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“Il Bene comune, responsabilità e corresponsabilità”

La Gaudium et spes parla della Chiesa, o meglio di ciascuna comunità cristiana, che ‚Äì dice ‚Äì «è composta di uomini, i quali, riuniti insieme nel Cristo, sono guidati dallo Spirito Santo nel loro pellegrinaggio verso il Regno del Padre, e hanno ricevuto un messaggio di salvezza da proporre a tutti».


“Il Bene comune, responsabilità e corresponsabilità”

da Teologo Borèl

del 21 novembre 2008

Introduzione

 

Iniziamo oggi una serie di incontri chiamati latamente corso di formazione socio-politica. La nostra intenzione ecclesiale è di offrire a chi si ispira al vangelo, che nella nostra società è determinante per capirne l’evoluzione e la mentalità, alcuni punti di vista che lo aiutino a esprimere il massimo di servizio al bene comune entro le scelte politiche di una amministrazione pubblica. Il tema è delicato perchè potrebbe sembrare una ingerenza o una scelta partitica da parte della comunità cristiana. Sono importanti allora le premesse e alcuni principi di base. Ci stiamo ritagliando uno spazio precedente a ogni scelta concretamente politica. Ci stiamo sbilanciando dalla parte della riflessione, che oggi è molto importante per chiunque si impegna in politica. Nella comunità cristiana mancano purtroppo luoghi in cui assieme interroghiamo il vangelo, la dottrina sociale della chiesa aiutandoci gli uni gli altri, prima di dividerci nelle appartenenze di partito, ma oserei dire, ancor prima di dividersi in aggregazioni e formazioni di pressione e in candidature rispettose del regime democratico. Non chiediamo a coloro che partecipano a questo corso di formazione la fede cristiana, ma la correttezza di ascoltarne i principi che ispirano la presenza e l’azione dei cristiani nella realtà pubblica.

Riguardo al tema di stasera nessuno penserà che in questa occasione si possa presentare la dottrina sociale della chiesa, qui vogliamo solo esprimerne le linee generali e vederne la collocazione corretta per aiutare a fare le scelte necessarie che servono il bene comune.

 

Alcuni principi di base

 

Vorrei partire da alcuni testi del magistero della Chiesa cui è importante ispirarsi per collocarci correttamente nell’affrontare il nostro tema.

La Gaudium et spes al paragrafo 1 parla della Chiesa, o meglio di ciascuna comunità cristiana, che – dice – «è composta di uomini, i quali, riuniti insieme nel Cristo, sono guidati dallo Spirito Santo nel loro pellegrinaggio verso il Regno del Padre, e hanno ricevuto un messaggio di salvezza da proporre a tutti». Qui la chiesa è vista come mistero di salvezza, non come soggetto politico, non come controparte di qualcuno, non come forza di pressione sociologica, anche se offrire messaggio di salvezza non significa essere irrilevanti. Ha un messaggio che le urge e che costituisce la sua vita e il messaggio deve essere offerto a tutti.

Al n. 2 la costituzione pastorale continua parlando del «mondo». Ma anche di esso parla in termini teologici, più che sociologici. Dice infatti: «Il mondo che esso (il concilio) ha presente è perciò quello degli uomini, ossia l’intera famiglia umana nel contesto di tutte quelle realtà entro le quali essa vive; il mondo che è teatro della storia del genere umano e reca i segni degli sforzi suoi, delle sue sconfitte e delle sue vittorie, il mondo che i cristiani credono creato e conservato in esistenza dall’amore del Creatore, mondo certamente posto sotto la schiavitù del peccato, ma dal Cristo crocifisso e risorto, con la sconfitta del Maligno, liberato e destinato, secondo il proposito divino, a trasformarsi e a giungere al suo compimento». E’ un piccolo trattato di teologia del mondo e delle realtà terrene. Le lettura sociologica, scientifica del mondo in generale, e – di conseguenza – dei singoli suoi problemi, non è dimenticata o ritenuta inutile, ma viene come collocata in un orizzonte più vasto e più profondo: quello della storia della salvezza.

