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In troppi fuggono dall'educare

È possibile fuggire dall'educare? Secondo alcuni sì: «Sono diventato grande anch'io da solo, può farlo anche lui». Secondo altri, no: perché anche chi fugge in qualche modo educa, anzi diseduca.


In troppi fuggono dall’educare

da L'autore

del 02 gennaio 2008

È possibile fuggire dall’educare? Secondo alcuni sì: «Sono diventato grande anch’io da solo, può farlo anche lui». Secondo altri, no: perché anche chi fugge in qualche modo educa, anzi diseduca.

Ad un corso per insegnanti di scuola media, una «prof» era intervenuta criticando la mia relazione, che invitava gli insegnanti a ritrovare la loro vocazione di educatori: «Io non sono una volontaria, io sono un’esperta nella mia materia. A me basta comunicare con competenza quanto ho studiato e ritengo utile agli allievi. Non sono chiamata ad educare». Ho risposto sorridendo: «Già come entri in classe, come vesti e come parli, come guardi i ragazzi davanti a te, come li interroghi, tu educhi o diseduchi!».

Questo vale anche per i genitori, per quanti, in qualche modo, sono a contatto con i ragazzi: «Tutti dicono di amare i ragazzi, diceva il cardinal Martini, ma ditemi: come mai essi fuggono da casa, dalla scuola, dalla chiesa, dallo Stato e spesso anche dalla vita?».

I ragazzi fuggono quando gli adulti disertano il campo educativo, quando si dimenticano di ararlo e di fecondarlo con la pazienza e la speranza del contadino. Gli adulti fuggono perché non hanno voglia di confrontarsi con loro, non hanno memorie da comunicare, hanno perso il gusto di vivere, temono i ragazzi per la libertà con la quale si pongono nei confronti dell’adulto.

L’atto educativo, come l’amore, nasce nella libertà! Da qui le difficoltà di genitori, che affermano: «Preferisco costruire un muro che stare con mia figlia...»; «Non ho tempo: il lavoro mi occupa tutta la giornata e quando ritorno a casa, sono stressato e non voglio stare a discutere»; «Non è mai contento delle mie risposte e io non sono una professoressa d’università»; «Non ti dico le discussioni quando entro in negozio per comprare un vestito o un paio di scarpe!»; «Ho tanto desiderato un figlio, ma adesso che diventa grande, mi pento di averlo fatto!». Oggi una mamma è entrata al Centro dei «barabitt», con il piccolo giovane Tore di 8 anni: «Ve l’ho portato perché me lo spaventi. Sono stufa delle lamentele delle maestre. Gli metta paura... Gli dica che lo tiene qui!».

«Mettere paura? Signora, non si è mai chiesta il perché del disimpegno e dell’aggressività di Tore?».

Era una delle famiglie che non avevano tempo, dove i genitori fuggivano dall’educare. «Il tempo è la misura dell’amore, signora. Dovete trovarne per lui, altrimenti lui continuerà a castigarvi dicendo bugie, dando morsi alla sorellina, non facendo i compiti e rompendo... l’anima alle maestre! Non fugga, se non vuole perdere suo figlio!». Non mi è parsa soddisfatta della mia risposta: non mi ha dato la mano andandosene. Al suo posto me l’ha data il piccolo Tore... Lui, sì, che aveva capito tutto!

 

 

Da: Vittorio Chiari, Un giorno di 5 minuti. Un educatore legge il quotidiano.

don Vittorio Chiari

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