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L'anima è una leonessa che deve essere stanata, cioè educata

Secondo il grande psicologo, la psiche è molto più grande della scienza che la studia. E' inafferrabile senza una base filosofica: 'Non conosciamo, ma siamo conosciuti'.Testo della conferenza tenuta il 14 Settembre 2007 al Festival della filosofia di Modena.


L'anima è una leonessa che deve essere stanata, cioè educata

da Teologo Borèl

del 29 settembre 2007

 

Buon pomeriggio. Nella prossima ora vorrei affrontare una questione che mi ronza da molto tempo nella testa, ma che ho sempre relegato in un angolo perché mi sembrava troppo difficile, forse addirittura impossibile. Ecco il problema: che cos’è la conoscenza psicologica? Che cosa conosce l’anima, e in quale modo? E ancora: la psicoanalisi moderna è in grado di rispondere positivamente all’antico comando: 'Conosci te stesso?'. In qualsiasi modo rigiri il problema, non riesco a trovare un chiaro metodo con il quale affrontarlo, anche se per molti anni ha occupato in maniera quasi ossessiva la mia mente e in tutti i miei scritti ho espresso critiche, ironie e dubbi profondi sulla legittimità intellettuale della psicologia e della terapia. Ma la questione deve essere aperta e affrontata, altrimenti rimarrei personalmente in mauvais foi. Perciò, sono grato per l’opportunità che la città di Modena mi ha offerto per affrontare finalmente ciò che ho troppo a lungo evitato, e anche se non posso promettervi una soluzione, sono comunque contento di fare un tentativo. Qual è il motivo di questa fastidiosa irritazione, di questi dubbi devastanti? La parola 'psicologia' significa semplicemente che si tratta del logos della psiche. Ma è proprio così? Il nostro linguaggio specialistico, i grafici e le statistiche, i casi individuali, le diagnosi psichiatriche, i manuali per il miglioramento della persona, i test, i quiz e tutte le cose che abbiamo studiato e imparato e usiamo normalmente quando parliamo di noi stessi e degli altri hanno davvero qualcosa a che fare con l’anima? La psicologia sociale, terapeutica, biogenetica o medica forniscono davvero delle risposte concrete alla nostra ricerca dell’anima? Danno una risposta alla grande questione posta dall’oracolo di delfi oppure continuano semplicemente a ispirare l’avventura socratica di una conoscenza dell’anima? In effetti, tutto ciò che noi chiamiamo 'psicologia' sembra avere volontariamente evitato qualsiasi concezione precisa sull’anima, ammettendo in tal modo che non ha assolutamente nulla da dire in proposito. Sembra, allora, che ci siamo lasciati ingannare dalla stessa parola 'psicologia': infatti, essa implica la possibilità di fornire una descrizione veridica, un logos; e anzi, presuppone che vi possa essere una descrizione che definisca autenticamente la natura e le pulsioni dell’anima e che, per mezzo di questo logos, di questa psicologia, si possa scoprire che cos’è l’anima e conoscere tutte le nostre singole anime individuali. Per avviare la nostra ricerca, iniziamo facendo una precisa distinzione tra tre proposizioni: conoscenza circa l’anima o sull’anima; conoscenza dell’anima; conoscenza nell’anima. Nelle pagine che seguono cercheremo di mantenere questa tripartizione.