Infine al n. 3 la Gaudium et spes traccia le linee del rapporto tra la Chiesa e il Mondo, un rapporto che, viste le premesse, non potrà essere ridotto ad accordi di tipo operativo, tecnico, politico… «Per questo – si legge nel testo – il concilio, testimoniando e proponendo la fede di tutto il popolo di Dio, riunito da Cristo, non può dare dimostrazione più eloquente della solidarietà, del rispetto e dell’amore di esso nei riguardi dell’intera famiglia umana dentro la quale è inserito, che instaurando con questa un dialogo sui vari problemi sopra accennati, arrecando la luce che viene dal Vangelo, e mettendo a disposizione degli uomini le energie di salvezza che la Chiesa, sotto la guida dello Spirito Santo, riceve dal suo Fondatore. Si tratta di salvare la persona umana, si tratta di edificare l’umana società». Il rapporto tra Chiesa e società prende la forma di un dialogo, nel quale la Chiesa ha qualcosa di proprio, di specifico da dare, cioè il Vangelo, interloquendo con gli uomini, cioè con la ragione, con la scienza, la tecnica. Un dialogo finalizzato a una sola cosa: a salvare (parola di sapore tipicamente biblico) la persona umana (e subito dopo anticiperà l’antropologia di riferimento) e a costruire la società, casa abitabile per ogni essere umano[1].

 

La dottrina sociale della chiesa

 

In questa prospettiva si colloca la dottrina sociale della chiesa, in cui il cristiano sa di poter trovare i principi di riflessione, i criteri di giudizio e le direttive di azione da cui partire per promuovere un umanesimo integrale e solidale (7).

Per facilitare questo fine, la chiesa ha messo a punto un compendio, cioè un documento che illustra le linee fondamentali della dottrina sociale della chiesa.

Come ha fatto la chiesa a giungere a questi principi di dottrina sociale, che non sono la somma di frasi della bibbia o di enunciazioni di verità rivelate, ma indicazioni che si inscrivono nella concretezza della cultura umana?

La dottrina sociale della chiesa è frutto di una sapiente riflessione magisteriale e espressione del constante impegno della chiesa nella fedeltà alla grazia della salvezza e nell’amorevole sollecitudine per le sorti dell’umanità (10). Traduco: si è giunti a questi principi facendosi illuminare dalla Parola di Dio e lasciandosi interrogare dalle grandi domande dell’umanità nel vivo dei problemi di ogni giorno.

Le domande che la chiesa si è fatta sono: Come viene illuminata la vita dalla fede e, nello stesso tempo, che cosa dice tutto il mare dell’esistenza a me credente? A me che voglio vivere il vangelo, sine glossa, a me che voglio vivere con fede il presente e che voglio offrire il messaggio di salvezza? La fede è un bollo che appiccico alla vita? La vita è una realtà ineluttabile, un dogma che devo accettare secondo ideologie precostituite o può essere messa in dialogo con una visione di fede? Quale lettura della realtà si accoglie nella riflessione e nella prassi della chiesa? Quella azione squisitamente religiosa che mi aiuta a consegnare la vita al mistero santo di Dio, che attenzione pone allo spessore profano della vita e ai suoi processi promozionali sia personali che collettivi? Come devo tenere in conto i dati di una ricerca sociologica, comportamentale per fare in modo che l’uomo di oggi si interroghi ancora sul messaggio di Cristo, riesca a vederlo come necessario alla sua felicità e lo viva?

Faccio un esempio: di fronte al tema degli immigrati che cosa mi dice il vangelo? Nello stesso tempo che cosa urge nella vita umana di fronte allo stesso tema, che bisogni ha l’uomo, che significano per lui la sicurezza, la sua identità, i suoi valori, le tradizioni? Che significano per la dignità umana di ciascuno l’accoglienza e la solidarietà? Il vangelo non ha scritto le risposte, ma la vita del cristiano le ha sempre cercate vagliandole diversamente a seconda della profondità della sua umanità, della sua fede e della maturazione umana e il significato che i fatti assumono nella concretezza. La chiesa nel suo alto magistero ha fatto sintesi e ci propone dei principi dai quali poi ciascun uomo politico nella sua coscienza e progettualità attingerà ispirazione, indicazioni per affrontare la concretezza delle leggi.

Se vogliamo operare una semplificazione, si tratta di dare spessore culturale teologico alla famosa terna: vedere, giudicare e agire e recepirne gli sviluppi necessari oggi, nel contesto pluralistico delle conoscenze e dei suoi molteplici modelli. Leggere cioè la realtà con concretezza e senza pregiudizi (vedere), mettere a contatto di questa situazione quello che dice il vangelo e in genere la Parola di Dio e l’esperienza della chiesa (giudicare) e tradurre in leggi, operazioni, progetti azioni (agire).

