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Farsi prossimo dei nostri ragazzi da Giovani per i Giovani

Uno dei segreti per entrare nel cuore dei ragazzi che don Bosco ci ha trasmesso è la presenza qualificata dell'educatore in mezzo ai ragazzi, in una parola quello che lui chiamava assistenza e che oggi potremo tradurre in Presenza Educativa Ininterrotta


Farsi prossimo dei nostri ragazzi da Giovani per i Giovani

da GxG Magazine

del 28 luglio 2008

Uno dei segreti per entrare nel cuore dei ragazzi che don Bosco ci ha trasmesso è la presenza qualificata dell’educatore in mezzo ai ragazzi, in una parola quello che lui chiamava assistenza e che oggi potremo tradurre in Presenza Educativa Ininterrotta

 

A tutti è capitato almeno una volta di provare a fare lo zabaione. È un alimento molto buono e, tutto sommato, semplice da realizzare: uova, zucchero ... Ma ciò che lo rende davvero speciale è il tempo e l’energia che si spende per mescolare questi due ingredienti fino ad ottenerne una squisita crema che può guarnire molti piatti. Nell’educazione funziona un po' così. Educare è far crescere una persona, farle tirare fuori il meglio di sé insegnandole ad aprire gli occhi sulla straordinaria presenza di Dio nella sua vita, riconoscendo di essere un dono e sperimentando che il rapporto con il Signore è ciò che dà significato ad ogni attività e impegno. Ecco tutto questo è un pò come mescolare uova e zucchero: la vita della persona con la vita di Dio. L’educatore è colui che mescola, e mescolare, si sa, è faticoso. Per mescolare bene, inoltre, è facile sporcarsi. Insomma non si può essere animatori o educatori senza essere faticosamente tra i ragazzi, con tanta energia e tanta pazienza, sapendo che a volte va male e spesso ci si sporca. L’educatore non può accontentarsi che la maturazione sia solamente fisica, o culturale, o intellettiva …

 

 

Onesti cittadini perché buoni cristiani

Chi educa  punta a dare basi che offrano una stabilità adamantina alla vita stessa. Il motto di don Bosco: “Buoni cristiani e onesti cittadini”, se si approfondisce la pedagogia del santo si potrebbe scoprire che si può cambiare, a ragione, in “Onesti cittadini perché buoni cristiani”. Una affermazione per tutte fa capire con quanta passione il santo dei giovani desiderava comunicare il meglio ai suoi ragazzi: era solito dire che per la salvezza di un suo giovane era disposto a strisciare la lingua da Valdocco a Superga (sono più di undici chilometri)!

 

 

        Alcune attenzioni pratiche

Attenzione però! Non si può comunicare nulla di ciò che conta senza creare prossimità e soprattutto senza creare affetto con i ragazzi. I ragazzi devono, e sottolineo la parola devono, accorgersi che gli si vuole bene.  

La presenza tra i ragazzi esige di non aver paura di fare il primo passo, di conoscere, di accettare qualche 'sfottò' dei più bulletti, implica la fatica di imparare i nomi, di fermarsi a giocare, di non aver paura di fare giochi semplici che sanno da bambini.

Fare il primo passo significa accogliere un ragazzo quando entra in oratorio, salutarlo all’arrivo e congedarlo all’uscita. Vuol dire non aver paura di parlare delle cose che a loro piacciono, per saper elevare la discussione a cose più impegnative.

Un animatore impara ad essere di ciascuno e di tutti, mentre parla con una persona sa guardare a tutto il cortile, mentre gioca fa giocare i ragazzi ma non perde d’occhio l’intero ambiente, scrutandolo alla ricerca dei più problematici.

Lo stile salesiano della presenza insegna a trovare degli “escamotage” per inserirsi nei gruppetti, magari per deviare il discorso, che spesso assume toni volgari.

Stare tra i ragazzi implica accettare di stringere i denti quando si è stanchi, di sederci vicino ai ragazzi che meno attirano la nostra simpatia, perché sono questi quelli che Dio predilige e che ci affida in modo speciale.

