La Dottrina Sociale della Chiesa offre ai giovani una bussola per vivere con giustizia, libertà e responsabilità nel mondo di oggi. Oggi parliamo di famiglia e società
Ana Curcan
«La famiglia è il luogo della libertà, della crescita, dell’amore e della pace»
(Papa Francesco, Amoris Laetitia, 66)
Quando si parla di “società”, pensiamo subito a cose grandi: politica, economia, diritti, istituzioni. Ma la società comincia dalla famiglia. È lì, nel mistero semplice e quotidiano delle relazioni, che si impara a vivere. È lì che si cresce, si sbaglia, si spera, si ama.
Per la Dottrina Sociale della Chiesa, la famiglia è la cellula fondamentale della società. Non è solo un fatto privato, ma un bene pubblico, con una missione educativa e sociale insostituibile. È nella famiglia che nasce la coscienza, che si impara il rispetto, la solidarietà, la cura dell’altro.
La DSC afferma che la famiglia fondata sul matrimonio è “il luogo naturale per il sorgere e il compiersi della vocazione all’amore personale” (CDSC 211). In altre parole, la famiglia è chiamata a essere un laboratorio d’amore. Non perfetto, non senza ferite, ma vero.
Oggi questo ideale è messo in crisi: molte famiglie vivono tensioni, rotture, fragilità. E tanti giovani si sentono disillusi: perché pensare alla famiglia, se non funziona? Ma proprio in questo tempo, la visione cristiana della famiglia diventa profezia. Perché crede ancora nella fedeltà, nella cura, nella presenza, nella possibilità di ricominciare.
La DSC ribadisce che la salute della società dipende dalla salute delle famiglie. Dove le famiglie sono forti, le comunità sono più solidali, i giovani crescono meglio, si sviluppa un senso civico autentico. Dove le famiglie sono ferite o ignorate, si moltiplicano le solitudini, le rabbie, le disuguaglianze.
Per questo la Chiesa chiede alla società di sostenere la famiglia, non solo a parole, ma con politiche, servizi, cultura del rispetto. E chiede ai giovani di non disinteressarsene: perché la famiglia non è “una cosa da adulti”, ma una realtà che plasma le coscienze, le relazioni, il futuro.
Don Bosco sapeva bene quanto le famiglie influiscono sulla vita dei giovani. Tanti ragazzi che arrivavano a Valdocco portavano sulle spalle la fatica di famiglie spezzate, assenti o troppo povere per prendersi cura di loro. Ma non li ha mai giudicati. Anzi, ha cercato di essere lui stesso un padre, e ha costruito una comunità che potesse supplire, integrare, guarire.
Allo stesso tempo, Don Bosco coinvolgeva le famiglie. Chiedeva di collaborare, di partecipare, di essere parte del progetto educativo. E dove mancava la famiglia, ne creava una: con gli educatori, con i confratelli, con le mamme e i papà spirituali.
In una società sempre più “liquida”, dove tutto cambia velocemente, la famiglia è un punto fermo. Non statico, ma dinamico: un ambiente dove si può imparare a dialogare, perdonare, decidere insieme, sognare. È lì che si impara la democrazia, la pace, la responsabilità, molto prima della scuola o dei media.
Anche i giovani hanno un ruolo: non sono solo destinatari dell’amore familiare, ma anche protagonisti. Possono essere ponte tra generazioni, portatori di fiducia, capaci di ricucire, di servire, di custodire. Quando un giovane si prende cura della propria famiglia — con pazienza, presenza, sacrificio — sta già costruendo società.
La comunità cristiana non può educare da sola: ha bisogno delle famiglie. E le famiglie non possono camminare da sole: hanno bisogno della Chiesa. Questa alleanza è fondamentale, soprattutto oggi, per trasmettere la fede, i valori, la speranza.
Nel MGS possiamo diventare luogo di incontro tra famiglie e giovani, tra educatori e genitori, tra ferite e guarigioni. Possiamo costruire percorsi dove i ragazzi ritrovano casa, e le famiglie trovano ascolto, sostegno, strumenti.
Versione app: 3.45.4 (23ae8413)