà; io non lo impedirò giammai, ma quando egli sarà adulto, oh certamente farà come suo padre e sua madre, ed eccoti... Ah! ah! a tua salute, e via, ogni malinconia! Questa madornale bestialità lungi dal farlo ridere oppresse vieppiù il suo cuore; il pensiero di sua moglie e del suo Pietro gli stava sempre fisso nella memoria.

Giovanni. – È impossibile di ridere, mio amico, io abbandono questo bicchiere, buona sera, io me ne vado, a rivederci un’altra volta: ciò detto uscì.

Compagno. – Oh! dì, Giovanni, aspetta, ascolta una sola parola. Ma Giovanni era uscito e più non entrò. Ecco, disse il compagno, ecco un impostore, che si lascia guadagnare dalle inezie delle donne e dei ragazzi.

Altro compagno. – È vero, ma egli non ha tutto il torto, perciocché egli ha una virtuosa moglie, ed ha un ragazzo così buono che merita tutto. Esso sì che ama veramente suo padre, e che non gli risponde con arroganza come appunto fa il mio! Quando io penso che ieri mattina, dopo la sua comunione giunto a casa mi trattò insolentemente come avrebbe fatto verso un cane, ah! che dunque sarà più tardi, quando avrà diciotto o vent’anni!

Egli non avrà più né fede, né legge, egli si befferà di suo padre e dei suoi comandi come appunto io faceva una volta. Bisogna confessarlo, ella è la religione che rende la moglie di Giovanni così virtuosa, suo figlio così rispettoso ed obbediente; è la religione che porta la fortuna in famiglia. Certamente se io avessi avuto una moglie come la sua, e che mio figlio avesse avuto la sorte di essere allevato come il suo, io non sarei tanto sgraziato, e non sarei costretto a sollevare la tristezza della vita con una bottiglia. Ma dove è andato il padre di Pietro?

Quasi avesse perduto la testa, smemorato, sbadato egli cammina di piazza in contrada senza sapere dove voglia andare. Senza accorgersene si trova dinanzi alla chiesa ove il giorno innanzi aveva provate sì dolci consolazioni. Orsù, egli dice, il Dio di Pietro e di mia moglie è qua, io ci voglio entrare, avvenga quel che vuole. I suoi passi lo dirigono irresistibilmente verso l’altare dov’egli era stato testimonio della felicità di suo figlio; macchinalmente si mette in ginocchio. Ripassando nel suo cuore i riflessi del giorno innanzi, sentesi assalire da un rincrescimento e da tale commozione che i suoi occhi si sciolgono in lacrime. Da lungo tempo egli era colà assorto nelle sue meditazioni, quando si sente a tirare pel vestito dal direttore della chiesa. Sospettando ch’egli fosse travagliato da qualche crucio, il degno prete lo prende per un braccio e seco lo conduce in sacrestia. Voi, gli dice, mi sembrate oppresso da qualche dolore, raccontatemi le vostre pene, io sono ministro del Dio della consolazione; che cosa potrei fare per sollevarvi? Un profondo sospiro fu tutta la sua risposta. 386 Parte seconda: Scritti e testimonianze di don Bosco sull’educazione...

Direttore. – Parlate, mio amico, io sono un povero prete che ho già veduto ogni genere di miseria, qualsiasi vicenda umana non mi fa specie alcuna, parlate, apritemi il vostro cuore, voi parlate con un amico. Incoraggito da queste dolci parole, che non aveva mai udite tra i suoi fallaci amici, egli racconta le sue impressioni del giorno innanzi, i suoi sospiri, le sue promesse, la bontà e l’amabilità di sua moglie, la docilità e le carezze del suo primogenito.

Direttore. – Ebbene, mio amico, non è forse vostro desiderio di rendervi degno della vostra famiglia e di riacquistare l’amicizia di quel Dio, che ha reso vostro figlio cotanto fortunato!

Giovanni. – Ah sì! Questo vorrei, e ciò appunto da ieri in oggi mi tormenta continuamente l’animo.

Direttore. – Ciò non è un tormento, caro mio, è la grazia che vi sollecita, è Dio che vi fa ricordare dei vostri peccati e della sua infinita bontà, sono le preghiere di vostra moglie, e di vostro figlio che salirono al cielo. Coraggio, amico, una buona confessione, un fermo proponimento di cangiar vita, ecco il rimedio al vostro tormento. Non è vero, o brav’uomo, che voi volete confidarmi le vostre pene di coscienza?

Giovanni. – Lo vorrei di tutto cuore, perciocché voi mi sembrate molto buono, ma che diranno i miei compagni?

Direttore. – Sono forse i compagni che vi rendono la felicità che voi non avete? Osservate a che valgono i vostri compagni. Essi valgono a farvi bere, a farvi spendere malamente il vostro danaro, ad allontanarvi da una moglie, e da un ragazzo che voi amate, e dai quali siete pure teneramente amato. Lasciate che i compagni parlino a loro talento, mostrate che voi siete un uomo, e che voi avete una volontà da uomo ed una faccia virile, che non ha alcun rossore di adempiere i suoi doveri. Quando avranno alquanto parlato e riso di voi, eglino taceranno, vi loderanno, e infine diranno tra loro: almeno costui fa liberamente il suo dovere.

Giovanni. – Voi avete ragione; vedete, mia moglie mi crede all’osteria, io ci fui trascinato da un avanzo di antica abitudine; un compagno mi ha lusingato mio malgrado: io non me ne sono potuto astenere; di poi sono uscito, sono andato qua e là vagando di piazza in contrada finché trovandomi a caso dinanzi a questa chiesa io ci sono entrato...

Direttore. – Ebbene, mio amico, è il Signore Iddio che vi ha qui condotto; egli vi ama assai, come ben potete conoscere. Egli vuole restituire la tranquillità all’anima vostra, e ridonare la felicità alla vostra famiglia. Amico, ascoltate la sua voce, io sento compassione di voi; voi non siete felice. Prendete il mio consiglio: mettetevi colà in ginocchio, fate una buona confessione e voi sentirete tosto la pace a rientrare nel vostro cuore. Il sacrifizio dell’amor proprio era fatto, il rispetto umano era superato.

Fra le lacrime e i singhiozzi ei fa la prima confessione; altra confessione si stabilisce per la sera del dì seguente. Un balsamo fu gettato sopra quell’anima da sì lungo tempo agitata dai rimorsi; una gioia ineffabile si spande sul suo volto. Come colui che ritrova un gran tesoro, Giovanni col cuore pieno di gioia corre frettolosamente a casa. La medesima moglie è pure altamente stupita nel vedere il marito presentarsele con fronte allegra e serena, e quel ch’è più far ritorno a casa prima del tempo ordinario del lunedì. Donde venite, o Giovanni? ella dice. Io vengo dall’osteria, di poi dalla chiesa, disse Giovanni; io sono andato a dare un addio eterno all’una, nell’altra ho incontrato il buon direttore che mi ha veduto tutto sconcertato, io gli ho raccontato le mie pene, ed egli mi incoraggì ad applicarvi il rimedio solo ed unico, la confessione.

Per verità mosso dalla sua bontà e cortesia io mi arresi ai suoi desideri, ed eccomi tutto contento di me medesimo; ora io vengo a dare uno sposo alla moglie, un padre ai ragazzi che ho per tanto tempo abbandonati. Non è possibile esprimere la commozione della povera moglie, e la contentezza di Pietro nel sapere che suo padre aveva dato un assoluto addio al giuoco ed all’osteria, era andato alla chiesa e si era confessato. Ci vorrebbe un volume per esporre la felicità di questa famiglia riunita da che il suo capo ebbe cangiato condotta ed era entrato in grazia con Dio per mezzo dell’assoluzione dei suoi peccati, e ch’egli ebbe ricevuto nel suo cuore un Dio che aveva sì lungo tempo oltraggiato. Malgrado la miseria, la gioia cominciò ad albergare nella famiglia, perciocché tutti praticavano la religione, sola sorgente della vera felicità.

La più grande benevolenza cominciò a regnare tra loro, perché la domenica e il lunedì il marito non si dilettava più di mangiare in un giorno i risparmi dell’intera settimana. La moglie buona e attenta trovava mezzo di risparmiare qualche cosa per regalare un mezzo litro al marito dopo il pranzo della domenica, affinché egli non fosse ad un tratto privato delle golosità che formavano le sue delizie all’osteria. Tutti assistevano ai divini uffizi della chiesa, dopo la predica e la benedizione, il padre ed i figliuoli andavano a fare una passeggiata, e nell’inverno passavano le loro sere ora in famiglia, e talvolta il padre col suo caro Pietro veniva qui tra noi a passare la sera in piacevole ed onesta ricreazione, assistendo alle rappresentazioni, commedie, o cose simili che sogliono aver luogo nel nostro Oratorio nelle sere festive d’inverno. Al lunedì il lavoro progrediva come gli altri giorni della settimana.

I compagni di Giovanni schiamazzarono qualche tempo sopra di lui per quel suo nuovo tenor di vita; ma presto si stancarono lasciando luogo alla stima, che egli seppe loro inspirare colla sua buona condotta. Mattino e sera si recitavano le preghiere in comune; tutti si accostavano con frequenza alla santa confessione e comunione; più volte furono veduti padre, madre e ragazzi l’un dopo l’altro fare la confessione, quindi tutti insieme fare divotamente la comunione. Così una famiglia da parecchi anni immersa nella desolazione per causa di un padre di famiglia sbadato, che incautamente aveva dimenticato i doveri di marito e di cristiano e che aveva dimenticata la religione; dopo dodici anni di tribolazione, tornò a vedere giorni di pace e di tranquillità, perché solo la religione o la grazia di Dio può render l’uomo contento e felice.