Il problema diventa ancora più delicato se si guarda alle diversificate letture della realtà odierne e alla frammentazione dei saperi dell’uomo. Non c’è più nessun documento del magistero che non faccia un breve excursus nelle scienze umane o nelle immagini più diffuse del reale prima di offrire indicazioni pastorali. E’ importante anche per i livelli semplici e comunicativi della passione della Chiesa per l’umanità che si approfondiscano questi approcci, perché o le scienze non siamo banalmente usate come strumentali o la fede ne sia ingabbiata. La teologia, nei limiti di ogni parola umana tenta di dire l’indicibile, in questo senso è la parola qui e ora della fede. Nel costruire un pensiero e una prassi, deve condurre il dialogo con le molteplici discipline umane e i punti di approdo del pensiero scientifico e filosofico.

 

Come si articola questo dialogo?

 

L’interrogativo non è banale perché si tratta di vedere prima dall’interno della coscienza di ogni persona che significato ha per lui, per la sua fede, per il suo modo di sentire il vangelo nella sua vita, globalmente presa, pubblica e privata.

 

La grammatica dell’ascolto

 

Il problema non è nuovo, in questi ultimi 70 anni si sono fatti vari tentativi di rinnovamento e di approfondimento. Si sono via via presentati vari modelli di lettura della realtà per costruire una grammatica dell’ascolto, una grammatica dell’abitare le varie culture sia del passato che quelle presenti e viventi, per poter dire oggi e vivere pienamente dentro la vita umana l’esperienza autentica, nuova, accolta come dono inaspettato, della fede in Gesù Risorto.

Siamo tutti convinti che oggetto della fede è l’esistenza concreta quotidiana, la storia profana, che è storia e avventura di tutti e luogo dove si affaccia la proposta coinvolgente dell’amore di Dio. Il mistero di Dio si affaccia solo attraverso la porta stretta del suo visibile. Per decifrare il visibile e raggiungere in esso la soglia del mistero, il credente ha bisogno delle diverse competenze scientifiche: ha bisogno di sociologi, di linguisti, di antropologi, di esperti di discipline progettative, di politologi. Non compie una fredda consultazione, ma vi si pone dentro, le abita per identificare al loro interno le esperienze antropologiche fondamentali. Quando c’è di mezzo l’uomo e la sua libertà la teologia ha bisogno di esprimere amore appassionato, condivisione, quadro di valori orientativi, ricerca e invenzione di senso. Sapienza potremmo dire questo modo di abitare le scienze umane. E’ quella famosa competenza in umanità che sbilancia sul piano antropologico il contributo sapienziale della teologia.

A questo riguardo la ricerca filosofica si offre ai cristiani come l’esercizio di quel modo di vedere e di ascoltare che permette di accogliere plasmandolo il senso della realtà. La filosofia aiuta ad andare oltre l’ingenuo sguardo spontaneo, immediato, naturalistico, caratteristico delle vedute positivistiche del reale, di quei saperi che trattano la realtà come dato immediato e univoco e di quelle concezioni del conoscere che lo riducono a una semplice rappresentazione della realtà. Le stesse scienze infatti debordano dai loro compiti, quando dalla misura fisica o quantitativa di porzioni di realtà pretendono di assurgere a visioni di mondo. La filosofia ha ancora molte cose da dire pure alle scienze, senza essere tacciata di dogmatismo, di chiusura o di censura nei confronti delle scienze esatte, per esempio. Cosa che facilmente viene imputata al sapere teologico. Qui scorgo ancora la non mai tramontata funzione della filosofia come ancella della teologia, almeno come affinità a cercare una verità che va oltre le misurazioni quantitative. In questo contesto allora la teologia pratica non si pone nei confronti delle scienze umane come un osservatore esterno, ma impara ad abitarle attivando trame di relazioni profonde e significative. C’è un coinvolgimento diretto e attivo della propria identità.