Non ci soffermeremo a lungo sulla prima proposizione, la conoscenza sull’anima. La parola 'su' è rivelatrice: indica chiaramente che questa conoscenza proviene dall’esterno, risponde alla prospettiva di un osservatore. Buona parte delle mie critiche alla psicologia nascono proprio dal fatto che essa rimane all’esterno, e trae la sua conoscenza da esperimenti, misurazioni, indagini e raccolte di dati. E’ nata nei laboratori tedeschi, inglesi e successivamente americani, prendendo spunto dai metodi di introspezione caratteristici del positivismo del Diciannovesimo secolo. La conoscenza sull’anima si otteneva nello stesso modo in cui si raggiunge la conoscenza sul mondo: per mezzo di un’attenta e controllata osservazione, che presuppone una netta distinzione tra osservatore e cosa osservata, con l’osservatore che rimane sempre all’esterno. Il successo di questo metodo ha contribuito ad assegnare ben maggiore importanza al soggetto esaminante anziché all’oggetto esaminato, e il metodo stesso si colloca nel contesto più ampio della mentalità storica del capitalismo e del colonialismo del Diciannovesimo secolo. Ma in questa mela lucida e scintillante si annida un verme; il metodo è viziato al suo interno, perché 'su' (about) significa anche 'circa', ossia 'approssimativamente', 'più o meno', 'quasi'. Ciò che la 'conoscenza su' conosce, lo conosce soltanto in modo parziale. La distinzione tra soggetto e oggetto comporta la definizione di uno spazio delimitato, all’interno del quale non rientrano l’immisurabile e l’incontrollabile, la soggettività dell’osservatore e quella del fenomeno osservato – che, naturalmente, è per definizione privo di qualsiasi soggettività. Questo verme dell’indeterminazione, di 'variabili indipendenti' e di 'deviazioni dalla norma', come è stato definito, erode dall’interno il logos della psiche ed è probabilmente illustrato nel modo più perfetto dal notorio motto della psicologia degli inizi del Ventesimo secolo. E’ stato Thorndike o Spearman a dire: 'Tutto ciò che esiste esiste in una certa quantità e può pertanto essere misurato'. Questo assioma postula la misurabilità di ogni quantum, l’uniformità assoluta della misurazione, la sua assoluta verificabilità e la riduzione a numero della definizione stessa di logos; inoltre, naturalmente, implica quasi automaticamente il seguente corollario: tutto ciò che non è misurabile non esiste, lasciando quindi completamente fuori dal campo la concezione tradizionale della psiche. L’imprecisione della conoscenza 'sui' fenomeni della psiche suscita un’ossessione per la precisione, perfettamente esemplificata dal centro di attenzione sempre più limitato e dagli obiettivi sempre più modesti della ricerca psicologica contemporanea. Poiché l’accumulazione di piccoli fatti, per quanto vasta, non è in grado di fornire una conoscenza completa, vi è un bisogno sempre maggiore di ulteriori studi, di altri esperimenti e di nuove dissezioni allo scopo di ottenere un quadro completo e corretto. Di conseguenza, la psicologia contemporanea si occupa con sempre maggior precisione di questioni sempre più minuscole e di minuscola importanza; e questa ristrettezza mentale compensa con la compilazione di masse di informazioni sempre più voluminose. Eccone un esempio: l’American Diagnostic and Statistic Manual (DSM), lo strumento standard e unanimemente riconosciuto e usato dagli psicologi terapeuti americani, nelle cui pagine prolifera una serie innumerevole di malattie classificate in centinaia e centinaia di gruppi e sottogruppi, e vengono snocciolate altrettante generalizzazioni normative che non corrispondono mai a nessuna delle specifiche bizzarrie di una singola psiche. La retorica su cui si fonda questo primo tipo di conoscenza psicologica rivela la sua incapacità di parlare dell’anima o all’anima. Grafici, statistiche, diagrammi, abbreviazioni, parole in codice e termini preconfezionati lasciano un enorme vuoto nel cuore dello studioso di psicologia, che si era dedicato a questo studio per comprendere la natura umana e l’anima personale. La trivialità delle ossessioni della psicologia contemporanea non ha né maggior senso né maggiore utilità della mania medievale di contare il numero di angeli che si trovavano sulla testa di un chiodo.