 

Capo VI. Le vicende della gioventù

Il lettore certamente desidererà di conoscere la continuazione di questo racconto; ed io di buon grado sono per appagarlo; solo per contenermi in una discreta brevità stimo bene omettere quanto riguarda ai genitori di Pietro, e tenermi unicamente ai fatti particolari che ad esso riguardano. Comincierò col riferire i proponimenti fatti nella sua prima comunione dando un cenno sul modo con cui egli li ha osservati nella sua giovanile età. Un giorno mi venne tra le mani un libro di devozione; aprendolo vidi un foglietto scritto con caratteri informi e senza ortografia. Mi feci a leggerlo e mi accorsi essere il memoriale di Pietro fatto nell’occasione della prima comunione.

Sebbene sia scritto con rozze parole, come ognuno può supporre in un giovanetto di undici anni, e che appena comincia a leggere e scrivere, tuttavia attesa la semplicità e la importanza della materia io stimo di trascriverlo senza alcuna rettificazione, persuaso che potrà servire di modello a tutti quelli che fanno la loro prima comunione. Eccolo adunque. “Regole di vita stabilite da me Pietro, nel giorno fortunato che ho fatto la mia prima comunione ai 12 aprile del 1845 in età di 11 anni compiuti. “Io mi metto in ginocchioni, ed alla presenza di Dio prometto che domani appena avrò ricevuta l’ostia santa farò i seguenti proponimenti per potermi salvare l’anima mia.

1° Prometto che Dio sarà sempre mio padre, e Maria santissima mia madre, ed io voglio amarli ed ubbidirli tutti due.

2° Confessarmi ogni quindici giorni od una volta al mese, e comunicarmi secondo il permesso che mi darà il confessore.

3° Santificare le feste andando sempre alla messa, predica e benedizione.

4° Ogni giorno leggere qualche poco di un libro di devozione, e recitare ogni giorno una salve a Maria Vergine per mio padre e mia madre affinché si possano salvare.

5° Domanderò con umiltà di cuore a Gesù, quando sarà in me, due grazie particolari, 1. di poter fuggire sempre i cattivi compagni; 2. di poter conservare la virtù della modestia fino alla fine della mia vita, come fece S. Luigi.

6° Questi proponimenti li leggerò e li rinnoverò una volta al mese in ginocchio dinanzi al crocifisso.

– Così sia. Santa Maria, salvate l’anima mia, l’anima di mio padre, di mia madre, e l’anima dei miei fratelli e delle mie sorelle.

– Così sia.” Questi sono i proponimenti che Pietro fece nella sua prima comunione. Come ognuno può facilmente conoscere, il buon Pietro aggiustò alla bella meglio alcuni sentimenti forse uditi nelle prediche del triduo fatto in preparazione alla Pasqua, nel modo che gli parevano più applicabili a se medesimo. Comunque ciò sia, egli si fece il più sacro dovere di osservarli.

Prima di restituirgli il libro coi suoi ricordi, gli ho domandato, se fino allora aveva mantenute le promesse fatte e scritte in quel memoriale. Finora sì, mi rispose, e spero di mantenerle fino alla morte. E credo che sarebbe commettere una grossa bugia, quando si dicesse una cosa a Dio e che poi non si attendesse. Giunto all’età di tredici anni, i parenti di Pietro vedendolo in forze da poter intraprendere più conveniente professione, il collocarono in una fabbrica da cotone. Tal novella occupazione, sebbene procacciasse qualche soldo di più nel guadagno temporale, riusciva d’inciampo alle pratiche religiose; perciocché il suo padrone, ora col pretesto di lavoro di premura, ora per commissioni particolari lo faceva lavorare quasi tutta la giornata di festa.

Povero me, andava Pietro esclamando, Iddio comanda di santificare i giorni festivi, ed io sono costretto a profanarli; come mai le nostre fatiche potranno essere da Dio benedette! Parlò di questo coi suoi genitori, che provavano ambidue gran ripugnanza nel permettere al loro figlio di perseverare in tale occupazione. La madre spesso diceva: immaginati, o Pietro, quanto mi rincresca di vederti a passar la maggior parte del giorno del Signore in lavori profani. Pure non so che farci.

Ne ho parlato col nostro signor curato, e mi ha consigliata ad aver pazienza, perché non si può altrimenti; ma che intanto siamo obbligati a cercarsi altro lavoro, e che possiamo tollerare quel padrone fino a tanto che se ne sia potuto trovare un altro migliore. La Provvidenza però venne in soccorso di Pietro, facendo provare col fatto, che il guadagno dei giorni festivi porta la rovina su tutto il lavoro della settimana.

Ecco il caso. Quel padrone andò soggetto ad un incendio; poi fu colpito da un fallimento; gli morirono due ragazzi; la moglie fu più di un anno inferma; sicché egli fu costretto a rimettere ad altri la sua fabbrica, e da padrone diventare semplice operaio. Mentre era con quel padrone, come mai Pietro poté praticare i doveri di religione? Chi desidera veramente di fare il bene, trova il tempo a farlo. Ogni domenica, levandosi di buon mattino, prima di andare al lavoro, si recava ad ascoltare la santa messa, dopo cui si faceva la predica. Al dopo pranzo, se poteva, andava ancora ad un’istruzione; altrimenti andava sul tardi della sera alla benedizione in qualche chiesa.

– Trovava anche tempo per confessarsi. Se non poteva avere altra comodità, si recava al sabato a sera dal solito confessore per confessarsi, facendo poi la comunione al mattino della domenica; talvolta si confessava la domenica a sera e si comunicava al lunedì buon’ora prima di recarsi al lavoro.

– Era pure perseverante a leggere ogni giorno qualche poco di un libro di devozione; e poiché spesso gli mancava tempo, portava in saccoccia il Giovane provveduto, e andando o ritornando dal lavoro ne leggeva qualche tratto, che egli studiavasi di ritenere a memoria per darlo a mangiare ai suoi pensieri, come egli soleva dire, e qualche volta anche per raccontarlo ai suoi compagni.

Il novello padrone di Pietro fu più umano ed anche più cristiano del primo. Ammaestrato dalle sciagure del suo antecessore, e pienamente persuaso che la santificazione delle feste è cosa comandata da Dio, e che porta seco la benedizione celeste su quanto si fa nel corso della settimana, faceva accudire i suoi lavori, voleva che tutti si trovassero per tempo; ma al sabato a sera ordinava di chiudere la sua officina, né più si apriva fino al lunedì.

Questa deliberazione fu la sua fortuna. Tutti andavano volentieri a lavorare per lui; si trovavano tutti per tempo al proprio dovere, niuno faceva il lunedì e i suoi lavori progredivano prosperamente. Pietro fu eziandio molto favorito dal novello padrone, il quale avendone osservata la fedeltà, la puntualità, l’attività, gli accrebbe tosto lo stipendio giornaliero; da dieci soldi lo portò a quindici. E poiché mediante l’assiduità alla scuola serale, Pietro era giunto ad imparare assai bene l’aritmetica ed il sistema metrico cogli elementi della lingua italiana, il suo padrone lo stimò capace di tenere il registro del lavoro di un determinato numero di compagni, con carico d’invigilare che non succedessero alterchi, né si facesse guasto di cosa alcuna nel filare o nel tessere il cotone.

Questa carica piacque ai compagni che non potevano avere assistente più paziente, più caritatevole; contento il padrone che difficilmente avrebbe potuto affidare tale affare a persona più fedele e più diligente di lui. Contento fu eziandio Pietro poiché con quella sua autorità mentre invigilava che ciascuno attendesse al lavoro, poteva eziandio impedire di bestemmiare o nominare il santo nome di Dio invano, o fare cattivi discorsi. Che più? A chi ama Dio, vanno bene tutte le cose. Il padrone osservando la buona condotta di Pietro, e il vantaggio che ne risultava, gli aumentò più volte la paga. Sicché Pietro toccava solo i diciassette anni, quando aveva già fisso uno stipendio di franchi dieci per settimana.

Il che fu un vero tratto di Provvidenza, perciocché suo padre da parecchi mesi andava soggetto ad alcuni incomodi, e non potendo più fare la sua giornata, rimaneva quasi tutto a carico di Pietro il mantenimento della famiglia. Quante volte la buona madre benediceva il tempo impiegato per l’educazione di suo figlio! Quante volte il padre ringraziava la divina Provvidenza di avergli data una moglie che aveva saputo sì bene insinuare i principi religiosi nel cuore del suo Pietro che allora formava la consolazione ed il sostegno dell’intera famiglia.

 

Capo VII. Fatti particolari

Non pensiamoci che Pietro non abbia avuto cattivi incontri; perciocché la gioventù è l’età dei pericoli, e questi si trovano in ogni luogo e fra tutte le condizioni di persone. Pietro ne ebbe anche molti: ma col suo coraggio e coll’aiuto della grazia di Dio si liberò da tutti senza lasciarsi strascinare dalla corrente del male. Ne andrò esponendo alcuni. Un giorno festivo, era giorno di san Pietro, alcuni compagni lo invitarono ad andare seco loro a fare una partita. Vieni Pietro, gli dissero, vogliamo pagarti la festa.

Pietro. – Vi ringrazio, cari amici, ci andrò di buon grado, ma dopo di avere assistito alle funzioni di chiesa.

