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L'identità difficile dell'adolescente

La responsabilità educativa è chiamata ad interpretare i cambiamenti e individuare gli strumenti adeguati alle nuove sfide. L'educazione va pensata come «progetto totale di vita».


L’identità difficile dell’adolescente

da Quaderni Cannibali

del 31 agosto 2005

 

Chi lavora in campo educativo sa quanto sia complesso il percorso che un giovane deve compiere per raggiungere la propria identità personale, cioè per diventare pienamente se stesso facendo corrispondere il bisogno di autorealizzazione e il compimento della propria vocazione. Rispetto a questo, l’educazione svolge un’azione di accompagnamento e di orientamento all’interno di un contesto culturale che non è mai neutro né passivo. Le condizioni, sempre diverse, richiedono che la responsabilità educativa sappia interpretare i cambiamenti e individuare gli strumenti adeguati alle nuove sfide. Si tratta di entrare nell’ottica di un «progetto totale di vita», perché tale è l’educazione, che non è il «termine di uno sviluppo spontaneo: esso è condizionato a un lungo esercizio di riflessione, di tentativi, di prove, tanto aperto alle ulteriori verifiche e integrazioni, e tanto difficile da richiedere il concorso di qualcuno già esperto nel “mestiere di uomo”». [1]

Il convegno di Grosseto (6-9 luglio) – organizzato dalla Commissione episcopale Cei per l’educazione cattolica, la scuola e l’università – ha inteso riprendere il tema dell’educazione e della scuola, collocandolo nell’orizzonte di una «pastorale organica e integrata della comunità cristiana nel territorio». [2] Le sfide culturali ed educative che si pongono nell’annuncio della fede non sono il compito di alcuni, ma l’espressione di tutta la comunità ecclesiale, che si fa carico di tale responsabilità. Tale «scelta di campo» viene ritenuta urgente in un tempo che registra un «appannamento della coscienza educativa nelle nostre stesse comunità ecclesiali, anche a causa di un diffuso relativismo, della sfiducia nella ragione e della fiducia esagerata nei confronti degli strumenti, delle tecniche e delle tecnologie». Il rischio è quello di dimenticare che l’obiettivo di ogni istituzione educativa non può essere conseguito solo perfezionando i mezzi ma ritrovando i fini ai quali tutti i mezzi vanno ordinati.

La sfida educativa potrebbe essere formulata in questi termini: «La possibilità di una proposta globale, capace di offrire una direzione di senso, un quadro di significati entro il quale il concetto di educazione come umanizzazione si legittima nella possibilità di poter guardare all’uomo come valore, come fine e come persona; poter basare, cioè, su tale possibilità il concetto di educazione umana. Legittimazione urgente e da rendere “più visibile ed esplicita” nella trasformazione dei processi culturali del cosiddetto “postmoderno”» (B. Stenco).

Al convegno è stato proposto un “documento di lavoro”, breve e concreto, che potrà essere utilizzato a livello diocesano dai responsabili della pastorale scolastica, ma anche in occasione di un consiglio pastorale vicariale o parrocchiale dedicato al tema degli adolescenti oggi. Qui sintetizziamo una traccia per la discussione che attinge dal documento e che tiene conto dei lavori svoltisi a Grosseto.

 

Lo scenario di riferimento

– Sul piano comportamentale si osserva un’anticipazione di modelli tipicamente adolescenziali, a cui non corrisponde un’adeguata «competenza etica» e valoriale. A ciò va aggiunto il disorientamento etico che si sperimenta nella famiglia «affettiva» a basso tasso di conflitto, spesso priva di regole chiare e in cui rischiano di entrare in crisi i ruoli genitoriali. Non aiuta a superare l’impasse il contesto culturale di una società «eticamente neutra», che offre punti di riferimento non sicuri e vacillanti, e che dà l’impressione di una scarsa rilevanza delle questioni etiche, anche se proposte con autorevolezza (come fa la chiesa).

– I giovani vivono un rapporto difficile con la propria corporeità, che da un lato viene rivestita di significati “simbolici” (i modelli proposti dalla televisione), dall’altro si tende più a plasmare o a dominare più che ad “ascoltare”. La definizione dell’identità sessuata avviene in un contesto socio-culturale ed educativo molto problematico, in cui l’età per le scadenze evolutive si è fatta assolutamente aleatoria e anche il problema della relazione con le diversità è oggi molto più complesso.

– Il rapporto ambiguo con la dimensione del tempo. Sul piano quantitativo c’è la tendenza a riempire il molto tempo libero con impegni “strutturati” legati a hobby, interessi, passioni. Sul piano qualitativo risulta difficile assumere la logica dell’investimento per il futuro ed emerge un prevalente “consumo” del tempo e delle esperienze. A un presente molto ricco di soddisfazioni, di stimoli e di impegni, corrisponde la difficoltà a fare i conti con il passato (dal quale ci si sente staccati) e con il futuro (pensato come apertura vuota e vissuto con la «paura di non farcela»). 

– A livello scolastico, le categorie pedagogiche vengono travolte, sostituite da una nuova concezione del compito formativo, che interpreta la domanda di significato come domanda di successo. Lo stesso lessico si rivela un indicatore eloquente: attingendo dal vocabolario dell’economia, si parla di «offerta formativa», di «debiti» e di «crediti», di «certificazioni di qualità», di «risorse umane». Si privilegiano percorsi di studio finalizzati, flessibili, modulari, costruiti per segmenti brevi, orientati da obiettivi standardizzati, comparabili e certificabili. C’è una forte attenzione al tema delle competenze intese come «saper fare», mentre viene indebolito il peso dei contenuti culturali; la stessa valutazione assume una rilevanza particolare, tale da divenire la pietra di paragone della qualità del percorso formativo.