La seconda proposizione, la conoscenza dell’anima, ci può portare più vicino al nocciolo del problema. La preposizione 'di' indica il possesso e può riferirsi a una proprietà o a un attributo appartenente a un’altrà entita: un sapore del miele, la mia stanza, la conoscenza della psiche. In tale uso, si possono significare molte altre proprietà appartenente al sostantivo principale. Per esempio: il colore, l’odore, la viscosità del miele; una sedia, un letto o la finestradella mia stanza. Seguendo quest’analogia, la conoscenza dell’anima sarebbe uno degli attributi o proprietà della psiche. Altri simili attributi, o per meglio dire, funzioni (dynamis, in Aristotele) sono generalmente definiti con i termini di volontà, sentimento, pensiero, ricordo, osservazione, valutazione, sensazione, immaginazione, ecc. Fin dai tempi di Platone e Aristotele, la tradizione ha ritenuto che la conoscenza richiede un logos, inteso come resoconto vero sotto forma di parole (Teeteto, 202d). Perciò, nella misura in cui la psiche è in grado di presentare un resoconto di ciò che sente e dei modi in cui lo sente, di ciò che desidera e di quando lo desidera, dei dati che percepisce e dei modi della percezione, si può dire che essa conosce le sue proprietà. Senza dubbio, però, oltre a queste funzioni, l’anima deve possedere anche altri attributi. L’anima non possiede forse valori e virtù come il coraggio, la lealtà, l’onestà, la dignità, la misericordiae l’amore? E altresì peccati tradizionali come l’avidità, la vanità e la lussuria?La sua conoscenza non include forseastrazioni universali come il tempo e lo spazio, il numero e la qualità, o i principi della logica, come l’identità e lacontraddizione? L’anima non ha forse una conoscenza della bellezza, della giustizia, della malattia e della morte? Se sono possessioni dell’anima e devono essere considerati parte della conoscenza psicologica, questi concetti universali sono quindi idee che tutte le anime devono possedere, e ognuno di noi possiede, in varie forme e intensità, tutte le virtù, le categorie e i pathemata. Insomma, l’intera gamma dei concetti differenziati è proprietà della psiche e costituisce la sua conoscenza. Ma tutta questa conoscenza appare in forma specifica e unica nella condizione concreta di questa o quella persona. Anche se la psiche conosce tutto, quale conoscenza ha dell’anima un singolo individuo? Agostino mette in dubbio persino questa possibilità, ossia che l’individuo possa reclamare una proprietà. Agostino si figurava la conoscenza dell’anima come se fosse contenuta in 'una camera di grandezza illimitata. Chi ne ha mai toccato il fondo? Tuttavia, questo è un mio potere, e appartiene alla mia natura; ma non sono in grado di comprendere tutto ciò che sono. Quindi la mente è troppo piccola per contenere se stessa' (Confessioni, X, 8. 15). Se sai più di quel che sai e non sei sicuro di conoscere ciò che conosci, non puoi far altro che metterti a cercare come se percorressi l’indice tematico del catalogo di una biblioteca infinita, o facessi un grafico sulla presenza o assenza di contenuti per mezzo di una valutazione inventariale, di un test attitudinario o di una prova del quoziente di intelligenza. All’Università di Harvard, Gardiner ha distinto almeno sei o sette tipi diversi di intelligenza, ognuno dei quali richiede un proprio principio di valutazione. Quanto ai sentimenti, che sono spesso considerati la conoscenza specifica della psicologia (Collingwood), ne sono stati definiti almeno millesettecento tipi, sempre all’Università di Harvard. Quanto ai pathemata: il DSM offre una lista di varie centinaia di disturbi. Il dubbio di Agostino non sembra lasciarsi rimuovere dall’accumulazione dei dati particolari e dalla loro classificazione. Forse la forma di conoscenza propria della psiche è sostanzialmente inconoscibile. Così, perché non arrivare fino alla conclusione tratta da Johann Friedrich Herbart (1816), successore sulla cattedra di Kant a Koenigsberg, che ebbe un ruolo fondamentale nella fondazione della psicologia e dei suoi metodi? Herbart esclude qualsiasi conoscenza da parte dell’anima: 'L’anima non ha idee, emozioni o desideri. Non ha conoscenza di se stessa o di altri oggetti. Non possiede categorie di pensiero o intuizione, né capacità di volontà e azione. L’anima, originariamente, non ha alcun tipo di predisposizione'. Completamente piena (Agostino) o completamente vuota (Herbart). Nel primo caso non si può conoscere; nel secondo, non c’è nulla da conoscere. La psiche e la conoscenza appaiono come due termini incompatibili.