Compagni. – Andremo poi dopo alle funzioni di chiesa, c’è tempo.

Pietro. – Andiamo prima a fare ciò che comanda Iddio, poi farò quello che vogliono gli uomini. 

Compagni. – Se andremo teco alle funzioni di chiesa ci verrai poi certamente?  Pietro. – Ci andrò certamente alla sola condizione che già sapete.

Compagni. – Quale?

Pietro. – Che non facciate cattivi discorsi. Quei compagni pel piacere di aver seco loro Pietro, che era di compagnia molto piacevole, mentre era pur tale il desiderio dei parenti di ciascun di loro, andarono ai vespri, alla predica, alla benedizione. Andati poscia al luogo stabilito per la loro merenda, nacque per Pietro un imbroglio tanto più grave, quanto inaspettato. S. Pietro in quell’anno accadeva in venerdì, e quei giovani, abbiano ciò fatto in buona fede, o con malizia, fatto sta che fecero apparecchiare la merenda di grasso. Pietro si accorse subito dell’impaccio in cui si trovava. Sì che l’avete fatta bella, prese a dire ai compagni.

Un compagno. – Che c’è, Pietro?

Pietro. – Non avete badato che è venerdì? A noi cristiani non è permesso di mangiar grasso in questo giorno.

Compagni. – È vero, non ci abbiamo pensato, ma che farci a quest’ora? adesso quel che è fatto è fatto.

Pietro. – A quest’ora non cessa di essere venerdì, nemmeno cessa di obbligare il comandamento della Chiesa.

Compagni. – Ma non ci abbiamo pensato, né l’abbiam fatto a posta. Pietro. – Ma se ora mangiamo grasso, ci pensiamo e lo mangiamo a posta.

Compagno. – Io credo, Pietro, che per una volta possiamo passarci sopra. Pietro. – Io so che è proibito di mangiar carne il venerdì, il sabato, ed altre vigilie comandate; né io vedo che si possa mangiare una volta senza che ci sia grave motivo, come sarebbe una grave malattia.

Altro compagno. – Pietro, lascia pur tutto sulla mia coscienza; una volta sì, che era proibito, ma adesso ne mangiano tutti.

Pietro. – Sei ben grazioso nell’assumerti tale risponsabilità sulla tua coscienza; ma se io vado all’inferno tu non verrai a cavarmi fuori. Non ho poi mai sentito a dire che i precetti della Chiesa si possano trasgredire senza peccato.

Compagno. – Ma in questi tempi ne mangiano tutti.

Pietro. – Scusami, non è vero, che ne mangiano tutti: io conosco molti che mangiano magro nei giorni che è proibito il grasso; qualora poi si desse il caso che ne mangiassero tutti, forseché all’inferno non ci sarebbe posto per tutti? Forse in questi tempi non è più il Signor Iddio che comanda? Cangiano i tempi, cangiano gli uomini, ma la legge divina non cangia mai.

Compagno. – Non è Dio che comanda di fare magro, ma è la Chiesa.

Pietro. – Ma è Dio che governa la Chiesa, dunque ciò che comanda la Chiesa, lo comanda Iddio.

Compagno. – Ma, Pietro, ascolta con pazienza: che cosa importa al Signore che in questa sera io mangi una fetta di salame, o una fetta di formaggio?

Pietro. – Che importava al Signore che Adamo mangiasse quel frutto, o non lo mangiasse? Pure tu sai che terribile castigo abbiasi tirato addosso. Caro amico, nelle cose comandate da Dio, non dobbiamo cercare che cosa importi a Dio, ma quali ne siano le conseguenze a nostro riguardo. Non posso impedirvi dal mangiarne; ve lo proibirei, se potessi; ma io non ne mangerò mai.

Compagno. – Ma non sai, Pietro, che quando interviene una grave causa si può mangiar grasso: quando i miei genitori sono ammalati non badano più al venerdì.

Pietro. – Va bene quello che dici; ma qui non ci vedo alcuna causa grave; noi godiamo ottima sanità.

Compagno. – Ma che vuoi farne di questa roba?

Pietro. – Io sono vostro amico, vostro compagno, ma non vostro economo. Questa roba si può conservare o farne altro uso, ma non mangiare.

Altro compagno. – Ascolta ancora, o Pietro. Tu ben sai che siamo in tempo di costituzione, in tempo di libertà; tempo in cui ognuno può scrivere, parlare, pensare, fare come vuole.

Pietro. – La libertà, di cui parli, neppur può aver luogo tra le cose comandate, o proibite dalla legittima autorità umana, quanto meno presso Dio. In cielo non ci è costituzione che possa abrogare la legge divina: né fra i precetti di Dio vi è la libertà di fare o pensare come ognuno vuole; la sua santa legge è eterna; tanto obbligava ieri, quanto oggi; e niuno degli uomini può introdurvi la minima mutazione. Che se voi volete insistere sulla parola libertà, facciamo così: io lascio voi in libertà di mangiare quel che volete; perché non ve lo posso impedire e voi sarete certamente cortesi di lasciar me in libertà di mangiar quello che voglio.

A tali parole niuno più cercò di fare a Pietro alcuna osservazione; e lasciando a parte ogni discussione, si misero a tavola per mangiare e Pietro con loro. Gli occhi di tutti erano rivolti a Pietro. Esso tutto gioviale prende un tozzo di pane con ciriegie e si mette a mangiare con buon appetito. Vedendo ciò un compagno si fa a dire: se Pietro mangia così voglio seguirlo anch’io; e lasciando a parte pollastro e salame, che spartito era già nel piatto, prende una fetta di formaggio. Un secondo, poi un terzo, poi un quarto compagno fa altrettanto.

Era ridotto a tre il numero di quelli che eransi messi a mangiar grasso. Sebbene loro rincrescesse assai l’interrompere, tuttavia confusi dall’esempio degli altri, e dai rimorsi della coscienza si diedero pure a mangiare formaggio e frutta. Mangiarono allegramente. Pietro non poteva capire la gioia in suo cuore in vedere che era riuscito ad impedire che i suoi compagni offendessero il Signore. Finita la merenda Pietro ricreò molto i suoi amici con alcune lepidezze ed alcuni innocenti trastulli; perciocché Pietro sebbene fosse riservatissimo nel parlare, tuttavia era molto gaio e lepido nel conversare, e quando era con altri si poteva chiamare l’anima della brigata. Finiva la ricreazione col farsi della notte.

Quando erano sul punto di recarsi ciascuno a casa sua, Pietro indirizzò loro questo saluto: Voi, o compagni, oggi mi avete fatto un gran piacere, coll’avermi dato occasione di onorar il santo di cui porto il nome. Ma la mia consolazione fu assai più grande quando vi ho veduti tutti quanti a mangiar magro. Per l’avvenire voi sarete tutti miei cari amici, e poiché oggi avete pagato tutto voi, io v’invito per dopo domani, domenica a sera, a casa mia per mangiare qualche cosa di grasso e ciò a mie spese. I miei genitori mi amano molto; ed eglino stessi prenderanno parte alla nostra allegria.

Quei compagni accettarono l’invito; e la domenica seguente dopo di aver adempiuti i doveri religiosi, recaronsi a casa di Pietro. I genitori che desideravano di festeggiare il giorno onomastico del loro caro Pietro, furono ben contenti di quella partita; talché la madre si adoperò in particolar maniera affinché nulla mancasse di quanto può contribuire ad un festino di veri amici. Così Pietro ebbe la consolazione di vedere quei suoi compagni avviarsi alle sacre funzioni ed impedire che violassero i precetti della Chiesa.

Di più quei compagni divennero fedeli amici di Pietro, e nei giorni festivi continuarono ad andare con lui in chiesa, nulla omettendo di quanto deve fare un buon cristiano per santificare le feste. Quanto bene può fare un compagno coraggioso e veramente cristiano, e che non si lasci dominare dall’umano rispetto! Capo VIII. Singolarità di sua divozione Dice il Signore che la strada la quale un giovanetto prende a battere nella sua prima età, la tiene nella sua gioventù, nella virilità, nella vecchiaia,fino alla tomba.

Fortunati coloro che hanno la bella sorte di darsi a Dio in gioventù! Essi hanno già una caparra quasi certa della loro eterna salvezza. Questa sorte avventurosa toccò al nostro Pietro. Egli si diede per tempo a Dio, e col crescere degli anni crebbe pure meravigliosamente nella virtù. E ciò che reca maggior meraviglia si è, che quanto più studiavasi di farsi conoscere dinanzi a Dio, altrettanto nascondevasi in faccia agli uomini. Qui andrò accennando alcuni fatti che riguardano la singolarità della devozione di Pietro. Nei giorni festivi dopo le sacre funzioni tra di noi si sogliono distribuire parecchi trastulli nel recinto dell’Oratorio, affinché i giovanetti che ivi intervengono possano passare il tempo in piacevole ed onesta ricreazione.

Pietro assisteva, parlava, incoraggiva e godeva dei divertimenti altrui, ma di rado egli vi prendeva parte. Che cosa egli faceva? Quando tutti i compagni erano in movimento, cantando, correndo, giuocando e simili, io lo vedeva destramente a sottrarsi dagli schiamazzi e in bel modo ritirarsi in chiesa. Adocchiandolo, senza ch’egli se ne avvedesse, mi accorgeva che tutta la sua furberia tendeva a far senza disturbo una visita al santissimo Sacramento, recitare la terza parte del rosario, e percorrere le stazioni della Via Crucis.

