Spiritualità e quotidiano

Il Dio vicino, anche quando sembra lontano

C'è gente che in metropolitana legge la Bibbia oppure l'ultimo libro su Gesù di Benedetto XVI. E in Duomo, una calca di persone affolla i confessionali; e non si tratta solo delle solite anziane onnipresenti: gli abiti e i modi di fare tradiscono la presenza di studenti, docenti della vicina università, mescolati a lavoratori di vario genere.


«Dov’è Dio?» è la domanda incalzante che lacera l’anima di fronte al dolore, alla sciagura, alle sventura, è l’interrogativo che accompagna la nostra stanchezza, quando la vita diventa un fardello e ci pare noiosa. Diventa – alle volte – irrisoria, ogni volta che pensiamo che la fede sia inutile, che credere sia un passatempo per ricchi, privo di concretezza e di appigli alla vita reale, buono giusto come passatempo per vecchi e bambini, ma privo di significato per chi ha raggiunto l’età matura, ha un lavoro, dei figli e cose più importanti a cui pensare.
Sorprende quindi, in una città come Milano, assuefatta al lavoro, assillata dal politicamente corretto e così apparentemente convinta nel suo credere che non ci sia soluzione di continuità tra la vita delle persone e la propria fede. Ci sono magari, sì, quelle persone impegnate in parrocchia, visti alla stregua degli attivisti di Greenpeace o quasi: dei fondamentalisti un po’ coi paraocchi, incapaci di vedere le “magagne” della Chiesa e della società, guardati spregiativamente – il più delle volte – come soldatini incapaci di ribellione, incasellati e ben disposti, incapaci d’indignazione o di pensiero personale. Non è questa la sede in cui fare apologia dei cristiani. La vera apologia trova posto sul luogo di lavoro, in quartiere, a scuola, sui mezzi pubblici. E a volte persino nelle chiese.
In questi luoghi tipicamente cittadini, la voce di Dio arriva forse in modo flebile, ma se non è supportata dalle persone rischia di non essere neanche percepita. Eppure, c’è gente che in metropolitana legge la Bibbia oppure l’ultimo libro su Gesù di Benedetto XVI. E in Duomo, una calca di persone affolla i confessionali; e non si tratta solo delle solite anziane onnipresenti: gli abiti e i modi di fare tradiscono la presenza di studenti, docenti della vicina università, mescolati a lavoratori di vario genere.
Questo non può che far riflettere. Nonostante il tentativo di estirpare Dio dal cuore dell’uomo, ancora è presente. Nonostante persino il tentativo di tanti cristiani di allontanare da Dio, Egli continua a farsi prossimo all’uomo. Ci sono ancora persone disposte a sacrificare il proprio tempo (magari quello della pausa pranzo) per Lui. E lo fanno senza far suonare le trombe, senza farsi notare. A volte, Dio si fa presente in mezzo a noi in modo discreto, silenzioso proprio attraverso le persone più insospettabili; magari, proprio quelle persone, considerate dai benpensanti “lontane da Dio”, solo perché un po’ originali e fuori dagli schemi.
«Dov’è Dio? ci chiediamo, ed è una domanda esistenziale. Che si fa più pressante nei momenti in cui sentiamo la difficoltà della solitudine intrinseca del vivere, quando percepiamo quel dolore che resta incedibile, quando percorriamo quelle strade così in salita da sembrare imprese da “iron men dell’anima”. Eppure, è un interrogativo che non ci abbandona mai, neppure nei nostri momenti più felici, nei quali assaporiamo la dolcezza del vivere, la bellezza di un’amicizia, l’entusiasmo della vita di coppia, la serenità di aver trovato al proprio fianco la persona speciale con cui affrontare l’avventura del vivere. Infatti, se da un lato dimostriamo di essere “gelosi” della nostra libertà, dall’altro ricerchiamo un Dio che possa essere avvertito come vicino e avvicinabile, forse proprio quell’uno di noi cantato anche nelle canzoni. Sembra quasi che, nonostante il secolarismo dirompente, nessuna rassicurazione intellettuale basti a dare un senso al susseguire delle nostre giornate. L’umano non basta. E non basta soprattutto di fronte al dolore, al sopruso, all’ingiustizia, alla sopraffazione dei deboli. Di fronte a tutto ciò che ci fa sentire impotenti, come i grandi dramma della storia umana, il nostro rivolgerci a Dio diventa ricerca di una giustizia che superi l’umano e ripristini l’ordine, frantumato dall’egoismo.
Ecco allora, che proprio di fronte al dolore più atroce e insensato, Eliezer Wiesel ci dona una risposta credente tratta da un episodio crudamente reale:
 

Le S.S. sembravano più preoccupate, più inquiete del solito. Impiccare un ragazzo davanti a migliaia di spettatori non era affare da poco. Il capo del campo lesse il verdetto. Tutti gli occhi erano fissati sul bambino. Era livido, quasi calmo, e si mordeva le labbra. L’ombra della forca lo copriva.
Il lagerkapo si rifiutò questa volta di servire da boia. Tre S.S. lo sostituirono. […]
– Viva la libertà! – gridarono i due adulti.
Il piccolo, lui, taceva.
– Dov’è il Buon Dio? Dov’è? – domandò qualcuno dietro di me. […]
Poi cominciò la sfilata. I due adulti non vivevano più. […] Ma la terza corda non era immobile: anche se lievemente il bambino viveva ancora…
Più di una mezz’ora restò così, a lottare tra la vita e la morte, agonizzando sotto i nostri occhi. E noi dovevamo guardarlo bene in faccia. Era ancora vivo quando gli passai davanti. […]
Dietro di me udii il solito uomo domandare:
 –  Dov’è dunque Dio?
E io sentivo in me una voce che gli rispondeva:
– Dov’è Dio? Eccolo: è appeso lì, a quella forca…
 

La domanda su dove sia Dio è sempre legittima, perché segnale di un’anima in ricerca, che coscientemente o inconsciamente, già sta pregando. Io credo infatti che tutti, atei, agnostici o credenti, in un qualche periodo della vita o anche in molti abbiamo il bisogno e la necessità di mettere in discussione qualcosa (a volte persino tutto). Tuttavia, l’angoscia, la preoccupazione e, forse, quel nostro continuo e  persistente cercare (a tutti i costi!) vittima e colpevole ci impedisce di andare oltre, più in profondità, nell’analisi delle cause ultime. Dio si fa tante volte nostro “compagno di viaggio”, proprio quando il cammino è più faticoso e segnato da tristezza, paura, delusione: come per i discepoli di Emmaus… eppure non fu riconosciuto! I loro occhi si apersero soltanto allo spezzare del pane; senza dubbio il primo pensiero va alla frazione del pane eucaristico, però mi sento di fare un’altra riflessione. La cena è un momento conviviale e fraterno, semplice e necessario, ma anche preparato con cura. Forse, per rendere più chiara la presenza di Dio nel mondo, servono attenzione e cura, perché anche i gesti più quotidiani risultino intrisi di quell’Amore che, anche tacendo, parla al mondo di Dio.


di Maddalena Negri

Tratto da sullastradadiemmaus.it

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