Siamo così arrivati al nostro tema principale, la terza proposizione, che ci occuperà fino alla fine. Le prime due proposizioni ci hanno lasciato insoddisfatti. Per di più, la seconda implica questa terza opzione. La conoscenza dell’anima presuppone infatti una previa conoscenza nell’anima. Se l’osservazione esterna non permette di comprendere nulla sulla conoscenza psicologica, la quale è invece un possesso della psiche ad essa internamente caratteristico e da essa implicato, non si deve forse concludere che tale conoscenza alberga in modo innato nell’anima? Ecco, dunque, la nuova domanda: quale conoscenza si trova nell’anima? Qual è la conoscenza propria dell’anima? Il locus classicus per dimostrare la conoscenza innata dell’anima è il dialogo platonico 'Menone'. In quest’opera, come ben noto, Socrate domanda a un ragazzo, privo di qualsiasi istruzione matematica, come si calcola una potenza di secondo grado. Passo dopo passo, Socrate estrae dal ragazzo le corrette regole matematiche per arrivare alla soluzione. Poi, Socrate e Menone discutono sui risultati della dimostrazione di Socrate. Ecco il testo di Platone (85, bf): Socrate: 'Che cosa ne pensi, Menone? Tutte queste risposte non sono forse uscite dalla sua testa?' Menone: 'Sì, è così'. Socrate: 'Eppure non le conosceva, come aveva stabilito pochi minuti fa. E quindi possedeva in se stesso queste nozioni, giusto?' Menone: 'Sì'. Socrate: 'Quindi colui che non sa può tuttavia avere in sé nozioni vere su ciò che non sa?' Menone: 'Probabilmente'. Socrate: 'E ora queste nozioni sono state risvegliate in lui, come in un sogno' Socrate poi aggiunge: 'Questa conoscenza non deriva dall’insegnamento [ossia dall’esterno]. E’ lui stesso a recuperarlo dentro di sé. E questo recupero spontaneo della conoscenza che è dentro di lui è un ricordare'. Anamnesis: ricordo. Ma da dove? La psiche è forse nata già imbevuta di questa conoscenza, conservata da una precedente esistenza? Oppure il ragazzo l’ha ricordata traendola dalla 'sua testa', trattandosi quindi di un fattore innato specifico della psiche e sempre recuperabile nelle giuste condizioni? E perché come in un sogno? Mi sembra opportuno soffermarsi su questa curiosa analogia tra la conoscenza dell’anima e il sogno. L’inaspettata comparsa di quest’ultimo apre una nuova dimensione nella nostra questione. Platone intende forse dire che la conoscenza emerge come i sogni emergono alla luce del giorno? E in tal caso, che i sogni dimostrino la conoscenza innata della psiche – magari contengono questa conoscenza, o sono essi stessi la conoscenza propria dell’anima, una conoscenza non su o di qualcosa, ma la conoscenza del terzo tipo, ossia conoscenza psichica in se stessa? Forse, se vogliamo davvero sapere ciò che l’anima conosce, dobbiamo rivolgerci alle immagini oniriche. Inoltre, per riprendere l’analogia della conoscenza ricordata dal ragazzo interrogato da Socrate, c’è una conoscenza che non si sa di avere. Colui che conosce non conosce la sua stessa conoscenza. Essa sorge soltanto lentamente, come nel primo mattino, quando si ricordano le immagini di un sogno. L’idea che noi sappiamo e allo stesso tempo non sappiamo ciò che sappiamo è discussa dettagliatamente da Plotino. Ecco alcuni passi delle sue Enneadi: 'Tutto si riduce quindi a questo, ossia a una fase del sé che conosce un’altra fase?' (V.3.5); 'Colui che conosce se stesso è una persona doppia' (V.3.4); 'Il principio di conoscenza … è duplice relativamente a se stesso' (V.3.10). Oggi diremmo che la conoscenza che non si sa di avere, e che spunta lentamente alla luce, sorge dall’ 'inconscio'. Platone propone qualcosa di simile quando, nel Menone (81c), fa dire a Socrate che l’anima conosce ciò che conosce perché l’ha imparato