 

I ragazzi si conquistano con una bontà ferma, che sa prendere posizione quando serve e lascia spazio al richiamo se è necessario. Amare i ragazzi non vuol dire indulgere al buonismo, che spesso nasconde una poca gratuità e immaturità affettiva dell’educatore. Chi ama sa sgridare, ma sa anche recuperare il rapporto e dimenticare le negligenze dell’animato. I ragazzi hanno bisogno di coerenza, di fare, o almeno sforzarsi di fare, per primi quello che si chiede a loro. La coerenza spesso implica il chiedere scusa se si sbaglia, perché l’educatore perfetto è solo Dio, noi sbagliamo e pecchiamo almeno sette volte al giorno è detto nella Sacra Scrittura.

I ragazzi hanno bisogno di puntualità e di regole, che non guastano il rapporto, ma lo preservano e danno all’ambiente una chiara impronta educativa. Il regolamento dell’ambiente è scritto nella presenza dell’educatore e nel suo modo di esserci. Non servono troppi cartelli, gli avvisi si comunicano con ferma serenità, senza scomporsi troppo. In questo gioca un ruolo importante la virtù dell’ordine, della pulizia, della cura degli ambienti e delle strutture. Anche attraverso un ambiente pulito e ordinato un ragazzo percepisce accoglienza vera o squallida. Un luogo pulito invita a mantenerlo tale.

 

La presenza educante è comunitaria, non individuale. La collaborazione tra educatori, essere un cuor solo e un’anima sola, condividere ed essere solidali con le scelte dei responsabili sono gli ingredienti per un clima educativo inossidabile.

Farsi prossimo dei ragazzi implica di avere gli occhi aperti per cogliere quando uno sta male, quando ha bisogno di una parola di conforto, di uno sprone, di una pacca sulla spalla. Farsi prossimo vuol dire che se hanno bisogno di parlare di confrontarsi, di confessarsi occorre disponibilità piena. Don Bosco promette ai suoi ragazzi che ogni minuto della sua vita sarebbe stato speso per loro. Si possono accompagnare e si devono accompagnare personalmente i ragazzi nella direzione spirituale, che non deve essere un colloquio melenso, ma sodo e deciso, dando il giusto tempo senza dimenticarsi del resto dei ragazzi, che magari sono in cortile.

 

 

Nello stile salesiano di Ges√π

La presenza tra i ragazzi segue la logica dell’incarnazione e la impariamo da Gesù che si è fatto carne della nostra carne per comunicarci la stessa sua vita, per farsi prossimo di ciascuno, per dilatare all’infinito l’orizzonte della nostra vita. Don bosco diceva che “educare è cosa di cuore. questo è vero perché educare è“una impresa da Dio”. Dio educa il suo popolo e continua a educare i suoi figli. L’educatore salesiano è segno e portatore dell'amore di Dio ai giovani. Non si può comunicare niente se non si ha il coraggio di farsi prossimo, vicino. 

La prossimità affettiva oltre che fisica trova il suo alimento più energetico nella preghiera e nei sacramenti. L’animazione e l’educazione inizia dalle ginocchia, dal mettersi con umiltà di fronte a Dio, poiché, se non ve ne siete accorti, sono talmente tante ed esigenti le attenzioni, gli atteggiamenti, i comportamenti che esige la presenza tra i ragazzi, che non si può pensare che ciò sia solo possibile per la buona volontà delle persone. Ci vuole qualcosa di più.

 

 

 

 

 

 

-Don Bosco: “l’importante è che venendo all’oratorio il ragazzo sappia di trovare un prete, una suora, un animatore…che lo attende con cuore di amico. L’assistenza diventa così presenza premurosa e paterna per prevenire il male e educare al bene”.

-Gli amici del cortile di don Bosco sono gli animatori, con l’animo interiormente lieto, che stanno volentieri in mezzo ai ragazzi, che trovano gusto nel partecipare ai loro giochi, dialoghi e interessi. Stanno in mezzo ai ragazzi in cortile, sul banco in chiesa, sul pullman. Il segreto sta naturalmente nelle motivazioni che ci sono nel cuore dell’animatore.

-I nemici del cortile di don Bosco sono gli animatori che preferiscono stare tra di loro anziché in mezzo ai ragazzi, che non si accorgono che i ragazzi stanno per conto loro. Sono presi dai propri problemi personali, familiari, scolastici, di ricerca del ragazzo o della ragazza.

 

Don Nicola Munari

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