 

Le conseguenze per i modelli di discernimento ecclesiale

 

Il punto più delicato è il rapporto tra le verità rivelate e la vita umana, la vita della città. Immaginiamo soprattutto il mondo di oggi, quello giovanile in particolare, che ha un chiaro rigetto di tutto quanto è definito al di fuori della sua vita e delle sue esperienze. Cerco di semplificare i discorsi proprio a partire da situazioni concrete

I dati da far interagire sono sempre due: il messaggio di salvezza e le domande, situazioni, complicazioni della vita. A seconda di come si rapportano tra loro nascono alcuni modelli di discernimento differenti:

 

Il discernimento deduttivo o discernimento idraulico

Per annunciare il messaggio di salvezza devo avere chiare le idee da comunicare, le verità di fede già definite fuori dalla mischia, gli eventi che non dipendono dall’uomo e fare in modo di orientare gli uomini ad essi, di farglieli capire. Si tratta di avere quattro buone idee sulla religione, sulle verità rivelate, sui contenuti della esperienza credente, sui comportamenti, i comandamenti, la morale.

Purtroppo la vita degli uomini d’oggi è segnata da esperienze di basso livello, spesso la gente è distratta e superficiale, piuttosto assente da qualsiasi esperienza cristiana. La gente in media è piuttosto lontana da riflessioni di fede, ha gusti indotti dai mass media, mentalità da talk show o da You tube e in genere si percepisce come lontana dalla vita di fede.

Occorre di conseguenza fare in modo che la mia visione di fede entri nella gente, la pervada e la cambi. Le esperienze della vita sociale in cui si trovano sono un disturbo e una zavorra per elevarli a discorsi di tipo religioso. La domanda che serpeggia continuamente nel nostro mondo è drammatica e segna il massimo di impotenza: come? Quale metodo utilizzare per far entrare nella vita distratta di questa società le verità di fede, il cristianesimo, la morale cattolica? Siamo alla ricerca dell’imbuto, che deve essere adattato alla bocca, al collo della bottiglia. Per questo tale tipo di discernimento lo chiamo anche idraulico.

Si tratta poi di vedere se la bottiglia è piena, metterla contro luce per capire a che livello è il contenuto. Il bene comune lo definisco io, lo fisso e lo conservo. E’ un modello statico che valuta gli effetti dal tipo di accettazione dei contenuti. Sulla bottiglia occorrerà poi mettere dei tappi di buona tenuta per non far uscire niente.

E’ evidentemente un metodo che non risponde alle esigenze della stessa esperienza di fede nonostante sia collocata in un suo mondo non disponibile ad adattamenti. Qui si può parlare molto facilmente di beni non negoziabili ed estenderne la definizione a tutti quelli che deduciamo in maniera astratta dalla vita. Il nostro Dio invece è un Dio incarnato e vorrà significare qualcosa l’umanità di questo popolo, non può essere ridotta a bottiglia da riempire. Questo metodo non valorizza l’umanità, ma la considera solo come un contenitore di elementi che sembrano predefiniti. La fede è vista in termini astratti, freddi, fatta solo di enunciazioni di formule di verità. Il vangelo non è una trasformazione della vita, ma una sovrapposizione, che non può contare sulla creatività della vita degli uomini per essere detta anche oggi in maniera viva e affascinante, legata profondamente alla loro esistenza, come salvezza. Chi sostiene ancora questo metodo deve rendersi conto che così si impoverisce pure la fede, anche se si è convinti di salvarla.

 

Il discernimento riduttivo o di adattamento.

Al primo posto stanno le condizioni, i desideri, le aspirazioni della gente, dei lavoratori, dei precari, dei poveri e in certi casi anche dei partiti che si danno da fare. Non sempre la politica è marcia, si porta dentro anche ideali di giustizia di bontà, sogni di bene comune. Occorre superare questa lettura negativa della realtà e vedere i lati belli delle passioni politiche, la dedizione al bene comune di tanti uomini e donne.

Siamo perfettamente d’accordo che l’esperienza di fede è una realtà più alta di quanto ci presenta questo panorama, il vangelo, la morale cristiana, la spiritualità, la pratica religiosa, le verità cristiane sono utili anche per questi nostri tempi, ma la cosa più importante è la vita di oggi, come va il mondo di oggi, che non va appesantito delle cose del passato, che tolgono spesso libertà e producono asfissia.