Richiestolo un giorno a dirmi in tutta confidenza perché scegliesse tal tempo per pregare, e qual fine speciale avesse in quelle preghiere, mi rispose: Scelgo un tal momento, perché i miei compagni essendo tutti occupati nella ricreazione niuno viene a disturbarmi. Queste preghiere poi le dirigo tutte a suffragare le anime del Purgatorio. Povere anime, egli diceva commosso, povere anime! noi possiamo suffragarle, e farle andar presto in paradiso con Dio; non sarebbe un atto di crudeltà non fare quanto possiamo per sollevarle?

Malgrado la diligenza sua a scegliere il tempo in cui non fosse osservato, tuttavia alcuni compagni, dati anch’essi alla devozione se ne accorsero, e ne seguirono l’esempio. Da ciò ne derivò l’uso, che si conserva ancora oggigiorno, di recitare la terza parte del rosario dopo compartita la benedizione del santissimo Sacramento; a cui prende parte soltanto chi vuole, senza esserci alcuna obbligazione, mentre il maggior numero dei giovani si dà ai divertimenti nel cortile. Il suo cuore era sì buono ed affettuoso, che provava la più tenera e sensibile impressione nel sentire a ragionare di cose spirituali. Bastava parlargli del paradiso, dell’amor di Dio, o dei suoi benefizi, che egli sentivasi tutto commosso.

Un dì standomi attorno con altri suoi compagni gli indirizzai queste parole: Pietro mio, se tu sarai sempre buono, che gran festino faremo un giorno su nel cielo col Signore! Saremo sempre con lui, lo godremo e lo ameremo eternamente! Queste parole dette quasi a caso produssero tale impressione sul sensibile suo cuore che tosto il vidi impallidire, svenire, e sarebbe certamente caduto a terra se i suoi compagni non lo avessero sostenuto. Mi ricordo pure di un aneddoto succeduto in Giaveno nell’occasione che un certo numero di giovani eransi colà recati per fare gli esercizi spirituali. In principio di ciascuna predica egli collocavasi in qualche cantuccio come per osservare quale argomento fosse per trattare il predicatore.

Osservava che talvolta si avanzava più in su verso il predicatore, o talvolta usciva di chiesa frettolosamente. Veduto ciò farsi ripetutamente, volli saperne la ragione, e, Pietro, gli dissi un giorno, perché tal novità, e non vai a dirittura cogli altri al tuo posto assegnato? A che ti arresti in fondo alla chiesa? Ciò faccio, egli rispose, per non recar disturbo ai miei compagni. In che maniera, replicai, temi di recar disturbo ai tuoi compagni?

Ed egli: veda, se il predicatore fa la predica sul peccato mortale, io non posso reggere; mi sento a straziare in tal maniera il cuore, che debbo uscire o gridare. Allora conobbi perché talvolta uscisse improvvisamente dalla chiesa dell’Oratorio, e con tutta fretta, e talora rompesse anche in grida, o facesse moti disordinati. Per questo motivo se mi accorgeva che egl’era presente alla predica, procurava di temperare le mie espressioni; ma bastava profferire la parola peccato mortale con un po’ di emozione, e tosto balzava dal banco e fuggiva. Laonde in tempo di predica era solito a restarsi vicino alla porta della chiesa.

Questi fatti, a detta dei maestri delle cose spirituali, dimostrano due importanti verità. Primieramente fanno vedere quanto pura ed innocente fosse l’anima di Pietro, per provare tanto viva sensazione nell’udire a parlare di cose spirituali. In secondo luogo quanto fosse profonda e ben radicata l’avversione al male; dolce presagio di continuazione nella virtù per l’avvenire.

Nonostante le molte occupazioni, cui doveva attendere presso al proprio padrone e nella stessa casa paterna, egli trovava tempo per la preghiera e per le altre pratiche religiose. Il mattino si levava di letto assai per tempo; andava ad ascoltare la santa messa, durante la quale recitava le sue ordinarie preghiere colla terza parte del rosario, e spesse volte faceva eziandio la sua comunione. A mezzodì aveva due ore di tempo libero, ch’egli, invece di passarlo in giuochi o sdraiato in qualche sito, come si suol fare da molti, egli aiutava i suoi genitori a dar sesto alle cose di casa, faceva recitare la lezione ai suoi fratelli minori, e poi un quarto d’ora prima del tempo dovuto trovavasi al laboratorio per distribuire a ciascuno il lavoro di mano in mano che gli artigiani giungevano. Occupava minutamente qualsiasi ritaglio di tempo, e se poteva, univa la preghiera al lavoro materiale. Nell’andata o ritorno dal lavoro, nel fare commissioni in luoghi alquanto appartati, se era solo, davasi a pregare. A questo proposito non voglio passare sotto silenzio un fatto di cui sono stato io medesimo testimonio.

Una sera sul farsi della notte mi recava a casa passando pel viale che da Po conduce a Porta palazzo. Giunto ad un certo punto della strada raggiunsi un giovanetto che portava una lunga e pesante stanga di legno, armata di grosse cavicchie di ferro. Pareva che il portatore oppresso dal peso gemesse, pareva che parlasse. Povero giovane, dissi tra me, bisogna ch’egli sia ben affaticato. Quando gli fui più vicino vidi che di quando in quando chinava il capo, come si suol fare al Gloria Patri, o quando si nomina qualche cosa di grande venerazione: sicché potei accorgermi che pregava.

Costui era Pietro. Pietro, gli dissi, mi sembri molto stanco!

Pietro. – Non tanto, sono andato a fare una commissione pel mio padrone, porto il cilindro di una macchina che si era guastata, e che ora fu fatta aggiustare. Io. – Mi pare che tu parlassi, con chi l’avevi?

Pietro. – Eh veda, questa mattina non ho potuto andare a messa, perciò non ho detto il rosario, e poiché mi trovo solo per questo viale, lo vado qui recitando, e mi do particolarmente premura di recitarlo, perché oggi è martedì, giorno in cui morì una mia zia che mi voleva tanto bene, e che mi aveva fatto molti favori. Non potendo altrimenti dimostrarle la mia gratitudine, recito ogni martedì la terza parte del rosario per l’anima di lei. Esempio questo ben degno di essere imitato specialmente da quelli che hanno ricevuto qualche benefizio. La preghiera è un mezzo facilissimo, ed efficacissimo per dare qualche ricompensa a quelli che ci hanno in qualche maniera beneficati.

 

Capo IX. La separazione dalla casa paterna

Una cosa venne a sconcertare quell’intera famiglia. Fu la leva militare cui Pietro per età doveva sottoporsi. La sorte non lo favorì e Pietro doveva arruolarsi alla milizia. Non si può esprimere la desolazione dei suoi genitori. Povero me!, andava esclamando l’infermiccio genitore, io mi avvicino alla vecchiaia; la robustezza, la sanità partirono da me; sono incapace di guadagnarmi il vitto; l’unico sostegno era il mio Pietro. Ora va alla milizia; povero me, povera mia famiglia! La desolazione e la miseria mi condurranno presto alla tomba.

Pietro. – Non affannatevi, padre, siamo cittadini, dobbiamo servire la patria. Anche in queste cose bisogna riconoscere il voler del cielo. Tocchi a chi tocca, bisogna aver pazienza e rassegnarsi. Nemmeno voglio che vi addoloriate tanto pel timore della miseria. Mettiamo in Dio la nostra confidenza; osserviamo la sua legge, egli non mancherà di venire in nostro aiuto.

Padre. – Ma chi mi aiuterà?

Pietro. – Iddio sarà nostro aiuto; mia madre continuerà ad assistervi, ho già due fratelli che cominciano a guadagnare qualche cosa; io pure non cesserò di fare quel che posso per venire in vostro soccorso. La madre sempre buona e sollecita del bene spirituale di suo figlio più ancora di quanto fosse pel bene temporale della famiglia, la sera precedente alla partenza di Pietro, il condusse in una camera alquanto appartata e prendendo il figlio per mano, Pietro, gli disse, domani tu lascierai la casa paterna, tu lascierai i tuoi genitori; chi sa se ci vedrai ancora in vita. Quanti strani pensieri opprimono il mio cuore in questo momento!

Pietro. – Non piangete, madre, voi mi affliggete troppo parlando così.

Madre. – Non piango la tua partenza, io sono cristiana e so quali sono i miei doveri verso Dio e verso la patria! ma mio caro Pietro, il pensiero che tu hai passato ventun’anni sotto agli occhi miei sempre buono, sempre amante della religione, sempre frequentando i santi sacramenti, sempre lontano dai cattivi compagni, ora poi che ti veggo partire per andare a far il soldato, dove ci sono tanti pericoli sia da parte delle persone con cui tratterai, sia pei luoghi dove sarai mandato; ah! questo pensiero m’affligge, mi addolora e mi fa temere qualche sinistro per l’anima tua.

Pietro. – Comprendo le vostre pene, o madre, i vostri timori sono fondati. Ma anche a questo io ho già in parte provveduto. Questa mattina sono andato a fare la mia confessione e la mia comunione e se coll’aiuto di Dio potrò mantenere i proponimenti fatti ed osservare il regime di vita stabilito, sono certo di evitare l’offesa del Signore.

Madre. – Sarai tu abbastanza coraggioso da non prendere parte a cose proibite dalla santa legge di Dio?

Pietro. – Lo spero; ed è appunto quello che ho già promesso e che prometto dinanzi a questa immagine di Maria che fin dalla prima comunione ho sempre onorata come madre mia carissima; prometto, dico, di mantenermi costante nel servizio del Signore, non badare a chi parla male, frequentare la preghiera ed i santi sacramenti come finora ho fatto.

