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L'ateismo di Martorana filosofia da bocciofila

«Quando nasciamo in ospedale, c'è sempre una perfida suora che ci preleva dalla culla e ci porta dal prete a battezzarci. Quando stiamo per morire, occorre stare molto attenti, altrimenti ci si ritrova un prete vicino che cerca di arruolarti fra i credenti. A un cristiano l'intelligenza, l'istruzione non servono..»


L’ateismo di Martorana filosofia da bocciofila

da Quaderni Cannibali

del 25 settembre 2007

«Quando nasciamo in ospedale, c’è sempre una perfida suora che ci preleva dalla culla e ci porta dal prete a battezzarci. Quando stiamo per morire, occorre stare molto attenti, altrimenti ci si ritrova un prete vicino che cerca di arruolarti fra i credenti. A un cristiano l’intelligenza, l’istruzione non servono, anzi gli risultano dannosissime. La religione cattolica rende gli uomini schiavi. E questo loro Dio, è un mattacchione che si annoiava a non far niente, e allora ha creato la vita e la morte, per perseguitarci sia da vivi che da morti. Il paradiso, il purgatorio, l’inferno? Ma dove lo troverebbe il tempo, il personale dell’aldilà per smistare le anime, con tutti quelli che muoiono in un giorno?». Antologia di argomenti tratti da 'Il piccolo Ateo. Anticatechismo per i ragazzi', di Calogero Lillo Martorana, insegnante napoletano. Il libretto circola nelle scuole del Nord Italia. Stampato a grandi caratteri, facile di lettura, vorrebbe essere un abbecedario del giovane miscredente, da indirizzare sulla retta via dell’avversione a crocefissi e chiese.

A dire la verità, chi legge fatica, dopo qualche riga, a non ridere. Ce n’è di tutte, una più grossa dell’altra. Da dove si prendono le anime per i neonati? E chi le mette «dentro»? Come andranno, poi, le anime all’inferno? Su treni speciali? O in autobus? si domanda l’autore. Nel commovente tentativo di parlare un linguaggio accessibile ai bambini. I quali tuttavia, contrariamente a quanto pensano certi adulti, sono piccoli, ma non cretini. Al di là delle ipotesi amene, l’idea della suora che ti rapisce per battezzarti, o del prete in agguato al capezzale del morente, rivelano qualcosa di simile a ciò che i medici chiamano delirio di persecuzione: la fobia di una Chiesa piovra, una faccenda psichiatrica. Beh, ti dici, in questa Italia «cattolica e oscurantista» siamo liberi, anche di raccontare barzellette su una fede in cui pure in moltissimi si riconoscono. Se il signor Martorana sta preparando la versione in arabo del suo volume, per i fedeli islamici, ci permettiamo di consigliargli prudenza. E però l’ateismo non è questa filosofia da bocciofila. Il rifiuto di Dio può essere una posizione umana seria, talvolta drammatica. Meriterebbe di essere argomentato con ragioni che non siano battute da cabaret. Duemila anni di storia, da Paolo a Tommaso ad Agostino, duemila anni segnati da Dante, Raffaello, Michelangelo, meritano di più della dialettica del professor Martorana. Che ai fanciulli spiega, tra una battuta e l’altra, che «non c’è il bene sicuro e non c’è il male sicuro, tutto dipende da come pensiamo le cose». Sotto alla leggenda delle suore rapitrici, cenni elementari di relativismo; e la fede come consolazione per idioti. Niente di nuovo, e anzi tutto già molto visto – con una nota di più acida acrimonia oggi parecchio diffusa. Come di chi non si capacitasse che quel Dio dato trent’anni fa per morto, sia fastidiosamente ancora vivo. Ma a un certo punto il professore scrive: «È così semplice accettare che si muore e basta!». Che bisogno c’è di Dio, insomma? È così facile accettare la morte. E qui, pensiamo che anche i più volonterosi apprendisti atei si fermeranno a pensare. Semplice, accettare la morte? Anche un bambino, se ha già perso un nonno, un amico, perfino un cane, sa che è terribilmente difficile, rassegnarsi alla morte. Pensare a noi stessi come a un nulla sospeso nel nulla, contraddice la più radicale pretesa dei bambini, anche a tre anni: che l’amore di chi ti è accanto, sia per sempre. Di modo che questo libretto lo faremmo leggere ai nostri figli. È semplice, tu credi, rassegnarsi alla morte? chiederemmo. E a partire da questo, da quella domanda stampata addosso come un’impronta originaria cercheremmo di dare, della nostra speranza, la ragione.

Marina Corradi

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