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L'incarnazione: lezione di povertà

Il Natale è una incomparabile lezione di povertà. Così Dio si è fatto uomo. L'avvertenza di questo aspetto del mistero dell'Incarnazione diventa assorbente, non solo se si considerano le circostanze nelle quali tale mistero si è storicamente e praticamente celebrato...


L’incarnazione: lezione di povertà

da Teologo Borèl

del 22 dicembre 2008

Il Natale è una incomparabile lezione di povertà. Così Dio si è fatto uomo. L’avvertenza di questo aspetto del mistero dell’Incarnazione diventa assorbente, non solo se si considerano le circostanze nelle quali tale mistero si è storicamente e praticamente celebrato a Betleem, ma se si osserva che tale aspetto non è un episodio subito superato da un quadro storico meglio corrispondente all’eccezionale dignità del Dio-Uomo entrato nella scena dell’umanità, ma è lo stile, è la forma voluta e coerente, scelta da Cristo per vivere fra noi, anzi per compiere la sua missione salvatrice: il Bambino del Presepio morirà sul Calvario, nel dolore e nell’umiliazione della croce.

La povertà dell’Incarnazione sarà consumata nella Redenzione, e tutto il messaggio evangelico, che intercorre fra la nascita e la morte di Cristo, è un annuncio, un’apologia della povertà, proverbiale scelta di Lui per manifestarsi al mondo. Povertà del Signore! il grande ostacolo alla sua accettazione da un’umanità che ben altro si attendeva dalla venuta spettacolare e vittoriosa del Messia; ed insieme il grande segreto dell’attrattiva di Gesù comparso nell’umanità.

Leggiamo, quasi scegliendo a caso nelle pagine del Nuovo Testamento, alcuni testi che impongono il tema della povertà evangelica come argomento essenziale del fatto cristiano. Chi non ricorda la voce squillante della prima beatitudine «beati i poveri di spirito, perché di essi è il regno dei cieli»? (Mt 5, 3) Dunque questo Gesù di Betleem e di Nazareth è il profeta dei poveri? è il rivelatore della loro dignità, della loro priorità, della loro fortuna? Non è demagogia; è riabilitazione nell’eccellenza terrena e nella speranza ultraterrena dei diseredati dai beni della terra. E poi ricordate quella celebre pagina di S. Paolo nella lettera ai Filippesi sulla povertà totale e volontaria di nostro Signore? Egli scrive: «Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù, il Quale, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio, ma spogliò se stesso (letteralmente: annientò), assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce» (Fil. 2, 5-8). E ancora, sempre San Paolo, scrivendo ai Corinti per indurli a beneficare i fratelli di Gerusalemme, ammonisce: «Conoscete la grazia del Signore nostro Gesù Cristo: da ricco che era si è fatto povero per voi, perché voi diventiate ricchi per mezzo della sua povertà» (2 Cor. 8, 9). Impossibile dire tutto su questo aspetto immenso del cristianesimo. Ci basti porlo all’ammirazione di quanti, celebrando il Natale, hanno dovuto accorgersi dell’esaltazione che da tale festa divina deriva alla povertà umana.

 

Lucio Valentini

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