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Il padre educatore per vocazione

Che lo voglia o no, il padre è chiamato ad essere educatore dei propri figli e lo è anche quando non intende esserlo. È un loro osservato speciale, da lui dipendono, su di loro esercita un grande influsso, positivo o negativo. Se guadagna il loro cuore, i suoi interventi saranno efficaci, i consigli non cadranno nel vuoto, «le correzioni» arriveranno a segno. Se invece è freddo, anaffettivo, distante, violento, i figli potranno ubbidire, lo faranno per forza, ma appena diventano grandi, scappano da lui, mettendosi contro o diventando indifferenti ai suoi richiami.


Il padre educatore per vocazione

da L'autore

del 12 gennaio 2008

Che lo voglia o no, il padre è chiamato ad essere educatore dei propri figli e lo è anche quando non intende esserlo. È un loro osservato speciale, da lui dipendono, su di loro esercita un grande influsso, positivo o negativo. Se guadagna il loro cuore, i suoi interventi saranno efficaci, i consigli non cadranno nel vuoto, «le correzioni» arriveranno a segno. Se invece è freddo, anaffettivo, distante, violento, i figli potranno ubbidire, lo faranno per forza, ma appena diventano grandi, scappano da lui, mettendosi contro o diventando indifferenti ai suoi richiami.

Nel caso malaugurato che rifiutasse il figlio, non lo considerasse per niente, lo ferirebbe nel profondo, segnandolo di un «marchio» indelebile: «È uno degli eventi più dolorosi che possano capitare ad un essere umano, scrive Ivana Castoldi, perché i bambini o gli adolescenti che si sentono rifiutati si convincono di essere, per così dire, portatori di un difetto congenito e, pertanto di essere cattivi e indegni di amore. E questa percezione alterata di sé rischia di diventare l’amara compagnia di un’intera esistenza ».

Questo vale anche per la madre rifiutante! Non sono rare ai nostri giorni cronache di madri che non sanno amare, che abbandonano i figli, che sono violente nei loro confronti e, a volte, assassine. Una madre dura, egoista, che non sa amare con tenerezza i figli, ci scandalizza più del padre che si comporta in modo analogo. Questo è frutto dei tanti pregiudizi della cultura di un passato recente, che delegava alla madre il compito di educare, mentre il padre si preoccupava di portare a casa i soldi, di dare sicurezza economica, di avere meno responsabilità all’interno della casa: «Educare è mestiere delle donne!».

In un mondo più complesso per adulti e giovani, la qualità dei rapporti educativi, di relazioni interpersonali autentiche, richiede una maggiore presenza del padre, che non può esimersi dal suo ruolo di educatore senza provocare guasti, primo dei quali una forma di ribellione, silenziosa o eclatante dei figli stessi!

È sconvolgente la figura di padre che Gesù tratteggia nella parabola del figlio prodigo che, più esattamente, potremmo chiamare del padre grande nell’amore. Un mio amico, psicologo clinico, che si professa ateo, non credente, la utilizza spesso nei suoi incontri con i genitori per spiegare l’età adolescenziale, le fughe e i ritorni a casa dei figli.

La parabola ci presenta un padre che non condanna, che lascia sbagliare il figlio e ha la pazienza di attenderlo, dopo lo sbaglio. Senza chiedergli conto dei suoi errori, fa festa per il suo ritorno, non gli sbatte la porta in faccia. Tutto questo è possibile quando il padre ama il figlio, ne rispetta la libertà, rischiando su di essa, sicuro che il figlio ha interriorizzato l’immagine del padre buono, che sta alla finestra scrutando ogni giorno il suo ritorno del figlio che, prima o poi, avvertirà la nostalgia della casa dove è cresciuto, illuminata dalla presenza d’amore del padre.

I figli sono sempre tentati di andarsene da casa! Lo fanno perché è troppo angusta per i loro sogni o perché stanno crescendo e vogliono dimostrare al padre e alla madre di avere imparato la loro lezione e ora vogliono giocare la loro partita con la vita, in prima persona, senza bisogno di continui suggerimenti. Sono frequenti, purtroppo, anche i casi di coloro che non ne possono più di stare in una casa-prigione o iperprotettiva o dove la tensione e i contrasti, i continui litigi, avvelenano l’atmosfera.

Se il padre, in accordo con la madre, aiuta i figli a incamminarsi verso il loro futuro, ha raggiunto uno degli scopi della sua vocazione di educatore: significa che li ha aiutati ad essere autonomi e responsabili, capaci di affrontare la vita da persone adulte. Il loro uscire da casa non sarà mai «contro» ma «grazie» a chi li ha aiutati a crescere e non li ha tenuti bambini!

Da: Vittorio Chiari, Un giorno di 5 minuti. Un educatore legge il quotidiano

don Vittorio Chiari

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