Madre. – Queste tue parole, o Pietro, mi danno grande consolazione, e poiché siamo qui innanzi a questa immagine della Vergine beata, facciamo questo patto: tu non passerai giorno senza fare qualche preghiera alla beata Vergine, affinché ti tenga sempre lontano dal peccato; io poi tutte le sere prima d’andare a letto verrò pure ad inginocchiarmi qui d’innanzi a questa santa immagine e, ovunque tu sia, invocherò sopra di te le grazie e le benedizioni di questa madre pietosa.

A questo punto rimasero ambedue talmente commossi che diedero in un forte pianto. Il padre se ne accorse, si recò nella medesima camera, lo seguirono gli altri ragazzi più giovani e allora apparve la scena più commovente del mondo. I gemiti, i sospiri, le lacrime e i singhiozzi erano unanimi. L’un guardava l’altro in faccia lacrimando e piangendo senza proferir parola, finché Pietro fattosi animo, è tempo, egli disse, di alzare gli occhi al cielo e rassegnarci a Dio, nostro creatore. Offriamo a Dio questa dolorosa separazione in espiazione dei nostri peccati. Buona notte, andiamo al riposo.

I dolenti genitori confortati dalle tenere parole del loro figlio fecero pure a Dio un sacrifizio delle loro pene e andarono a letto senza però poter pigliare un momento di sonno. II mattino seguente prima di partire Pietro radunò tutti i suoi fratelli e sorelle intorno al letto di suo padre, il quale perché di salute cagionevole era ancora coricato, e colla solita sua affabilità raccomandò caldamente a tutti la santificazione delle feste, ai fratelli poi raccomandò di guardarsi bene dalle cattive compagnie e dalle bestemmie.

Fra le altre cose diceva: se amerete Iddio, se lo servirete e sarete obbedienti al padre ed alla madre, voi avrete grandi benedizioni spirituali e temporali. A voi poi, o madre, raccomando di continuare ad aver cura della persona di mio padre. Esso è di sanità cagionevole, perciò più degno della nostra compassione e della nostra sollecitudine. Egli è mio padre.

A voi, o padre, raccomando pure la pazienza e la rassegnazione: non abbiamo ricchezze; epperciò dovrete forse tollerare qualche stento: ma il Signore terrà conto di ogni cosa. Sebbene io debba vivere lontano da voi, non mancherò di pensare a voi, e farvi avere quei sussidi che a me saranno possibili. Intanto prendete, o padre... Che mi dai, o Pietro, disse attonito il padre. Prendete, ripeté con amorevolezza Pietro, è questo il risparmio da me fatto negli anni scorsi. Voi e mia madre mi regalavate qualche cosa pei miei minuti piaceri, io potei farne a meno; una parte tengo per me, onde fare le prime spese giunto che sarò al mio reggimento: il rimanente lascio a voi: e vi lascio la somma di dugento cinquanta franchi. Addio tutti, state di buon animo.

Pietro voleva partire, il padre voleva parlare, e non poteva per la grande commozione, ma lo ratteneva per la mano; intanto facendo ogni suo sforzo, avvicinati, disse, o Pietro, e ascolta queste parole, che forse saranno le ultime che udirai da tuo padre: parti consolato, il cielo ti sia propizio, e sia la consolazione del tuo cuore il pensiero, che colle tue fatiche sollevasti e confortasti la vita a tuo padre, colla tua condotta gli salvasti l’anima. Contento Pietro di vedere i suoi parenti rassegnati ai divini voleri, partì per andarsi ad unire a quel reggimento a cui era destinato.

 

Capo X. La vita militare

Egli è un fatto che la vita militare è piena di pericoli per le anime buone, e sebbene non manchino e superiori e semplici soldati di condotta esemplare, e di coraggio veramente cristiano; tuttavia o per l’ozio che spesso si gode soprattutto in tempo di pace, o per certi libri e giornali irreligiosi che si spargono, per certi discorsi che si fanno, certi luoghi e persone, cui il proprio dovere porta di frequentare, ne conseguita che sia cosa rara trovare chi ritorni dal servizio militare colla santità di vita ed onestà di costumi con cui partì dalla casa paterna.

Pietro fu fra quei pochi benedetti da Dio e favoriti dalla sua grazia. Deciso di non omettere alcuna pratica religiosa che fosse compatibile col suo stato militare, nel primo giorno che giunse al corpo, come venne l’ora della zuppa, prima di mettersi a mangiare fa secondo il solito il segno della santa croce con una breve preghiera, che non poté terminare, perché interrotta da un lungo oh! oh! oh!

È un frate, diceva questi; è un impostore diceva quell’altro: oh! oh.

– Pietro senza lasciarsi scoraggiare, tutto tranquillo, che c’è? diceva ad un suo compagno, forse non ho fatto bene il segno della croce? lo farò un’altra volta, procurerò di farlo meglio. Ripete pertanto il segno della santa croce colla preghiera e il mormorio continuò. Fece la medesima cosa quando ebbe finito di mangiare, ma con minore schiamazzo. Lungo il giorno egli si accompagnò ora con uno ora coll’altro.

Taluno lo reputava un giovine pieno di bonomia, altri giudicavano che fosse stato ben educato dai suoi genitori. E molti compagni, che erano pure di recente venuti al servizio militare, e che tuttora nutrivano buoni sentimenti gli si unirono volentieri per istringere seco lui amicizia. Intanto accadde che alcuni avendo bisogno di scrivere ai loro genitori, non ne erano capaci perché illetterati, Pietro si offerse pronto a leggere e scrivere lettere per loro qualunque volta lo avessero desiderato, ma sempre da buon amico, senza alcun corrispettivo.

La qual cosa gli procacciò tosto parecchi altri amici. La sera poi, giunta l’ora di porsi a letto, Pietro s’inginocchiò accanto al suo letto per fare la preghiera. Qui gli schiamazzi furono a un segno che il capitano dovette egli stesso venire in camerata. Chiesta la cagione di un tal baccano, prese a dire con piglio severo: Così tra voi si pregia la religione? dovrebbe essere da tutti praticata; ma poiché ognuno è lasciato libero di praticarla, almeno almeno chi non la vuole per sé, la rispetti negli altri. Saprò tener conto di questo disordine, e se verrà rinnovato, i delinquenti saranno severamente puniti. Nel giorno seguente continuò a mostrarsi favorevole a chi lo richiedeva di qualche cosa.

Che buon giovine è mai questo Pietro, diceva uno, mi ha letto una lettera, me ne ha scritto un’altra e ciò per niente; mi ha fin messo la carta; è veramente un amico da tenersi caro. A me, diceva un altro, ha letto uno scritto, ed aggiustato un conto per cui avrei dovuto pagare tre franchi, ed egli ha fatto tutto gratuitamente. Lo stesso caporale furiere essendo stato informato che Pietro aveva un bel carattere a scrivere e sapeva assai bene l’aritmetica ed il sistema metrico decimale, lo applicò in certi lavori di premura, a cui il furiere da solo non poteva dar sesto.

Quando era l’ora di mangiare o di porsi a letto egli faceva regolarmente il segno della santa croce colle solite preghiere, e i dileggiatori diminuirono a segno, che tra pochi giorni quelli stessi che lo burlavano divennero suoi ammiratori. Ma la meraviglia sta qui: alcuni compagni che per puro rispetto umano non facevano le loro preghiere, cominciarono a poco a poco a seguire l’esempio di lui e non erano ancora trascorsi tre mesi dacché Pietro era tra di loro, che l’intiera camerata, dove egli dormiva, faceva regolarmente la preghiera. Egli ringraziava Iddio del coraggio che gli aveva inspirato e godeva nell’animo suo di vedere tanti suoi compagni a compiere i lor doveri religiosi.

Ciò non ostante non mancarono compagni viziosi che lo invitarono a fare certe partite e ad andare in certi luoghi dai quali deve tenersi lontano un giovine cristiano e ben educato. Pietro si rifiutò costantemente. Un giorno alcuni volevano strascinarlo quasi a viva forza e poiché egli non voleva assolutamente accondiscendere, tu sei, gli dissero, un gramo soldato.

Perché ciò? rispose Pietro.

Ed eglino; perché non fai come fanno i soldati d’onore. L’onore del soldato, egli replicò, è di conservare il corpo pel suo Re terreno e di conservar l’anima pel suo Re celeste; ciò che voi pretendete, disonora il vero soldato perché è proibito dal Re del cielo e dal Re della terra.

Tutta la sollecitudine di Pietro stava nell’adempimento dei suoi doveri, prestarsi a chi lo avesse richiesto di qualche favore, senza mai prender parte a cosa alcuna che fosse contraria alla santa legge di Dio. Un compagno che aveva ricevuto da Pietro molti servigi, gli disse un giorno: Io vorrei farvi un regalo, o Pietro, ma che fosse di vostro gusto. Ditemi pertanto: qual cosa vi tornerebbe di gradimento?

Pietro. – Se volete farmi cosa che sia di maggior gradimento a me e nel tempo stesso vantaggioso per voi, vi prego di non più nominare il santo nome di Dio invano. Questo per me è un regalo preziosissimo.

Compagno. – Vi do parola d’onore di farvi questo regalo e vi prometto di non più nominare il nome di Dio invano; ma vorrei che mi chiedeste ancora altra cosa.

Pietro. – Poiché siete tanto cortese, vi domanderei che in questo tempo pasquale andaste a fare la vostra confessione e comunione e che nel tempo stesso pregaste il Signore Iddio per me e per la mia povera famiglia.