nell’Ade, che, detto per inciso, è il luogo dove risiedono anche il sonno e i sogni (Hypnos, Somnos, Oneiroi) [DU, pp. 32 ssg. et 208 n.15), un mondo fatto completamente di ombre e di eidola, dove non vi è posto per le tre dimensioni. La conoscenza dell’anima non è quindi una conoscenza letterale, una conoscenza di fatti positivi e concreti. L’anima non conosce nulla nella forma di oggetto, cosa: la sua conoscenza deve essere piuttosto uno stato dell’essere, in cui l’atto del conoscere è svuotato di sostanza, dissolto in un’ombra di se stesso, una sorta di visione, di intuizione.Sebbene la conoscenza richieda un logos, la conoscenza della psiche sembra inaccessibile al logos. Nel 'Teeteto' di Platone, Socrate dimostra chiaramente che gli uomini sembrano incapaci di raggiungere il gradodistintivo della Conos cenza psicologica, né tantomeno di arrivare a una sua definizione o di individuare i suoi elementi compositivi. La psiche è al di là del logos: perciò, parlare della 'psicologia' come di un logos della psiche è fuorviante e fa sorgere false aspettative. Il termine stesso di 'psicologia' è un invito a un’ingannevole illusione. Così, non è nel 'Menone' e nemmeno nel 'Teeteto', ma nella meravigliosa Settima Lettera (341 d) di Platone che possiamo trovare le parole che, a mio giudizio, forniscono la descrizione più profonda e illuminante dellaconoscenza psichica. In questo testo Platone spiega come si acquisisce tale conoscenza o, meglio ancora, come essa si forma spontaneamente: Questa conoscenza 'deve piuttosto sorgere dopo un lungo periodo di frequentazione e di istruzione nell’argomento stesso, quando, improvvisamente, come una fiamma accesa da una scintilla schizzante, si genera entro l’anima e si sostiene immediatamente da se stessa'. La testimonianza più duratura di questa conoscenza psicologica sono le intuizioni assolute attribuite a Eraclito, che hanno offerto verità psicologiche per venticinque secoli e che continuano ad offrirle ancora oggi. Lo stesso Eraclito (Diels-Krantz, framm. 101) racconta come è giunto a questa conoscenza (sempre che si accetti il carattere autobiografico dei suoi frammenti). La tradizione dice infatti che il filosofo avesse dichiarato: 'Ho cercato dentro me stesso' (trad. Freeman) o, secondo altre traduzioni: 'Ho indagato al mio interno' (Haxton): 'Ho esaminato me stesso' (Kirk-Raven): 'Ho cercato me stesso' (Burnet): 'Ho interrogato me stesso' (Marcovich). Da questo possiamo concludere che Eraclito non fosse giunto alle sue intuizioni psicologiche per mezzo di un apprendimento sulla natura dell’anima o da una descrizione delle sue proprietà bensì mettendo in atto il duplice essere di Plotino: conoscente e conosciuto, o, detto più precisamente, un non-conoscente che indaga lo sconosciuto. Il frammento di Eraclito assegna particolare importanza all’attività di ricerca, indagine, interrogazione. Insomma, all’azione. C’è un urgente bisogno di conoscere. Come dice Plotino (V, 3,10): 'La conoscenza presuppone il desiderio, una sorta di brama per ciò che è assente; infatti la conoscenza è, per così dire, la scoperta che corona una ricerca'. La parola 'desiderio', 'brama' traduce il greco pothos, che corrisponde al tedesco Sehnsucht, vale a dire a un insaziabile anelito a cio che è remoto, distante e sconosciuto. Un desiderio analogo a quello che spinse Eraclito alla ricerca, seppure più attenuato, sta anche alla base della pratica psicoanalitica, che prosegue per anni e anni, regolarmente, fino a diventare, come dice Freud, 'interminabile'. E procede interamente per mezzo di intuizioni, lampi di fosforescenza, scintille di scoperta che accendono una vita che si sostiene da sola e si riverberano nell’essere dell’anima. Insomma è una conoscenza che è anche