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L'incubo di un'umanità «a punti».

Due giornaliste del Times, intervistando l'anno scorso Lord Harries, vescovo anglicano all'epoca presidente dell'Hfea, gli hanno posto interrogativi a cui il religioso non ha saputo rispondere: «Se questo nuovo essere bussasse alle porte del paradiso, come sarebbe giudicato? Un Frankenbunny ha o no un'anima immortale?».


L'incubo di un'umanità «a punti».

da Attualità

del 06 settembre 2007

Che belli i vecchi tempi, quando 'Chimera' era il nome di una creatura mitologica, oppure un termine usato solo metaforicamente, nel senso di sogno irrealizzabile. Ormai lo si adopera invece nel suo significato tecnico, per indicare un organismo composto da cellule con un'origine genetica diversa, quindi anche provenienti da individui di specie differente: esseri umani e conigli, per esempio. In Inghilterra, dopo accese polemiche, conflitti sulla competenza decisionale, consultazioni pubbliche, la Hfea - l'Authority per la fertilizzazione umana e l'embriologia - ha ufficialmente concesso ieri, ai centri di ricerca che ne avevano fatto richiesta, le licenze per la creazione degli embrioni interspecie. Il loro nome scientifico sarebbe «embrioni ibridi citoplasmatici», ma vengono comunemente definiti chimere, o, ancora più familiarmente, Frankenbunny, cioè coniglietti Frankenstein. Si tratta infatti di creature da laboratorio, come nel famoso romanzo scritto da Mary Shelley. Solo che in questo caso sarebbero esseri in parte umani e in parte animali. Nonostante si tenti di minimizzare, sottolineando che la percentuale umana è nettamente preponderante (il 99,9%), e che gli embrioni ibridi sarebbero distrutti al 14° giorno di vita per ottenere cellule staminali, lo sconcerto dell'opinione pubblica è grande. I quesiti sono tanti, sconvolgenti e spesso irrisolvibili. Può l'umano essere ridotto a una percentuale? Ed è ancora definibile come «umana» una creatura di questo tipo? Due giornaliste del Times, intervistando l'anno scorso Lord Harries, vescovo anglicano all'epoca presidente dell'Hfea, gli hanno posto interrogativi a cui il religioso non ha saputo rispondere: «Se questo nuovo essere bussasse alle porte del paradiso, come sarebbe giudicato? Un Frankenbunny ha o no un'anima immortale?».

Il primo spinoso problema posto all'Authority è proprio quello della competenza. Chi deve decidere sull'ammissibilità degli embrioni ibridi, l a Hfea, che ha competenza sulla fertilizzazione umana, o le autorità che si occupano della sperimentazione sugli animali? La Hfea ha dribblato la questione, concedendo le licenze in via sperimentale, e cautelandosi con un parere legale che però non è stato reso pubblico. Nel frattempo la patata bollente sulle competenze è passata al Parlamento. Se si deciderà per l'attribuzione del potere decisionale all'Authority sulla fertilizzazione umana, sapremo che in Gran Bretagna per definirsi uomini basta che sia umana la maggior parte del patrimonio genetico, come fosse un pacchetto azionario di cui si detiene il 51%.

Il bello è che dietro all'euforia pubblicitaria con cui esperti e centri di ricerca promuovono l'operazione, sostenendo che tutto questo si fa per sconfiggere gravi malattie degenerative, c'è, nel mondo scientifico, la consapevolezza di tentare un'impresa disperata. Da una parte si parla ormai apertamente della tecnica che si userebbe per produrre gli embrioni ibridi, cioè il trasferimento nucleare, come di un metodo che va superato, perché ha dato risultati deludenti (un'efficacia che non supera il 2%) nella clonazione animale. Dall'altra, l'eventuale uso terapeutico delle cellule staminali ottenute dagli embrioni-chimera è inficiato dal rischio di attivazione di virus animali endogeni, che potrebbero saltare la barriera di specie e diffondersi tra gli uomini, con effetti incontrollabili e devastanti. Rischio, quest'ultimo, davvero grave. Ma che importa? Bisogna correrlo, e ovviamente «per il bene futuro dell'umanità». Intesa, naturalmente, in termini di punti percentuali.

Eugenia Roccella

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