Nella Giornata mondiale dell’alimentazione siamo invitati a guardare in modo nuovo ciò che arriva sulle nostre tavole: il cibo non è soltanto qualcosa da consumare, ma un dono da custodire e condividere.
Vitaly Gariev
Alla fine di una cena, sul tavolo rimangono alcune fette di pane, una porzione quasi intera e qualcosa che nessuno ha più voglia di mangiare. «Tanto ormai è avanzato», diciamo. In pochi secondi tutto finisce nel cestino. È un gesto ordinario, quasi automatico. Talmente abituale che spesso non ci accorgiamo più di ciò che stiamo buttando.
Eppure, dietro ogni alimento, c’è molto più di quello che vediamo. Ci sono la terra, l’acqua, il lavoro di chi ha seminato e raccolto, l’energia necessaria per produrre e trasportare, le mani di chi ha preparato. C’è una lunga storia che arriva fino alla nostra tavola e che rischiamo di cancellare con un gesto distratto.
Il 16 ottobre si celebra la Giornata mondiale dell’alimentazione. Il tema scelto dalla FAO per il 2026 è «Innovare oggi. Nutrire il domani». È un invito a cercare soluzioni nuove, senza perdere la sapienza maturata nel tempo, affinché ogni persona possa avere accesso a un’alimentazione sufficiente, sicura, varia e nutriente, senza compromettere il futuro del pianeta.
I dati ci consegnano una realtà difficile da accettare. Secondo il rapporto delle Nazioni Unite sulla sicurezza alimentare, nel 2025 circa 645 milioni di persone hanno sofferto la fame e quasi 2,7 miliardi non hanno potuto permettersi un’alimentazione sana. Nello stesso tempo, il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente stima che ogni giorno nel mondo vengano sprecati più di un miliardo di pasti.
Da una parte c’è il pane che manca. Dall’altra quello che buttiamo.
Naturalmente il problema della fame non si risolve soltanto terminando ciò che abbiamo nel piatto. Le cause sono profonde: guerre, povertà, ingiustizie, cambiamenti climatici, aumento dei prezzi, cattiva distribuzione delle risorse e sistemi economici che lasciano indietro intere popolazioni. Sarebbe troppo semplice attribuire tutta la responsabilità alle scelte dei singoli.
Eppure anche le nostre abitudini raccontano il valore che attribuiamo al cibo. Comprare più del necessario, scegliere soltanto prodotti dall’aspetto perfetto, dimenticare gli alimenti nel frigorifero o riempire il piatto senza sapere se riusciremo a finirlo sono gesti piccoli, ma ripetuti da milioni di persone hanno conseguenze enormi.
Ridurre lo spreco non significa vivere nell’ansia o sentirsi in colpa davanti a ogni avanzo. Significa imparare una misura. Fare attenzione alle quantità, controllare ciò che abbiamo già in casa, conservare bene gli alimenti, distinguere la data di scadenza dall’indicazione «da consumarsi preferibilmente entro», recuperare ciò che avanza e condividere ciò che non utilizzeremo.
Sono abitudini semplici, che appartenevano alla vita di molte famiglie del passato. Il pane non si gettava, gli avanzi diventavano ingredienti per un nuovo piatto e i prodotti della stagione venivano conservati per i mesi successivi. Non tutto ciò che viene dal passato deve essere idealizzato, ma quella capacità di non sprecare custodisce una sapienza che oggi possiamo riscoprire, anche attraverso strumenti e conoscenze nuove.
«Innovare oggi» non significa necessariamente inventare tecnologie spettacolari. Può voler dire migliorare i sistemi di irrigazione, aiutare gli agricoltori a resistere agli eventi climatici estremi, ridurre le perdite durante il trasporto, rendere più accessibili gli alimenti sani e costruire reti capaci di recuperare il cibo invenduto. Può significare anche educare bambini e giovani a conoscere ciò che mangiano e a riconoscere il lavoro che rende possibile ogni pasto.
Nelle nostre case salesiane questa educazione può diventare molto concreta. Una raccolta alimentare, il servizio in una mensa, un laboratorio di cucina, un orto curato insieme o l’attenzione agli avanzi durante un campo estivo non sono soltanto attività organizzative. Sono occasioni per imparare che il cibo crea legami e che la tavola può diventare un luogo di responsabilità e fraternità.
Nel Vangelo il pane ricorre continuamente. Gesù lo moltiplica per una folla affamata, lo spezza con i discepoli e insegna a chiedere al Padre il pane quotidiano. Dopo la moltiplicazione dei pani invita a raccogliere i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto. Il pane ricevuto non può essere trattato con superficialità: è dono di Dio, frutto della terra e del lavoro umano, possibilità di condivisione.
Anche l’Eucaristia ci educa a questo sguardo. Gesù sceglie il pane, l’alimento semplice e quotidiano, per farsi presenza e dono. Ogni volta che partecipiamo alla Messa impariamo una logica opposta a quella dell’accumulo: il pane non viene trattenuto, ma spezzato e condiviso.
La Giornata mondiale dell’alimentazione ci ricorda allora che il cibo non è soltanto una questione privata. Le nostre scelte riguardano altre persone, il lavoro, l’ambiente e le generazioni che verranno. Non basta produrre di più: occorre produrre meglio, distribuire con maggiore giustizia e imparare a non considerare infinito ciò che abbiamo ricevuto.
Possiamo cominciare dal prossimo pasto. Guardare ciò che abbiamo davanti, riconoscere il lavoro che contiene, prendere soltanto quanto ci serve e ricordarci che, mentre noi scegliamo che cosa mangiare, milioni di persone non sanno ancora se mangeranno.
Quanto vale per noi un pezzo di pane? La risposta non si trova soltanto nelle parole, ma nel modo in cui scegliamo di custodirlo e condividerlo.
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