Il problema è non tanto stavolta del come aiutare la realtà a capire gli ideali o i valori; abbiamo già deciso noi che per il mondo di oggi, i nostri principi sono troppo impegnativi. Non sembra utile alla politica di oggi proporre mete troppo alte che non permetterebbero né dialogo, né progresso. Allora la domanda decisiva è: che cosa scrivere di tutto questo patrimonio dentro la vita pubblica di oggi? Che sconti fare? Quali elementi offrire che abbiano una prospettiva minima di riuscita? In pratica si tratta di adattare alla mentalità corrente le verità, l’esperienza di fede, la morale, i valori e comunicare di essi quel tanto che renda tutti felici e soddisfatti.

La buona riuscita del processo viene misurata dall’indice di gradimento che se ne può ricavare. E’ vedere se il fatturato cresce, se il benessere è raggiunto, se ci si trova bene, se si è soddisfatti, se le finanziarie corrono lisce… Banalmente se nel metodo precedente era l’imbuto il simbolo del discernimento, qui potrebbe essere un righello che collocato alle labbra ne misura l’ampiezza del sorriso.

 

Anche questo modo di fare discernimento non solo non accoglie il principio teologico dell’Incarnazione, ma inganna le persone. La politica, la gente si sentirebbe doppiamente ingannata, sia perché viene privata di una visione alta della vita e della società, sia perché non ha potuto caricare delle proprie energie e creatività il messaggio cristiano. Una generazione intera di politici, di uomini dell’amministrazione in questa maniera è stata privata delle proposte esigenti del cristianesimo, è stata abituata a vivere nell'acqua  tiepida, ad abituarsi a una mediocrità felice. Ha adattato il cristianesimo, e si è messa alla ricerca solo del consenso delle masse, del minimo possibile che si può ottenere.

 

Il superamento di questi due modelli di discernimento è quello che prevede una più decisa circolarità tra situazioni dell’uomo e proposta di fede, tra ricerca politica e ispirazione cristiana. Lo possiamo chiamare discernimento circolare o ermeneutico.

 

La novità è quella di dare all’ascolto una valenza non così banale di adattamento o di imposizione, ma di porre in seria mutua interrogazione: la realtà, la ricerca appassionata dell’uomo del bene comune, con la Parola di Dio, con il dato di fede.

la vita è l’unica carne in cui può prendere corpo la Parola di Dio, oggi. E l’evento della fede è l’unica possibilità che è data all’uomo di superare la sua invincibile povertà. L’esperienza di fede è un valore inestimabile, è il segreto della felicità della persona è una prospettiva di mondo insuperabile e la vita della persona, la sue rete di relazioni istituzionali sono gli spazi indispensabili perché la fede sia viva, autentica, sia la salvezza oggi dell’uomo e della società. Se la vita viene a contatto con la fede, ne rimane esaltata. Se la fede entra in questa vita di oggi viene arricchita delle nuove sintesi verso cui è chiamata a crescere l’umanità.

Risultato del discernimento allora diventa la conclusione nuova di questa mutua interrogazione. E’ un nuovo cui la vita si apre e la Parola innerva. E’ una sintesi di fede e vita, non è la sola esperienza umana o una fredda enunciazione di una verità astratta, ma una nuova formulazione dell’esistente alla luce della fede, una nuova definizione di bene comune.

Tutto lo sforzo va nel saper leggere nella vita le tracce della Parola di Dio e nella Parola le concretezze della vita e la luce per approfondirla. Una domanda che riassume e orienta la ricerca è: che cosa regala la ricerca del bene comune tra gli uomini alla Parola, al dato di fede, all’esperienza credente, al vangelo e che cosa regala la Parola, il vangelo, la fede a una concezione alta del bene comune.

A questo punto occorre riprendere il cammino, perché la vita cambia, si fa più esigente, si allarga a nuove prospettive, il germe che essa è produce nuovi frutti, si ridefinisce il concetto di bene comune e ha bisogno che la Parola offra sempre maggiori profondità di ascolto e di salvezza.

In questo modello il momento più delicato e più esaltante è la mutua interrogazione tra fede e vita, è analizzare le domande, farle esplodere con tutti i loro significati col metodo della scommessa e metterle di fronte alla luce della Parola che va studiata a fondo.

Generazione di politici cristiani si è battuta in questo senso. La costituzione italiana ne può essere un ottimo risultato.

Questo lavoro di discernimento è stato fatto dalla chiesa nel costruire lungo in questi anni e lungo i secoli la sua dottrina sociale che deve essere sempre messa in circolo in ogni tempo per ogni nuova sfida.

