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IL FIGLIO

Il 'figlio' sembra togliere tutto e sembra stringere sull'io di un lui che rimane un enigma e che il suo mondo se lo trascina dietro. Sembra perfino nascondere il sociale dietro l'esistenziale...


IL FIGLIO

da Quaderni Cannibali

del 24 novembre 2005

Regia: Jean-Pierre e Luc Dardenne

Interpreti: Olivier Gourmet, Morgan Marinne, Isabella Soupart

Origine: Belgio/Francia 2002

Durata: 103’

 

Olivier è il responsabile di una falegnameria in un centro di formazione. Un giorno arriva un nuovo ragazzo, Francis. Lui rifiuta di tenerlo con sé, però lo spia continuamente. La ex-moglie lo va trovare a casa, gli dice che aspetta un figlio e che ha deciso di risposarsi. Il giorno dopo Olivier ha cambiato idea: prenderà Francis. Nel pomeriggio racconta alla ex-moglie che al centro è arrivato l’assassino di loro figlio, dopo aver scontato la pena in carcere. Francis prende sul serio il lavoro, Olivier va anche di nascosto in casa sua. La moglie lo scopre insieme al ragazzo, sviene e poi gli chiede: “Perché lo fai?”; “Non lo so”, risponde lui. Finita la settimana di lavoro, Olivier chiede a Francis di accompagnarlo a prendere della legna. Il ragazzo accetta e in viaggio risponde malvolentieri alle domande di Olivier sul perché del suo crimine. Arrivati al deposito di legna, Olivier gli rivela che il ragazzo che ha ucciso era suo figlio. Francis, impaurito, si nasconde tra le cataste di legna poi scappa nel bosco, Olivier lo raggiunge e gli stringe il collo tra le mani, poi lo molla e i due rimangono ansimanti uno accanto all’altro. Dopo di che, Olivier torna al lavoro. Qualche minuto e Francis lo raggiunge. I due si guardano in silenzio e ricominciano a lavorare.

 

 

Hanno detto del film

‘Il figlio’ sembra togliere tutto e sembra stringere sull’io di un lui che rimane un enigma e che il suo mondo se lo trascina dietro. Sembra perfino nascondere il sociale dietro l’esistenziale. È un’altra “rivelazione” (laica ) dell’uomo, una riflessione sulla paternità e sul dolore, ed è forse il film più politico dei Dardenne proprio perché dà l’impressione di fare altro: un film su un ragazzino che uccide trovando un’autoradio e sulla sua possibile “salvezza” (anche qui laica) che passa attraverso il riconoscimento di una possibilità, di una dignità e di un’indennità. Olivier è il padre, l’uomo, che scopre un altro figlio e impara, forse con orrore, che quella presenza può riempire un vuoto e ha una sua verità. Siamo soli, ma tante solitudini fanno una società di cui siamo tutti complici nel bene e nel male.

                                                                                          (Fabrizio Tassi – Cineforum 420)

 

Come si può anche solo accettare di incontrare l’assassino di un figlio? Come lo si può assistere, consigliare, educare? Come si può fare con lui tutto quello che un suo atto ha reso impossibile con il figlio? Man mano che la storia di Olivier e Francis procede, ci convinciamo che i Dardenne ci stiano raccontando una verità profonda della paternità: qualcosa che sfugge a una prospettiva femminile, forse, e che invece è (o può essere) ben radicata in una prospettiva maschile. La disperazione di Magali, il suo rifiuto inorridito di qualunque prossimità con l’assassino, si possono descrivere con la metafora dell’essere: il figlio non è più, e l’essere della madre ne è mutilato, materialmente mutilato. Non così è il dolore di Olivier, non così è il suo lutto. La metafora che meglio li descrive è quella del fare, non dell’essere. Per tenere a bada la disperazione, Olivier da anni insegna a ragazzi che potrebbero essere suoi figli. Il suo insegnamento consiste in un fare, appunto, e anzi in un trasmettere la sua propria abilità nel fare.

                                                                         (Roberto Escobar, ilSole24ore, 13/10/2002)

 

Film asciutto e duro, di forte intensità morale. Temi di umanissima tensione nell’incrocio di due solitudini tra odio e perdono, assillo di vendetta e spirito di paternità. (...) «Il film si chiama “II figlio”, ma avrebbe potuto anche chiamarsi II padre»: sono gli stessi due registi, i fratelli Luc e Jean-Pierre Dardenne, a riconoscerlo. È la storia della tangenza di due solitudini, di un padre orfano di figlio e di un figlio bisognoso di padre, ma anche di un loro drammatico scontro, da urlo tragico.

                                                                                                        (Filmcronache, IV/2002)

 

 

 

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