una gnosis. Diciamo subito con estrema chiarezza che la conoscenza psicologica non procede da un atto di riflessione. Non sorge da quel raddoppiamento già descritto e discusso da Plotino. L’intuizione non è una sorta di passo indietro (nel senso in cui Jung definisce la riflessione), perché la riflessione pone automaticamente chi riflette nella posizione di un osservatore esterno. L’intuizione sorge da un’intima compartecipazione, dallo sprofondamento nella condizione di non sapere e di voler sapere, grazie al quale l’intuizione stessa non trova ostacoli, pur rimanendo legata alla sua fonte invisibile, vale a dire, nelle parole di Platone, l’Ade. Analogamente, il ricordo non è un atto di introspezione, perché anch’essa implica il raddoppiamento, con una parte impegnata in una ricerca attiva e l’altra che si sottrae e non si lascia afferrare dal ricercatore. Dalla sua ricerca su se stesso, infatti, Eraclito imparò che l’anima, intesa come natura, ama nascondersi (fram. 123), parla soltanto in forma di allusioni e indovinelli (fram. 93), è in continuo divenire (framm. 49a, 911) e il suo logos non è misurabile (fram. 45). Anche se improvvisa, la conoscenza psicologica non sorge facilmente. Sebbene sia un dono, come una scintilla di intuizione, giunge soltanto dopo un lungo periodo di frequentazione e di intima associazione. 'Un indugiare prolungato sulla vicenda narrata': ecco come Henry James descrisse il lavoro dello scrittore. E’ un’attesa per ciò che non si mostra (Beckett), un vita vissuta in compagnia dell’ignorare. E chi è questo ignorare? L’abisso del tuo stesso ignorare. Sei tu stesso la vicenda narrata. Così, la cosa principale su cui e di cui bisogna raggiungere la conoscenza è il fatto stesso che non si conosce la psiche. Nicola Cusano lo aveva già spiegato perfettamente nel 1440: 'Il nostro naturale desiderio di conoscenza non è privo di scopo; il suo oggetto immediato è la nostra ignoranza… Persino al più scrupoloso tra i ricercatori della conoscenza nulla può essere più utile della sua consapevolezza circa l’ignoranza che gli è specificamente propria' (De docta ignorantia, 1). La bramata fonte della conoscenza dell’anima si cela in due inaccessibili topoi. Il primo è chiamato da Socrate Ade: è invisibile alla terra e rimane sempre nascosto, al di là della vita o dopo di essa. Il suo logos tiene avvinti gli abitanti dell’Ade, perché, dice Socrate, ha parole per la conoscenza di tutte le cose nobili (Cratilo, 403e-404b). La fonte subterranea di tutta la conoscenza psichica getta un’ombra sulla vita dell’anima, con la sua origine e la sua fine, dando profondità e risonanza a tutti i ricordi e a tutti gli sforzi. Qui sta probabilmente lo scopo supremo di ogni intuizione. Così, lo studio di ciò che muore diventa il metodo fondamentale per la conoscenza dell’anima, raccomandato non solo da Socrate, ma anche da Spinoza e Camus. Dopo l’Ade, il secondo topos è il Principio intellettuale o di Intelligenza, che Plotino chiama il Monarca e che rende ontologicamente possibile ogni forma di conoscenza. E’ 'il principio in virtù del quale nell’anima avviene la comprensione, e racchiude in se stesso tutto l’universo delle cose' (V, 3.4). Questa virtù,però, la tiene entro se stesso. Nel medesimo Capit olo delle Enneadi, Plotino parla del mito di Cronos, definito 'il dio più saggio' (V, 17), che però 'tiene entro se stesso tutto ciò che genera'. Soltanto quando la psiche ricorda di avere la propria origine nell’Intelligenza, di essere nata dal Monarca, di partecipare alla sua natura, diventa conosciuta a se stessa grazie alla sua propria intelligenza e può replicare l’intellegibilità inerente di tutte le cose. Noi possiamo anche non conoscere, ma siamo tuttavia conosciuti perché siamo