 

Con questo metodo possiamo ispirarci a tutti i capitoli della dottrina sociale della chiesa.

Il disegno di amore di Dio per l’umanità

La persona e i diritti umani

Il bene comune

La famiglia

Il lavoro

La vita economica

La comunità politica

La comunità internazionale

L’ambiente

 

Le qualità di questo discernimento

 

La tenacia nella solitudine

Spesso nel mondo sei solo e non tutti la pensano come te. Nella vita di famiglia, o di lavoro, il banco di prova dell'essere cristiani è nella capacità di essere se stessi, nell’originalità di alcune scelte controcorrente, che riguardano il modo in cui si imposta la vita. Hai bisogno di aggregarti per trovare maggior forza di penetrazione nella stessa conoscenza del reale.

 

La forza e la pazienza di affrontare il rischio

Vediamo tutti che il vangelo non sta completamente dentro nei nostri comportamenti quotidiani e nelle leggi che vorremmo promuovere nella nostra visione di bene comune, non sempre si è sicuri di fare le scelte giuste, ma bisogna scegliere

 

La ricerca dell’ampliamento del consenso

La prima preoccupazione non deve essere quella di fare mediazioni, compromessi, trovarsi a metà strada, offrire il bene possibile come media delle azioni che lo ispirano, ma allargare con operazioni culturali corrette, vere e belle l’area del consenso nella ricerca prima e in seguito attorno alla visione di bene comune per il mondo, la società, la famiglia, il singolo che stiamo cercando

 

Privilegiare gli ultimi

Occorre che la solidarietà sia intesa come gesto e stile, ma anche come passione a vivere intensamente la comune umanità nei suoi aspetti di maggiore povertà e fatica, oltre che in quelli più ordinari di bellezza e bontà.

 

Conclusioni:

Se il modello di ricerca è questo, diventa evidente che è un gioco di squadra, meglio sarebbe dire che è una necessità che sia custodito gelosamente come qualità di una comunità cristiana, che il ruolo del laico in questo campo è assolutamente indispensabile, che essere laici associati con una visione di mondo, di vita, con tirocini di servizio alla realtà e dimestichezza con la Parola e il magistero, è una condizione privilegiata per la ricerca del bene comune e diventa un contributo necessario alle varie operazioni che rendono praticabile il discernimento.

Per esercitare questo modello di discernimento la comunità cristiana non si può limitare a seguire dall’esterno il difficile cammino della necessaria mutua interrogazione tra valori e storia ma svolgere una duplice funzione positiva:

 

1. Essere un luogo di formazione al senso sociale e aiutare a comprendere la dinamica della società nel suo sviluppo storico. Troppo spesso i cristiani rimangono chiusi nel loro devozionismo e appaiono disattenti rispetto al corso delle cose del mondo. Consapevole del radicamento dell’evangelizzazione nella storia, il credente deve avere la capacità di leggere la società, ed essere aiutato in questa lettura da una Chiesa locale attenta a queste problematiche e dunque capace di produrre una adeguata cultura. Il «Progetto culturale» della Chiesa italiana nasce anche da questa consapevolezza e dovrebbe rappresentare una forte sollecitazione alle Chiese locali a dotarsi di adeguati strumenti di conoscenza della realtà.

 

2. Diventare, e rimanere, un luogo di confronto fra i credenti impegnati a vario titolo nel sociale, sia offrendo loro adeguati strumenti di conoscenza, sia favorendo la crescita di una «spiritualità dell’impegno» che eviti la deriva pragmatistica che ricorrentemente minaccia la politica, sia infine fornendo a quanti hanno diversi orientamenti politico-partitici occasioni «neutrali» di confronto, non viziate dall’inevitabile dialettica della politica contingente ma caratterizzati da uno schietto e franco confronto fra posizioni che non necessariamente potrebbero convergere ma che sempre dovrebbero essere rispettate, quando siano state assunte in buona fede e in serena coscienza[2].

L’Azione Cattolica presso cui presto servizio e che ha organizzato questa scuola socio-

politica vuol rispondere alla domanda che si legge insistente nella società e nella chiesa.

 

 

[1] Cfr Tarchi, Orientamenti Pastorali, 4/2004

 

[2] Cfr Campanini in Orientamenti Pastorali 2/2008

 

 

mons. Domenico Sigalini

http://www.diocesipalestrina.it

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