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I CENTO PASSI

Non un film sulla mafia, ma sulle speranze e sulla politica, sul conflitto generazionale e sul rapporto di amore-disamore con la figura paterna: per questo l'attenzione del regista fa perno sull'emotività dell'azione, sui comportamenti dei giovani protagonisti, più che sulle psicologie storiche del potere mafioso...


I CENTO PASSI

da Quaderni Cannibali

del 28 ottobre 2005

Regia: Marco Tullio Giordana

Interpreti: Luigi Lo Cascio, Luigi Maria Burruano, Tony Sperandeo

Origine: Italia 2000

Durata: 115’

 

A Cinisi, paesino siciliano schiacciato tra la roccia e il mare, nei pressi dell’aeroporto, utile quindi per il traffico di droga, cento passi separano la casa di Peppino Impastato da quella di Tano Badalamenti, il boss locale. Peppino, bambino curioso che non gradiva il silenzio opposto alle sue domande, al suo sforzo di capire, nel 1968 si ribella come tanti giovani al padre. Ma in Sicilia la ribellione diventa sfida allo statuto della mafia. Quando si batte insieme ai contadini che si oppongono all’esproprio delle loro terre per ampliare l’aeroporto Peppino conosce le prime sconfitte ma scopre l’orgoglio di una vocazione. Dopo varie esperienze fonda “Radio aut” che infrange il tabù dell’omertà e con l’arma del ridicolo distrugge il clima riverenziale attorno alla mafia. Tano Badalamenti diventa Tano Seduto e Cinisi è Mafiopoli. Il clima per lui si fa pesante: il padre cerca di farlo tacere, madre e fratello sono solidali con lui. Quando arriva il Settantasette, mentre c’è chi si rifugia nel privato, lui si presenta alle elezioni comunali. Due giorni prima del voto lo fanno saltare in aria sui binari della ferrovia con sei chili di tritolo. La morte coincide con il ritrovamento a Roma del corpo di Aldo Moro, viene rubricata come “incidente sul lavoro” poi, dopo che gli amici mettono a disposizione degli inquirenti molti indizi dell’esecuzione diventata addirittura “suicidio”. Solo vent’anni dopo la Procura di Palermo rinvierà a giudizio Tano Badalamenti come mandante dell’assassinio.

 

 

Hanno detto del film

Non un film sulla mafia, ma sulle speranze e sulla politica, sul conflitto generazionale e sul rapporto di amore-disamore con la figura paterna: per questo l’attenzione del regista fa perno sull’emotività dell’azione, sui comportamenti dei giovani protagonisti, più che sulle psicologie storiche del potere mafioso.

(Michele Gottardi, Segnocinema 111, sett./ott. 2001)

 

La pellicola si presenta inoltre ricca di problematiche generazionali fuse con la denuncia nei confronti della mafia. La storia di Peppino può essere infatti analizzata anche come un percorso di affermazione e di autonomia nei confronti delle figure paterne che si presentano nel film. Una immagine, quella paterna, che sembra legarsi indissolubilmente all’idea di rispetto e osservanza delle regole e dei superiori e che il protagonista rifiuta per ben tre volte: con lo zio don Cesare capomafia, con il padre con cui non condivide l’omertà e l’obbedienza alla cosca e con il sindacalista-pittore che lo inizia alla militanza comunista e del quale rinnega l’assoluta fedeltà e sottomissione alle direttive del partito. Accusa tutti di mancanza di coraggio, di vigliaccheria, di incapacità di portare avanti le proprie idee anche se in contrasto con i capi. Peppino è il figlio ribelle che contesta la propria famiglia e quella più allargata, la mafiosa, che incombe sulla città e sulla storia familiare.

(Isabella Dothel, Itinerari Mediali, 6/2000)

 

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