Il corpo racconta chi sei

Una rubrica di sport per scoprire come il gioco, la squadra, la fatica e perfino la sconfitta possano aiutarci a vivere il Vangelo, dentro e fuori dal campo.

Samantha Weisburg Samantha Weisburg

A fine allenamento, davanti allo specchio dello spogliatoio, due compagni si guardano e si confrontano. Uno vorrebbe essere più veloce, l’altro più forte. C’è chi è cresciuto molto nell’ultimo anno e chi aspetta ancora di crescere. Qualcuno parla del proprio corpo con orgoglio; qualcun altro prova a nasconderlo sotto una felpa larga.

Nello sport il corpo è sempre presente. Ci permette di correre, saltare, nuotare, danzare, tirare a canestro. Ci fa sentire la soddisfazione di un movimento che finalmente riesce, ma anche la fatica, il fiato corto e il bisogno di fermarci. Attraverso il corpo scopriamo ciò che sappiamo fare e incontriamo i nostri limiti.

Il problema nasce quando cominciamo a misurare tutta la persona con quei limiti. Un tempo sulla corsa, un peso sollevato, una fotografia sui social possono sembrare la risposta alla domanda: «Quanto valgo?». Eppure basta un infortunio, una giornata storta o un compagno più bravo per accorgersi che quel metro è troppo stretto.

San Paolo scrive ai cristiani di Corinto: «Il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo» (1 Cor 6,19). È un’affermazione sorprendente. La vita di fede non riguarda soltanto ciò che pensiamo o diciamo: coinvolge anche il nostro corpo. Possiamo prendercene cura perché è parte di noi, della nostra storia e del nostro modo di entrare in relazione con gli altri.

Prendersi cura del corpo, per uno sportivo, significa allenarlo con serietà. Significa anche ascoltarlo. Il dolore di un infortunio non è un ostacolo da nascondere pur di giocare la partita. Il riposo non è tempo perso. Mangiare, dormire e recuperare fanno parte della preparazione. E chiedere aiuto quando il rapporto con il proprio corpo diventa difficile è un gesto di coraggio.

C’è poi il corpo degli altri. In una squadra non tutti hanno la stessa forza, la stessa coordinazione o gli stessi tempi di crescita. A volte una battuta sull’aspetto fisico viene liquidata con un «Stavo scherzando», ma chi la riceve se la porta dietro anche dopo l’allenamento. Il rispetto si impara pure così: scegliendo parole che non facciano vergognare nessuno di essere com’è.

Un buon allenatore sa vedere le capacità di un ragazzo senza ridurlo a una prestazione. Può aiutarlo a migliorare e, nello stesso tempo, riconoscere quando ha bisogno di fermarsi o di ritrovare fiducia. Anche i compagni possono fare molto: incoraggiare chi rientra dopo un infortunio, lasciare a ciascuno il tempo di imparare, non trasformare ogni differenza in una classifica.

Lo sport ci offre una possibilità preziosa: abitare il nostro corpo con gratitudine, imparando a conoscerlo senza pretendere che sia perfetto.

La prossima volta che entriamo in campo, potremmo chiederci: come parlo del mio corpo? E come guardo quello dei miei compagni? Da queste risposte dipende anche il tipo di squadra che stiamo costruendo.

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Per approfondire: Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita, Dare il meglio di sé, in particolare i passaggi sulla persona come unità di corpo, anima e spirito; Leone XIV, La vita in abbondanza, 2026.

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