Compagno. – Anima bella! voi siete un santo venuto fra noi; sappiate adunque che alcuni compagni e vostri veri amici hanno saputo che vostro padre è ammalato e che si trova in bisogno. Hanno messo insieme dodici franchi; è questo il regalo che io era incaricato di farvi. Voi chiedeste solamente cose utili all’anima mia, vi assicuro che lo farò, ma vi prego eziandio a nome dei vostri amici di accettare questa piccola somma da mandarsi a vostro padre. Pietro accettò con gratitudine quel danaro che fece tosto avere a suo padre come si dirà qui appresso.

 

Capo XI. La morte del padre

Il padre di Pietro trovavasi veramente in bisogno. Egli aveva incontrato molti incomodi e da alcuni mesi teneva quasi sempre il letto. Quei dugento cinquanta franchi servirono a sostenere la famiglia circa otto mesi. Ma crescendo le spese di casa, il maggior prezzo dei commestibili e per soprappiù essendo rimasti senza lavoro quei due figli che guadagnavano già qualche cosa, le miserie giunsero al massimo punto.

Noi sappiamo lo stato di quella famiglia da una lettera che la madre fece scrivere al suo Pietro. Ella è in questi termini. Carissimo Pietro, La mano di Dio continua ad aggravarsi sopra di noi; dopo la tua partenza lo stato di salute di tuo padre andò sempre peggiorando e non fu più in grado di fare una giornata di lavoro. Il padrone dei tuoi fratelli non ha più lavoro ed essi sono a casa disoccupati.

Quasi tutti gli oggetti di qualche pregio sono al Monte di Pietà. Però in mezzo ai nostri mali abbiamo una grande consolazione, la rassegnazione alla volontà di Dio. Tuo padre mostra la pazienza del cristiano. Nei suoi incomodi egli riconosce la mano di Dio e spesso va dicendo: ho goduto in gioventù, è giusto che io soffra in vecchiaia: se il Signore mi manda questi mali è segno che mi vuol salva l’anima. Queste cose ti scrivo per informarti delle cose della casa nostra. Certamente tu non puoi mandarci alcun soccorso, ma almeno puoi pregare Iddio pietoso affinché ci benedica e ci aiuti.

La Vergine santa ti conservi buono. Accetta il saluto di tutta la famiglia. Tua affezionatissima madre. Ricevuta questa lettera Pietro non poté a meno di essere afflitto e quasi per conforto comunicava le sue pene ad alcuni suoi più famigliari amici, i quali al par di lui desideravano di condurre una vita da giovani onesti e morigerati. Costoro sono quelli stessi che, avendo ricevuto molti favori da Pietro, vollero fargli il regalo sopracitato di dodici franchi, onde potesse soccorrer alquanto suo padre.

Fu poi sollecito di rispondere a sua madre, e la lettera, di cui ho qui presente la copia, è scritta con queste precise parole:

 

Cagliari, 5 settembre 1854

Madre amatissima, Lodate, o madre, lodate la divina Provvidenza, confidiamo sempre in Dio, egli ci ha raccomandato di cercare prima la sua gloria, promettendoci di aggiungere egli stesso quanto ci occorre nella vita. Alcuni miei amici fatti consapevoli dei nostri bisogni mi hanno dato dodici franchi da mandarvi; io ne aggiungo altri dodici che sono il risparmio da me fatto in più mesi.

Avrete adunque un vaglia postale di franchi 24. Tal somma è certamente piccola attesa la gravezza del vostro bisogno, ma ravviviamo la nostra fede, quella Provvidenza infinita che ci provvede oggi, provvederà an- 404 Parte seconda: Scritti e testimonianze di don Bosco sull’educazione... che domani. Mi duole assai che la malattia di mio padre vada peggiorando. Tuttavia ditegli da parte mia che anche in ciò abbiamo di che consolarci; la strada dei fiori e dei piaceri non conduce al cielo; le spine, le tribolazioni, come sono la miseria e le malattie sono speciali segni di benevolenza da parte del Signore che chiama beati i tribolati e beati quelli che soffrono; e li chiama certamente beati pel gran premio che loro tiene preparato in cielo. Cresce poi questa mia consolazione alla notizia che mi date, cioè che mio padre, nelle sue pene, è tutto rassegnato ai divini voleri, chiaro segno che la grazia di Dio è con lui.

Dite ai miei fratelli che si adoperino per occuparsi in qualche cosa o di un mestiere o di un altro; e finché non abbiano trovato occupazione, vadano a scuola e imparino bene a leggere e scrivere; ciò darà sempre loro qualche utilità. A tal fine unisco un bigliettino al mio antico maestro, con cui lo prego di voler fare un po’ di scuola ai miei fratelli, finché non siano in altre cose occupati. Egli mi amava e spero che agli altri benefizi fatti a me vorrà ancora aggiungere questo, di fare scuola ai miei fratelli. Credo che in quest’anno mio fratello più giovane desideri di fare la sua prima comunione. Ne sono anch’io contento, perché egli è buono. Fate tutti i vostri sforzi affinché la faccia bene. Perché si dice, che chi la prima comunione ben farà, è quasi certo che al Paradiso se ne andrà.

– Instruitelo voi in casa per quanto potete, raccomandate al suo maestro che gli faccia studiare bene il catechismo.

Mandatelo spesso a confessarsi; raccomandandogli sempre che si confessi bene, e che si guardi dal tacere qualche cosa al confessore. Da alcuni mesi aiuto un mio superiore a scrivere; mi ha promesso una gratificazione; appena l’avrò ricevuta vi scriverò nuovamente e ve la manderò. Mia cara madre, io porto tanta affezione alla famiglia, ché non cesserei di scrivere, perché mi pare di trovarmi con voi a parlare. Ma mi trovo in fine del foglio e per ciò termino la mia lettera pregandovi di dire a mio padre che in questa città vi è una bella chiesa dedicata a Maria Vergine, dove io vado tutte le sere a fare una preghiera per lui affinché possa avere o sanità o pazienza; ma che in ogni modo possa fare la volontà del Signore.

Raccomandate sempre e poi sempre a quei di nostra casa la santificazione delle feste e soprattutto la predica. Dio vi aiuti, o cara madre, salutate tutti i nostri parenti, ed io sono sempre il vostro Affezionatissimo figlio Pietro. Questa lettera e questo sussidio non giunsero più a tempo per soccorrere il padre; egli era morto da tre giorni.

La madre appena ricevuta la lettera di Pietro gli fece scrivere immediatamente per annunciargli la dolorosa perdita del padre; la lettera è di questo tenore:

 

Torino 10 di settembre 1854

Amatissimo Pietro, La tua lettera, o Pietro, non giunse più a tempo a consolare tuo padre. Egli era morto il giorno sei di questo mese. Piangi e consolati. Hai perduto un padre, ma egli è andato al cielo. Da quattro anni egli andava soggetto a molti incomodi; da tre mesi era immobile nel letto; egli patì molto, ma la rassegnazione fu sempre con lui. Durante questi tre ultimi mesi si è confessato più volte, ha ricevuto due volte il Viatico; gli fu amministrato a tempo il sacramento dell’Olio Santo; poté anche avere la benedizione papale; e mandava l’anima sua al Creatore il giorno sei alla undici e mezza di sera, assistito dal nostro signor curato, che gli raccomandò l’anima sino all’ultimo respiro. Alcune ore prima di morire chiamò tutta la famiglia intorno al letto, e ci raccomandò di amarci tutti a vicenda. Siamo poveri, egli diceva, ma saremo molto ricchi se avremo il timor di Dio.

Amate Iddio, e cominciatelo ad amare in gioventù. Pregate per me in questo momento e dopo la mia morte. Ciò detto volse i suoi languidi sguardi attorno al letto: e Pietro, disse, il mio Pietro! ah il mio Pietro non c’è! Ditegli che preghi per me, egli... sì egli mi ha salvato l’anima; o Pietro, quanto io t’amo, o Pietro... voleva ancora dire altre cose ma non poté più. Noi siamo ancora immersi nel più profondo dolore. Ho ricevuto i ventiquattro franchi che mi hai mandato, ringrazia da parte mia quei generosi compagni che ti regalarono quei dodici franchi. Questa somma serve a pagare alcuni dubiti fatti negli ultimi giorni della malattia di tuo padre. I tuoi fratelli sono nuovamente occupati presso ad un buon padrone.

Noi qui preghiamo tre volte al giorno per l’anima di tuo padre, prega anche tu con noi, prega anche per me che sono Tua addoloratissima madre. La notizia della morte del padre fu un colpo di saetta al tenero cuore di Pietro. Non poté reggere a terminare la lettura della lettera. Egli si ritirò in disparte a fine di poter dare libero sfogo alla interna commozione dell’animo. Pianse più ore: per quel giorno non gli fu possibile di pigliar cibo. Alcuni suoi amici volevano consolarlo, ed egli loro rispondeva: se volete consolarmi, lasciatemi piangere la morte di mio padre.

– L’unico suo conforto fu l’andare in chiesa, e deporre le sue pene ai piè del crocifisso: Mio Gesù, egli diceva, ricevete il dolore che io provo in penitenza dei miei peccati, ed in suffragio dell’anima di mio padre. Si, o mio padre, vi ho amato tanto in vita, e vi amo ancora adesso che siete morto: il Signore vi doni il riposo eterno; sì, o mio padre amato, io pregherò tanto Iddio, che vi darà presto il paradiso. La sera di quel giorno si recò dal suo superiore e gli chiese ventiquattro ore di permesso per dare sesto ad alcuni affari concernenti la morte di suo padre. Il superiore gli disse parole di conforto e di buon grado lo favorì nella sua domanda. Egli impiegò tutto quel tempo in opere di pietà dirette a suffragare l’anima di suo padre.

