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FAMILY LIFE

In ogni famiglia, e non solo in quelle svantaggiate, ciascuno dei componenti ha commesso qualche torto nei confronti degli altri. Molte cose rimangono non dette, anche nelle migliori famiglie, e si creano fratture interne difficili da sanare...


FAMILY LIFE

da Attualità

del 24 novembre 2005

Regia: Ken Loach

Interpreti: Sandy Ratcliff, Grace Cave, Malcolm Tierney

Origine: Gran Bretagna 1971

Durata: 110’

 

Protagonista del film è Janice, una ragazza diciannovenne, abitante con i genitori – di estrazione operaia – in un quartiere borghese nei sobborghi di Londra. Nelle prime scene la incontriamo mentre, sentitasi male in una stazione della metropolitana, è soccorsa e portata a casa dai genitori. Partendo da questo episodio e alternando, in un libero gioco di incastri, avvenimenti del passato con i colloqui che i tre membri della famiglia hanno con un giovane psichiatra, si delinea chiaramente il quadro della situazione che sta alla base dello squilibrio fisico-psichico segnalato nella protagonista. In realtà la ragazza è alle prese con una crisi molto comune, tipica dell’età di passaggio dalla giovinezza all’età adulta; solo che in lei agiscono spinte e condizionamenti educativi che tendono ad aggravare questa crisi di crescita, a renderla traumatizzante, dolorosa, insuperabile. L’ambiente famigliare che le sta intorno è certamente ordinato e rispettabile, ma è anche privo di solidi legami affettivi.

 

 

 

Hanno detto del film

Janice, bambina modello, buona e docile, mai priva del “necessario”, assomiglia alla madre, vittima di un’educazione rigorosamente puritana, sulla quale pesa il rimprovero di un matrimonio con uno spiantato, e che interpreta il rapporto sessuale con il coniuge come un dovere. “Ipnotizzata”, a sua volta ha ipnotizzato Janice, favorendone, fin dall’infanzia, i tratti di sottomissione. Dall’apatia emotiva e dall’obbedienza automatica scaturisce la norma della ragazza: - Sembra che ci sia un altro io nel momento che devo decidere ed è molto più facile per me fare come vuole lei”. Ogni qualvolta è tentata di vivere la sua vita, si ritrae timorosa del giudizio della madre. (…) Le capita di rimanere incinta, senza essere sposata, ma i genitori, che ben conoscono il valore della doppia verità, e ne sono gli spietati esecutori, la costringono ad abortire. Questo evento è decisivo, non tanto per il trauma in sé, quanto per l’interpretazione che ella dà della maternità, come atto di autoaffermazione. La vediamo, infatti, schizzare sul proprio ventre i tratti di un bimbo che lacrima. “Mi vuole uccidere – continua a ripetere al suo ragazzo – non sono regolare, ucciderà anche me”. Di fronte al suo dramma, i genitori-carnefici, così “normali” nelle loro preoccupazioni di dignità esteriore, presentano delle manifestazioni di ottusità servile e violenza. (…) Il padre vorrebbe “ammazzarla di botte” – e una volta ci prova anche – e “affidarla non ai medici, ma alla polizia”. (…) Considera la figlia come un semplice oggetto, un’ “incorreggibile maleducata” il cui stato, per giunta, “ci danneggia tutti”, e tanto ingrata da non riconoscere che “la previdenza paga le spese d’ospedale”. La madre, invece, anche se è partecipe dei turbamenti sociali del marito e, quindi, dei rimproveri alla figlia, ha la sadica soddisfazione di considerarla sua e di additarla all’altra figlia, isterica ma autonoma, come la sola, tra le due che sappia cosa significhi il rispetto per i genitori.

 

(Alberto Cattini, “Cinema E Cinema”, n°1, ott./dic. 1974)

 

“In ogni famiglia, e non solo in quelle svantaggiate, ciascuno dei componenti ha commesso qualche torto nei confronti degli altri. (…) Molte cose rimangono non dette, anche nelle migliori famiglie, e si creano fratture interne difficili da sanare. La differenza è che, nelle famiglie povere ed emarginate, alle pressioni interne si aggiungono quelle economiche e sociali che minacciano di distruggere anche le unioni più felici.

(Ken Loach, intervista a www.caffeeuropa.it)

 

Da parte dell’autore c’è evidentemente una intenzione polemica e demistificatoria nei confronti dei meccanismi con cui la famiglia tradizionale e un certo tipo di istituzioni sociali impongono ai giovani un conformismo di comportamenti e di opinioni al di fuori del quale non c’è che la repressione: e tale repressione è distruttiva proprio perché trasforma il disadattamento in nevrosi, portando alla schizofrenia e alla morte civile.

(Aldo Bernardini, La Rivista del Cinematografo 5/1974)

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