Dopo una partita, la squadra si ferma per una foto. Qualcuno corre a mettersi in prima fila, qualcun altro si sposta dietro. Un ragazzo chiede di rifarla perché non gli piace come è venuto. Una compagna dice che preferisce non comparire nell’immagine. Bastano pochi secondi e una fotografia ci ricorda che mostrarsi agli altri non è semplice per tutti.
Durante l’adolescenza il corpo cambia, spesso prima che si trovino le parole per raccontare ciò che sta succedendo. Cambia anche l’attenzione con cui si osservano i coetanei e ci si sente osservati. A scuola, in piscina, nello spogliatoio, passeggiando in un centro commerciale o guardando una foto sul telefono, la domanda può essere la stessa: come mi vedono gli altri?
Il bisogno di essere riconosciuti
La pedagogista Paola Dusi mette in relazione il corpo, lo sguardo dei pari e il riconoscimento di sé. Essere visti e sentirsi parte di un gruppo sono bisogni importanti. Lo sguardo di un amico può far sentire accolti; uno sguardo percepito come giudicante può invece accentuare l’insicurezza.
Dusi parla della dimensione estetica ed etica del corpo. Non si tratta soltanto di chiedersi se il proprio aspetto piaccia. Attraverso il corpo un ragazzo si presenta agli altri, cerca un posto nelle relazioni e impara a riconoscersi. Per questo un commento che a un adulto sembra trascurabile può essere vissuto con intensità: tocca qualcosa che la persona sta ancora cercando di comprendere di sé.
Non possiamo sapere dal silenzio di una ragazza davanti alla macchina fotografica che cosa stia provando. E non aiuterebbe obbligarla a stare nella foto «perché siamo tutti amici». Possiamo rispettare la sua scelta e prestare attenzione al modo in cui il gruppo parla dei corpi: i soprannomi, le classifiche improvvisate, le battute sull’aspetto, ma anche i gesti di accoglienza.
Le immagini non sono tutta la persona
Elisabetta Villano osserva che oggi la costruzione dell’identità passa anche attraverso profili, immagini e ruoli assunti negli ambienti digitali. Un adolescente può scegliere con cura come apparire online, confrontarsi con modelli molto visibili e sperimentare modi diversi di raccontarsi.
Sarebbe facile concludere che basti togliere importanza alle fotografie o dire «non guardare i social». Ma il desiderio di mostrarsi e di essere riconosciuti non nasce dallo schermo. Il digitale gli offre forme nuove e lo mette in rapporto con immagini e aspettative che vale la pena discutere insieme.
Villano propone di ripensare anche la nostra idea di bellezza: qualcosa che non sia già fissato in un modello da imitare, ma che possa emergere nell’incontro, nell’espressione personale e nelle relazioni. È una prospettiva educativa impegnativa, perché chiede agli adulti di osservare come guardano e come parlano, prima ancora di suggerire ai ragazzi come comportarsi.
In famiglia, per esempio, possiamo accorgerci di quanto spesso commentiamo il peso, l’altezza o l’aspetto degli altri. In una squadra possiamo riconoscere capacità e contributi che vanno oltre il fisico o la prestazione. A scuola e in oratorio possiamo fermare una battuta umiliante senza trasformare chi l’ha ricevuta nel centro dell’attenzione. E possiamo chiedere il consenso prima di condividere una fotografia: un gesto semplice che restituisce a ciascuno voce su come desidera apparire.
Guardare meglio
Non ogni attenzione al proprio aspetto è segno di disagio. Scegliere un vestito, cambiare pettinatura o curare una foto possono essere modi per sperimentare chi si è. Allo stesso tempo, liquidare come vanità ogni preoccupazione per il corpo rischia di farci perdere una domanda più profonda.
Dusi e Villano ci aiutano a comprenderla: «Posso essere visto senza essere ridotto al mio aspetto?». Un adulto affidabile non ha bisogno di rispondere con un complimento automatico ogni volta che questa domanda affiora.
Può offrire uno sguardo rispettoso, ascoltare, evitare giudizi affrettati e contribuire a rendere più sicuri i luoghi che i ragazzi abitano.
Perché il modo in cui guardiamo una persona le comunica anche quale spazio ha, tra noi, per diventare sé stessa.
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Per approfondire: Paola Dusi, «Aesth/Ethics of the Body: (Self) Recognition and Peer Gaze in Adolescence», Pedagogia oggi, 24(1), 2026, pp. 53–59, DOI: 10.7346/PO-012026-07; Elisabetta Villano, «Costruzione dell’identità e fenomenologie mediali nell’età dell’adolescenza: un’analisi estetico-pedagogica», ivi, pp. 67–73, DOI: 10.7346/PO-012026-09.
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