Fece la sua confessione e comunione, andò ad ascoltare più messe; dopo mezzodì fece più visite al santissimo Sacramento, fece la Via Crucis; recitò il rosario di Maria con molte altre preghiere. Sul terminare di quel giorno, come colui che compie un suo importante dovere Pietro si rasserenò e disse tra sé; ho fatto tutto quello che ho potuto per l’anima di mio padre; lo affliggermi di più certamente non piace a lui, né può recargli alcun giovamento. Dunque animo allegro e rassegnazione. Poscia prese un foglio di carta e scrisse la seguente lettera a sua madre.

 

18 settembre, 1854

Madre amatissima, La vostra lettera, o madre, mi cagionò tutto il dolore che può provare un figlio per la perdita del suo tenero ed amato padre. Ho pianto, ho sospirato, ma poiché le afflizioni non suffragano i defunti, ho fatto ricorso alla religione. Ho domandato un giorno di permesso, che ho facilmente ottenuto, e l’ho impiegato tutto in opere di pietà per suffragare l’anima di mio padre. Mitigate anche voi le vostre pene, continuate a pregare per lui, e per l’avvenire diremo con maggior affetto: Padre nostro, che sei nei cieli; perché ho viva fede che a quest’ora l’anima di mio padre sia già in paradiso.

Ringraziamo Dio che gli abbia concesso tempo di ricevere tutti i santi sacramenti. Ciò deve essere per noi di grande consolazione. Domenica andate tutti in chiesa a sentire una messa di più, e quelli che possono, facciano la loro comunione per l’anima di lui. Se il Signore disporrà che io possa ritornare a casa, voglio procacciarvi tutte le consolazioni che un buon figlio può procacciare a sua madre: amore, ubbidienza, rispetto, diligenza nei miei doveri, e quello che so starvi più a cuore, assiduità alle pratiche di religione, sono le cose che fin d’ora vi prometto. Vi tornerò a scrivere da qui a qualche tempo, quando l’animo mio sia più tranquillo. Dite ai miei fratelli ed alle mie sorelle, che il lavoro fa buoni cittadini, la religione fa buoni cristiani; ma che lavoro e religione conducono al cielo. Iddio vi doni la vera felicità. Voi intanto, o madre, credetemi sempre Vostro affezionatissimo figlio Pietro.

 

Capo XII. Partenza per la Crimea

Lo stato della famiglia di Pietro dopo la perdita del padre parve avere qualche miglioramento.

Una zia prese con sé una sorella di lui di otto anni; e questa cessò di essere a carico della madre. I due fratelli maggiori trovarono di che occuparsi presso ad un padrone, da cui ricevevano otto franchi per settimana tra tutti e due. Una sorella di tredici anni poté pure occuparsi in qualità di sarta col corrispettivo di due franchi per settimana. Lo stesso Pietro essendo stato fatto caporale effettivo poté anche mandare qualche cosa in sollievo della famiglia, e stabilì a tale oggetto dieci franchi al mese.

La buona madre radunava tutte queste piccole somme e mediante industria ed economia faceva onestamente fronte ai suoi affari. Le faccende di Pietro erano in questo stato quando fu conchiuso il trattato di alleanza tra il nostro Governo, la Francia e l’Inghilterra, in forza del quale quindici mila soldati Piemontesi dovevano recarsi in Crimea a combattere contro ai Russi. Fra i reggimenti destinati per quella spedizione ci fu anche quello di Pietro. Sapeva egli, che sua madre avrebbe provato grande afflizione per tale notizia; perciò dovendole notificare tal cosa prese un tuono faceto, come chi va a fare una passeggiata di passatempo. Ecco pertanto come egli scriveva a sua madre.

 

Cagliari, 12 marzo 1855

Madre carissima, Buone nuove, o madre; sono per fare un viaggio senza costo di spesa. 8 Crimea: penisola dell’Ucraina tra il mar Nero e il mare d’Azov. Guerra di Crimea (1853-1856), conflitto tra Russia e una alleanza di stati composta da Impero ottomano, Francia, Gran Bretagna e Regno di Sardegna. 408 Parte seconda: Scritti e testimonianze di don Bosco sull’educazione... Trasporto, vitto, vestito, permanenza, ritorno (quando torneremo) tutto a gratis. Siamo stati avvertiti di tenerci pronti a partire per la Crimea.

Alcuni si spaventano al solo nominare questo paese; io nient’affatto; il mio dovere vuole così, io parto volentieri. Il mondo è un esiglio. Sia che io rimanga qui in Sardegna, sia che ritorni in Piemonte o vada in Turchia sono sempre in questo esiglio in una valle di lagrime, la nostra patria è il cielo. Non pensate però che io faccia lo sbadato: la prima preparazione fu quella dell’anima e sono pienamente tranquillo di coscienza. Siamo nelle mani di Dio, se dovrò morire in battaglia, morrò con onore e spero eziandio di morire da buon cristiano. Che se io potrò ritornare saprò poi raccontarvi qualche cosa di quei paesi. Giunto che sarò alla mia destinazione vi scriverò. Voi continuate ad aver cura della famiglia, che se non possiamo più trovarci tutti in questo mondo ci troveremo poi in paradiso con nostro padre che ci attende. Addio, cara madre, addio, state allegra: io sono sempre il vostro Affezionatissimo Pietro.

Pietro, come abbiam detto, scrisse questa lettera con espressioni piuttosto facete, affinché non cagionasse tanto grave afflizione alla sua genitrice. Ma essa ben lungi dallo stare allegra ne fu profondamente addolorata. Io mi sono adoperato per consolarla osservando che suo figlio era addetto a scrivere e perciò quando fosse andato tra nemici difficilmente sarebbe venuto con loro alle mani, che si consolasse perché aveva un figlio sì coraggioso e sì virtuoso.

Allora la buona madre piuttosto rassegnata, che consolata mi diede carico di scrivergli una lettera; in cui gli raccomandassi caldamente di guardarsi bene dall’offesa di Dio; che a lei sarebbe stato men doloroso il sapere che era morto in battaglia, che sapere che egli avesse macchiata l’anima sua col peccato. Di buon grado ho adempito la commissione, e nella lettera vi aggiunsi tutti quei riflessi che mi parvero del caso. Egli mi rispose prontamente, e poiché questa risposta è piena di buoni e schietti sentimenti, io stimo di trascriverla letteralmente con preghiera di far niun conto delle espressioni che mi riguardano.

 

Cagliari, 4 aprile 1855

Carissimo amico, S’immagini con qual piacere io abbia ricevuto la sua lettera! Ogni sua parola fu per me un balsamo prezioso. Ella mi domanda se sono ancora bravo, se il mio cuore è ancor buono. Sì, caro Don Bosco, le dirò schiettamente, che il mio cuore è tale come era nei dodici anni che Ella l’ha conosciuto. La sola lontananza m’impedisce di recarmi all’Oratorio, ma dica pure a tutti i miei amici, che le regole della Compagnia di San Luigi sono sempre la guida della mia condotta. Il libro che mi regalò nell’atto che io dovea partire, lo conservo gelosamente, e ne leggo un poco tutti i giorni. Ho portato meco i proponimenti scritti nella prima comunione, li leggo una volta al mese ed anche più spesso dandomi sollecitudine per praticarli.

Ella mi dice che desidera di tutto cuore la salute dell’anima mia. Lo credo e me l’ha sempre dimostrato. Dal canto mio l’assicuro che farò ogni sforzo per salvarmi. Ho già incontrato gravissimi pericoli, ma la beata Vergine mi ha sempre aiutato, e ne sono uscito fuori senza offesa del Signore. Io mi raccomando che procuri di consolare mia madre, che io credo essere molto afflitta perché io debbo partire per la Crimea.

Mi raccomando pure d’inculcare ai miei fratelli il timor di Dio. Abbia cura dell’anima loro come ebbe e dimostra di avere ancora adesso dell’anima mia. Insomma faccia che parenti, amici, fratelli e sorelle, ci possiamo tutti salvare. Non sappiamo ancora il giorno della nostra partenza, ma certamente sarà presto. Chi sa se torneranno i bei giorni, in cui potrò ritornare all’Oratorio, e godere l’amena compagnia degli amici, e con loro frequentare le cose di religione come si praticano costì! non dimentichi il patto che abbiamo fatto. Io dico ogni giorno il pater a san Luigi, Ella non dimentichi di ricordarsi di me nella messa. La saluto di tutto cuore, e di tutto cuore mi dico ora e sempre in Gesù Cristo Affezionatissimo figlio Pietro.

 

Capo XIII. Sue vicende in Crimea

Realmente Pietro partì pochi giorni dopo di aver scritto questa lettera. Del suo viaggio, arrivo e della sua dimora in Crimea per ora non possiamo sapere altro se non quel tanto che egli scrisse in due lettere a sua madre, che sono il compimento di quanto sappiamo di questo virtuoso militare. La prima è la seguente.