derivati da una più vasta intelligenza, che ci abbraccia completamente. Le nostre anime sono fatte di intelligenza e sono intelligenti'. Infine, la conoscenza della psiche è di due tipi. In primo luogo c’è, come ci ha insegnato il 'Menone', la conoscenza ricordata che sorge come risposta diretta a uno stimolo. Questa conoscenza è ritenuta innata e pre-esistente, nel senso di un archetipo eterno. Poi ci sono le intuizioni, che possono essere oggettivate o concettualizzate. Le intuizioni sono fluide come la stessa anima, atti effimeri di immediata precisione. Vorrei aggiungere ancora qualche parola sul desiderio di sapere, sull’impulso alla conoscenza, su quella 'sorta di brama per ciò che è assente'. Quelli che certamente non mancano sono gli eidola o immagini. Sogni, premonizioni, speranze, idee, desideri, progetti, ricordi, impulsi, sogni ad occhi aperti, paure, vergogne… gli infiniti giochi di prestigio di una psiche viva. La psiche è una cornucopia di immagini, un’immaginazione in piena. Jung lo ha detto con parole di illuminante concisione: 'L’immagine è la psiche' (Coll. Works, 13:75); l’attività immaginativa 'è l’espressione immediata della vita psichica' (Coll. Works, 6:722). Anche se sono il materiale originario della psiche, le immagini non suscitano automaticamente l’intuizione, e le immagini con le quali la psiche si autopresenta non corrispondono alla sua conoscenza. Manca qualcosa, e questo qualcosa, dice Plotino, è l’archetipo. E’ 'come se volessimo contemplare l’archetipo nella medesima immagine', dice ancora Plotino; o, come ha tradotto MacKenna, 'attraverso l’immagine desideriamo conoscere l’archetipo' (V, 3.6). E’ l’immagine che stimola l’impulso di conoscenza della psiche, il desiderio di oltrepassare la soddisfazione garantita dalle sue immagini. Queste ultime non sono la sua conoscenza, ma soltanto il propedeutico a essa. Le immagini richiedono un’intimità con qualcosa che le oltrepassa, una stretta associazione con il principio intellettivo. Di conseguenza, l’immagine si arricchisce di un significato archetipico e conosce se stessa in quanto appartenente all’intelligenza di tutto il cosmo – 'tutto l’universo delle cose' (V.3.4). Il desiderio (pothos) per l’origine assente, remota e ignota delle immagini è percepito come un impulso alla conoscenza all’interno dell’anima. Il ritorno dei fenomeni dell’anima all’archetipo, che avviene secondo il principio della somiglianza o dell’analogia, è definito da Proclo epistrophé e da Corbin ta’wil. La perdita di questo background filosofico alla guida dell’impulso alla conoscenza presente nell’anima sotto forma di pothos ha fatto sì che la scienza occidentale degenerasse in un’ossessione insaziabile e assoluta. Questo medesimo pothos, la brama per l’archetipo remoto e assente, produce anche il più grande errore trascendentale: la separazione delle immagini dagli archetipi, e, subito dopo, l’errore della locazione semplice (Whitehead), che ha permesso di i nventare un lontano regno superno nel quale farle risiedere. La distinzione tra immagine e archetipo non richiede invece alcuna separazione spaziale. L’archetipo è il valore pregnante dell’immagine, contenuto all’interno dell’immagine in funzione della sua intellegibilità. E l’errore trascendentale sta appunto in questo, nel separare le due cose e nello spedire gli archetipi nel cielo. Siamo tentati dal fascino di una epistemologia metafisica. Socrate ce ne mette in guardia, quando dice che la più profonda intelligenza nell’Ade riesce ad ammaliare persino le Sirene (Cratilo, 403d). Così, proviamo a alzare le vele guidati dal logos, l’episteme, il nous e la sophia dirigendoci verso una gnosis di tutt’altro tipo, verso le spiagge dell’animale anziché a quelle del Monarca.