– Altro contesto da considerare è quello della famiglia. È diffusa una situazione di grande «fragilità genitoriale», che vede gli adulti spesso inadeguati a sostenere i figli e a incoraggiarli ad intraprendere il percorso di «nascita sociale» (G. Charmet). Compito nuovo della famiglia, rispetto al passato, è quello di insegnare le regole del vivere e del convivere, indirizzare verso l’acquisizione dell’autonomia e della responsabilità.

 

A partire dalla fede

Non s’intende affermare che l’educazione o è cristiana oppure non è educazione, ma che occorre lavorare a un’elaborazione culturale della pedagogia a partire dalla fede in Cristo. Una prospettiva educativa sapienziale dentro un orizzonte di senso umano compiuto non è più garantita oggi sul piano istituzionale e pubblico. Il convegno ha indicato alcuni “punti forza” sui quali impostare la ricerca:

* Valorizzare la visione cristiana dell’uomo e della vita. Per poter parlare di «pedagogia cristianamente ispirata», è importante che i riferimenti alle categorie della fede siano strutturanti la riflessione pedagogica, e non costituiscano solo un riferimento accidentale. Il nodo antropologico acquisisce in tale contesto una sua centralità teoretica e rappresenta il punto cruciale dell’auspicata mediazione culturale tra fede e pedagogia.

* Concepire la persona come unità vivente psicofisica, la cui dignità abbraccia l’anima e il corpo. Ciò implica una visione corretta e serena della corporeità, che si collega all’imperativo educativo di coltivare le virtù, capaci di dare forma, maturità ed equilibrio.

* La visione cristiana del tempo e della storia sottolinea come l’identità di ogni persona abbia una centralità esistenziale, legata alla capacità di costruire e di progettare la storia, ma nello stesso tempo ogni persona va considerata come dono, legato a una chiamata, che si inserisce nel dinamismo della storia della salvezza.

* La stesura di un progetto educativo cristiano dovrebbe contenere alcune finalità specifiche: privilegiare la dimensione del “senso”, a cui ricondurre tutti gli obiettivi di tipo strumentale; riconoscere la vita come “compito” da scoprire; favorire la capacità di ascolto e la necessità di “fare il punto” su se stessi; promuovere relazioni positive, un linguaggio rispettoso, atteggiamenti socialmente costruttivi e responsabili, l’educazione alla convivenza civile, ai diritti umani, all’impegno politico, alla solidarietà e alla pace; favorire una visione positiva della vita, l’amore per l’esistenza, l’attenzione alla vita spirituale, l’apertura al mistero.

* L’«unità dell’atto educativo» – che significa porre in rapporto di continuità dinamica e critica le dimensioni della fede e della cultura – va garantito attraverso il concetto di “rete”, che è la consapevolezza di dover comporre insieme tre ambiti: quello istruttivo/formativo, quello culturale e quello familiare.

 

Una proposta concreta

L’idea che è stata lanciata è quella di costituire una pluralità di «centri territoriali», a dimensione vicariale e con un minimo di struttura (una biblioteca, una banca dati, un ufficio), organizzati per sostenere i diversi soggetti che operano nell’ambito educativo e con ruolo propositivo sul territorio. Le emergenze educative potranno tradursi in progetti educativi da proporre alle scuole, alle parrocchie, alle associazioni. Saranno configurati come centri culturali, specializzati sulle tematiche educative, tali da poter agire a livello culturale, organizzativo e progettuale. Tali centri dovranno accreditarsi sul territorio come interlocutori credibili, espressioni esplicite della comunità ecclesiale, anche se non materialmente coincidenti con le sue strutture organizzative (parrocchie, consulte, uffici diocesani).

Si potranno individuare ogni anno alcune emergenze educative insieme a obiettivi specifici su cui concentrare le energie e, in collegamento con altri centri analoghi, far sentire la presenza di una proposta educativa cristianamente ispirata. Concretamente, si potrebbero predisporre dossier di documentazione, pacchetti didattici da offrire alle scuole, interventi di aggiornamento per educatori e famiglie, concorsi per studenti e altre iniziative che offrano l’opportunità di creare un’attenzione culturale e didattica convergente su tematiche ritenute strategiche da parte della comunità ecclesiale e non solo.

 

 

[1] È questa la bella definizione di educazione che dà Marcello Peretti e che è stata indicata come stimolo all’inizio dei lavori del convegno.

[2] Bruno Stenco, direttore dell’Ufficio Cei per l’educazione, la scuola e l’università, ha introdotto il convegno inserendolo sullo sfondo del lungo lavoro che in questi anni è stato fatto dal suo Ufficio sul tema dell’educazione (cf. i resoconti su Settimana:  marzo 2004/n. 9, p. 3, Convegno nazionale; luglio 2004/n. 7, p. 3, Simposio europeo). Erano presenti rappresentanti di 86 diocesi: 48 responsabili diocesani di pastorale della scuola, 50 docenti, 24 genitori, 20 studenti, insieme a esponenti di numerosi gruppi, associazioni e movimenti laicali che operano a servizio della formazione e della scuola. Tra i relatori: I. Fiorin, S. Lanza, C. Scurati, M.T. Moscato, A. Porcarelli, G. Chiosso, D. Nicoli. Per il Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca sono intervenute le onorevoli M. Moioli e V. Aprea.

 

 

Pierluigi Cabri

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