 

Dal Campo d’Oriente, 26 maggio 1855

Amatissima Madre, Oggi è il giorno che finalmente posso scrivervi qualche cosa. Comincio per dirvi che io sto benissimo di salute; del resto poi vi do un cenno di tutto quello che ho veduto. Sono partito dalle spiagge della Sardegna il primo di maggio sopra di un bastimento, che è fatto quasi come le barche che voi vedete sul Po, ma che si può dire cinquanta volte più grosso. Siamo stati dodici giorni per viaggio. Quando siamo in alto mare non si vede più che acqua da tutte parti. Molti miei compagni hanno patito il viaggio, tre di essi morirono pel gran vomito. Poterono confessarsi da un frate che avevamo insieme, ma non comunicarsi, perché non c’era il Sacramento. Mi ha fatto molta pena il modo con cui furono sepolti. Fu loro attaccata una pietra ai piedi ed un’altra alle gambe e furono gettati nel mare; e andarono tosto giù chi sa quanto profondamente.

Dopo sette giorni di cammino sono giunto in un mare molto stretto che chiamano Dardanelli, poi si presentò una grande città detta Costantinopoli. Colà vicino ci siamo fermati un giorno e potei vedere i Turchi. Che brutte faccie! i loro calzoni paiono sacchi; sul capo hanno berrettaccie, che ciascheduna può contenere più di una emina di meliga. Non ho potuto udirli a parlare perché era proibito di allontanarsi dal bastimento. Finalmente il giorno 13 siamo giunti in Crimea. Oh! voi direte, che cosa è questa Crimea? La Crimea è un paese come gli altri.

È un paese molto esteso, circondato dalle acque tutto all’intorno eccetto che da una parte, che si chiama Perecop, donde è unito all’impero della Russia. Sono stato sei giorni a riva, dopo ci fu permesso di sbarcare. I primi ad incontrarci furono gli Inglesi, che ci facevano gesti di amicizia, ma che io non ho capito niente; ciò che ho potuto ritenere sono queste parole; the the italien: the the ilalien pruk: parole che io penso vogliano significare: bravi italiani, bravi! Ci siamo tosto sparsi chi qua chi là secondo gli ordini superiori. Alcuni reggimenti dei nostri erano già sbarcati, altri giunsero dopo di noi.

Voi direte: dove si poterono aver case per tanta gente. Non istupitevi: il mondo è grande, c’è posto per tutti. Spaziose campagne seminate di sabbioni, di rivaccie, di pietre e qualche selva, ecco il pavimento delle nostre case. Il cielo azzurro è la volta di queste case. Forse vi possono essere pavimenti e volte più belle di quelle che ha fatte il Signore? Di giorno eravamo occupati nel formare alcune tende nelle quali si dovevano collocare le munizioni, ed anche collocare quelli che cadono ammalati. Del resto giunta la sera mi avvolgo attorno al capo due fazzoletti; mi avviluppo il corpo con una grossa copertaccia di lana, mi pongo il sacco sotto la testa, e così coricato a terra dormo fino alla mattina.

Qualche volta però ci viene a disturbare qualche colpo di fucile o di cannone tirato dai russi per farci paura, i quali però sono da noi motto distanti. Finora non abbiamo ancora combattuto contro ai russi ma dobbiamo continuamente combattere contro ad altri nemici. Di giorno abbiamo un caldo, che ci pare di essere nell’anticamera dell’inferno, con mosche e tafani impertinentissimi, che non rispettano persona alcuna, e danno punture simili a quelle dei nostri vesponi. Di notte poi abbiamo il freddo con zanzare ed una specie di cimici che corrono e svolazzano da tutte le parti, e se non siamo ben coperti e riparati da questi animaluzzi è impossibile di poter riposare. Avvi pure un altro nemico e sono i pidocchi, che ognuno studiasi di allontanare.

Finora questo nemico non ha potuto fare gran progresso fra noi; ma si teme molto per l’avvenire, quando verrà a mancarci la lingeria. La cosa che mi cagiona grande rincrescimento si è che dopo la partenza dalla Sardegna non ho più potuto sentire né messa, né predica, né benedizione. Si dice però che fra breve le cose saranno aggiustate in maniera, che ci sarà almeno detta la messa nei giorni festivi. La lettera è già troppo lunga; ho molte cose a dirvi, e perciò vi scriverò di nuovo e presto. Finora la Vergine beata mi ha aiutato e non mi è ancora accaduta alcuna disgrazia. Iddio ci aiuti. Salutate ecc. Affezionatissimo figlio Pietro.

 

Altra lettera del 2 luglio 1855.

Madre carissima, Non mi fu più possibile di scrivervi fino al giorno d’oggi. Ho sempre dovuto andare qua e là senza un momento di rilascio. Non ho più né penna né inchiostro, e vi scrivo colla matita, cioè col lapis. Molti e gravi avvenimenti succedettero dopo che vi ho scritto. Fummo terribilmente assaliti dal colera, quanti dei nostri compagni sono morti! Si dice che il numero dei morti ascenda a due mila e cinquecento; ora però va diminuendo, ma ci sono le febbri putride che è una specie di colera. Ai sette del mese passato ci fu una gran battaglia intorno a Sebastopoli: i francesi e gl’inglesi riportarono vittoria.

Ai diciotto dello stesso mese ce ne fu un’altra; e sebbene gli alleati abbiano fatto prodigi di valore, tuttavia furono respinti dai russi con grave danno dei nostri. In queste due battaglie tra morti e feriti se ne contano 18 mila dei nostri e 12 mila dei russi. Il numero di questi è minore perché essi erano nella fortezza e perciò riparati. Ora siamo alla vigilia di qualche grande avvenimento. La cosa che fa molto pena si è il pensare che in battaglia muoiono quasi tutti arrabbiati, e invece di invocare la misericordia di Dio, come si dovrebbe, la maggior parte la bestemmiano e la maledicono.

Quante anime andranno all’inferno! Io di sanità sto benissimo; manco soltanto di camicie, del resto essendo stato in casa abituato a mangiar male, questo fa che mi adatto a qualsiasi genere di nutrimento; al contrario quelli che sono assuefatti a mangiare e bere bene, patirono chi un male, chi un altro; e non pochi se ne andarono all’altro mondo. Ora non sono più a scrivere col mio superiore, ma sono stato promosso al grado di sergente; il che mi procura maggior stipendio, ma debbo essere in attività di servizio e vivere in campagna cogli altri soldati. Non datevi alcuna pena per me. In quanto al corpo abbisogno di nulla, in quanto all’anima ho la coscienza tranquilla. Se vivo, spero di vivere in grazia di Dio; se muoio, spero di andarlo a godere in paradiso.

Se lascierò passare qualche tempo senza scrivervi non inquietatevi, può essere che mi manchi il tempo. Continuate a pregare per me, ed abbiatemi sempre pel vostro Affezionatissimo figlio Pietro. Queste sono le ultime notizie che abbiamo del nostro Pietro. Ora non sappiamo se egli sia vivo o morto. Speriamo però che il cielo vorrà conservarlo per consolazione della vedova madre, per sollievo della famiglia, e per esempio di virtù ai suoi compagni.

 

Capo XIV. Conclusione

Ecco, o lettor mio, la forza che ha la buona educazione, e possiamo anche dire gli effetti della prima comunione ben fatta. Pietro si ricordava sempre della promessa fatta a Dio di essergli fedele, malgrado i cattivi esempi, e i malvagi consigli dei suoi compagni, in molti dei quali, dopo la loro prima e seconda comunione, non apparve alcun miglioramento di vita. Perciò la loro condotta andò di male in peggio. Pietro sapeva che quel Dio che aveva ricevuto una prima volta, voleva e comandava di riceverlo almeno una volta all’anno, alla Pasqua di Risurrezione.

Ma egli non si limitava ad una volta all’anno, poiché, egli diceva: Come si può fare bene una cosa che si fa una sola volta all’anno? Perciò frequentava il sacramento della confessione e comunione colla frequenza che abbiamo veduto. Molte madri desidereranno di avere figli in casa simili a Pietro nella condotta, e che formano il sostegno e la consolazione delle famiglie; e invece saranno il loro cruccio durante la loro giovinezza, e il loro cordoglio e la loro desolazione nell’età maggiore. Padri e madri! se desiderate di avere figliuoli ben educati e che facciano la vostra consolazione in età adulta, imitate la madre di Pietro, adoperatevi per istruirli nella religione e soprattutto nella tenera età; accuditeli ed osservate se vanno in chiesa, o piuttosto si diano a frequentare cattivi compagni.

Ma date voi medesimi l’esempio; perché sarebbe una vera pazzia se ci fossero genitori, i quali non si facessero scrupolo alcuno di parlare liberamente di cose contro ai costumi, o contro alla religione, e talora eziandio in presenza della medesima figliuolanza; fare le loro partite nei giorni festivi, e precisamente in tempo che dovrebbero assistere alle sacre funzioni e pretendere poi che i loro figliuoli siano buoni, ritirati, divoti. Padri e madri! non illudiamoci! È certo che voi dovrete rendere al tribunale di Dio un conto rigorosissimo dell’educazione data ai vostri figli. È certo che molti figli si dannano per essere stati malamente educati; ed è ugualmente certo che molti padri e molte madri vanno all’eterna perdizione per la mala educazione data ai loro figliuoli. Sono queste tre grandi verità, le quali meritano d’essere attentamente considerate.

Perché è un fatto incontestabile che se la figliuolanza è ben educata si vedrà la crescente generazione amante dell’ordine e del lavoro; sollecita per confortare i genitori e sollevare la famiglia. In somma avremo tempi migliori, avremo figliuoli che formeranno l’onor della patria, il sostegno delle famiglie, la gloria e il decoro della religione.

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