Immaginiamoci una vecchia leonessa, affamata, che osserva un gruppo di gazzelle pascolare nella prateria. La leonessa osserva e nota (nel senso del latino 'notitia)' le caratteristiche specifiche di ognuna di esse e ne sceglie una precisa. Esamina la qualità del terreno e della luce, e calcola la sua agilità e forza in rapporto alla distanza e alla velocità della gazzella. Questo calcolo comporta, in termini filosofici, una capacità di valutazione e giudizio. E, probabilmente, la leonessa ricorda anche precedenti cariche terminate con un succulento successo o con un secco fallimento. E’ un momento antichissimo, archetipico: la caccia. L’immagine completa della gazzella in corsa, il terreno che entrambi gli animali percorrono, l’angolo e il momento di incontro: tutto è presente in forma compatta nell’atto stesso dell’osservare, del notare. E’ una intimità con il terreno, una comprensione che vive negli stessi muscoli e tendini dell’animale. Il primo significato del latino notitia è 'conoscenza carnale, fisica' e, in secondo luogo, può anche significare 'conoscenza pratica'. La conoscenza fisica della leonessa l’accompagna nell’atto della caccia, come immagine e archetipo, un’intimità corporea con la sua preda prima ancora che ne abbia assaggiato il sangue. Tutte queste attività della leonessa la mente umana le ha concettualizzate nella forma di modi specifici di conoscenza psichica: osservazione, valutazione, ricordo, previsione, fantasia. Queste funzioni sono parte integrante dei suoi appettiti. Sono le forze dalle quali dipende la sua sopravvivenza. Sono la conoscenza della psiche: dove con psiche si intende, d’accordo con Aristotele, il principio vitale; ed è la psiche in azione, e non in riflessione, introspezione opensamento. Quindi, conoscenza nel senso di potenze (dunamis) presenti nei suoi muscoli e nei suoi tendini, mentre si accuccia muovendo lentamente la coda. La sua conoscenza non è tratta da un magazzino della memoria, ma è il frutto di una 'percezione diretta' della intellegibilità del proprio campo d’azione; ed è una conoscenza completa, che mette a frutto in un solo slancio tutti glistrumenti intellettuali di dissezione psicologica. Per la leonessa, conoscere il cosa non si distingue dal conoscere il come. Teoria e pratica si fondono. La leonessa è la sua conoscenza: una conoscenza nell’anima di un essere capace di conoscenza; una gnosis. La conoscenza psicologica, infine, sorge quando viene richiamata da uno stimolo, da una sfida – come nel caso del ragazzo interrogato da Socrate, che scopre le leggi della matematica, o come nel lampo di intuizione che giunge dopo 'una lunga frequentazione' o ancora come nel balzo della leonessa. Le sue reazioni nel campo sono il campo, perché è lei stessa la personificazione microcosmica delle informazioni che questo offre. La sua psiche vive immersa in questa conoscenza. Si scioglie così la terza proposizione dalla quale eravamo partiti, quella della 'conoscenza nella psiche': immaginando che la psiche si trovi nello stesso punto preciso in cui si trova la leonessa; ciò in cui lei è e ciò che è in lei non è distinguibile. La storia di questa leonessa implica che l’impulso della psiche per la conoscenza trova sfogo in reazioni e attività. Ciò che conosce è ciò che fa e come lo fa. La conoscenza psicologica si manifesta soltanto nella sua stessa attuazione. Perciò, per meritarsi il nome di 'psicologia', qualsiasi logos sulla psiche deve anche realizzarsi in atto in modo che la retorica delle sue parole colga il sensodi scoperta, la fiamma dell’intuizione, il rischio del balzo. La conoscenza dell’anima sorge dagli stimoli e dallesfide del mondo, e la stessa anima è tirata fuori dal suo nascondiglio. Qui 'tirare fuori' va inteso nel senso del latino educere, educare: in altre parole, l’educazione psicologica è la sfida del mondo, proprio come disse John Keats: 'Call the world … the vale of Soul Making' (e io ne ho fatto il mio motto). Questo ci porta al problema dell’attuazione pratica, vale a dire alla psicoterapia. Tutta la conoscenza contenuta nei libri di testo – logos di tipologie, meccanismi difensivi, grafici di rendimento, mappature cerebrali – nasce dopo il balzo della leonessa, dopo la scintilla che accende l’intuizione. Nel balzo sta la conoscenza a lungo bramata, una conoscenza intima, una certezza archetipica (Vico), persino se si manca il bersaglio. E nel salto non esiste differenza tra soggetto e oggetto. Non si può distinguere il danzatore dalla danza, il carnefice dal sacrificato: in un autentico atto conoscitivo ciò che viene ucciso e soppresso è proprio la separazione tra le due categorie. Dunque, a che cosa serve imparare la psicologia: tutti quei pesanti volumi, i corsi, gli esami e quel pretenzioso linguaggio concettuale che prosciuga l’anima? Plotino, nelle ultime righe del terzo capitolo della quinta Enneade, risponde con queste parole, che mi hanno sempre fatto da guida: 'Strappate via tutto' (V, 3, 17). 

traduzione di Aldo Piccato

James Hillman

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