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Il giudizio del Mondo La messa dell'aurora

Se di questo Dio i vertici sono una mangiatoia e una croce, questa nostra fede non ha altra spiegazione che le vie di Dio, la verità di Dio. Deve essere vera. Nessuna invenzione da parte dell'uomo avrebbe osato. A Betlemme non c'è nessuna illusione, nessun raggiro...


Il giudizio del Mondo La messa dell'aurora

da Teologo Borèl

del 24 dicembre 2007

Dal Vangelo secondo Luca (2,15-20)

 

Appena gli angeli si furono allontanati da loro, verso il cielo, i pastori dicevano l’un l’altro: “Andiamo dunque fino a Betlemme, vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere”.

Andarono, senz’indugio, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino adagiato nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro. Tutti quelli che udirono, si stupirono delle cose dette loro dai pastori.

Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose meditandole nel suo cuore.

I pastori se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com’era stato detto loro.

 

Dio nell’umiltà, è questa la rivoluzione del Natale (Bonhoeffer). Colui che ha riempito il cielo con miliardi di galassie, si fa piccolo e ricomincia da Betlemme. Ci deve essere qualcosa di vero in tutto ciò.

Colui che ha separato la luce dalle tenebre, il firmamento dalla terra, l’inventore dell’universo, si fa inchiodare su di una croce. Ci deve essere qualcosa di vero.

Se di questo Dio i vertici sono una mangiatoia e una croce, questa nostra fede non ha altra spiegazione che le vie di Dio, la verità di Dio. Deve essere vera. Nessuna invenzione da parte dell’uomo avrebbe osato. A Betlemme non c’è nessuna illusione, nessun raggiro, nessuna menzogna. Lo garantiscono una mangiatoia e una croce. E Dio è là dove la ragione si scandalizza, dove la natura si ribella, dove io non vorrei mai essere.

Dio è plausibile solo se in lui c’è qualcosa di non plausibile, vale a dire un di più, un eccesso, un sogno, una vergine incinta di Dio, un presepio, una croce, voli di angeli.

Ma il miracolo grande è che Dio non plasma più l’uomo nuovo con polvere del suolo, come in principio, nell’Eden, per Adamo, ma che si fa lui stesso polvere plasmata, vaso fragile d’argilla e non più vasaio, bambino di Betlemme per il quale non c’è posto nell’albergo.

Solo un Dio poteva imboccare queste strade, E solo gli umili, i pastori, gli credono, lieti che Dio sia così libero e così grandioso, da preferire ciò che l’uomo emargina.

Il prodigio più grande è che Dio ama ciò che è umile, che ha guardato all’umiltà della sua serva, all’umiltà di una stalla, all’umiltà dei pastori. Dio nell’umiltà: ecco la parola rivoluzionaria, appassionata del Natale.

E il racconto del vangelo non è un intervallo lirico o emotivo: il Natale dà avvio al giudizio del mondo e alla redenzione del mondo.

Quello che i nostri presepi hanno spesso ridotto a un quadretto intimo e familiare è invece l’inizio di un capovolgimento totale, di un nuovo ordinamento di tutte le cose del mondo. Dice che la storia non è l’eredità di chi fa sfoggio di forza e dà la scalata ai troni. Quella è solo una storia per- dente.

La storia vera è l’opera di chi si colloca là dove nessuno vorrebbe essere, nell’umiltà del servizio, nell’insignificanza apparente della bontà, nel silenzio degli uomini di buona volontà. E il bambino Gesù dentro la mangiatoia a compiere il giudizio e la redenzione del mondo.

A chi accetta di avvicinarsi alla sua mangiatoia, accade qualcosa. Recarsi davanti a quella che non è neppure una culla, ci trasforma,

E se ha voluto nascere in una stalla, non si scandalizzerà di me, abiterà le mie miserie, questo nodo di povertà e di sole che so di essere, e mi trasformerà.

E sarò abitato da Dio.

 

 

Andiamo fino a Betlemme

 

No Signore, tu non hai deposto il tuo dono

sull’uscio delle nostre abitazioni:

questa mattina anche noi, come i pastori,

abbiamo dovuto fare un po’ di strada,

viandanti infreddoliti, ma decisi a vedere

il segno che hai preparato per la gioia di tutti gli uomini.

 

Vogliamo vedere, Signore, il Bambino

deposto nella paglia e riconoscere in lui

il tuo Figlio fatto uomo.

Vogliamo contemplare nella sua fragilità,

nella sua debolezza disarmante

il tuo amore smisurato

e lasciarci afferrare dalla dolcezza

del suo sguardo limpido e innocente.

Vogliamo lasciarci toccare dalle sue braccia

aperte per accogliere tutti, proprio tutti,

braccia che resteranno sempre spalancate,

fino in fondo, inchiodate a una croce.

Vogliamo intendere le parole

che portano il lieto annuncio

e strappano ognuno alla sua solitudine,

alla sua angoscia e disperazione,

e restituiscono speranza e pace

a chi ha sbagliato, a chi si è allontanato,

a chi oggi si ritrova con la sua miseria e la sua pena,

con la sua nostalgia e il suo bisogno

di perdono e di tenerezza.

Vogliamo stupirci ancora una volta

del tuo amore smisurato,

della tua misericordia senza limiti,

 

Roberto Laurita

 

Ermes Ronchi

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