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Famiglia, cultura, educazione

Da sempre l'educazione si è mossa tra trasmissione della cultura alla generazione in crescita e aiuto ai processi di personalizzazione, vale a dire di sviluppo delle potenzialità e capacità proprie di ciascuno...


Famiglia, cultura, educazione

da Quaderni Cannibali

del 19 settembre 2005

L’intervento legge le problematiche familiari dall’osservatorio pedagogico, vale a dire dalla convinzione che la famiglia possa continuare ad essere un luogo e un momento privilegiato per l’educazione delle persone: per tutti, genitori e figli, e in particolare per coloro che cominciano a muovere i primi passi nel mondo o sono in quel periodo dell’esistenza personale detta per eccellenza «età evolutiva».

Da sempre l’educazione si è mossa tra trasmissione della cultura alla generazione in crescita e aiuto ai processi di personalizzazione, vale a dire di sviluppo delle potenzialità e capacità proprie di ciascuno. Non ci si illude sulle possibilità dell’educazione, decisamente limitate.

All’educazione non si addice l’onnipotenza, la salvaguardia da errori, il successo assicurato. L’esperienza lo insegna. Chi è genitore lo sa.

Tuttavia è lecito  sperare che pur con tutti i suoi limiti strutturali, storici e contingenti, l’educazione possa esercitare (almeno un poco e talvolta) una positiva incidenza nella promozione umana delle persone e nella ricerca di una buona qualità della vita in ogni momento ed età di essa, svolgendo un’opera di mediazione e di stimolazione:

– di mediazione: vale a dire assolvendo ad una funzione di «termostato culturale», che bilancia i contributi del patrimonio sociale di cultura con i bisogni e le aspirazioni personali (proponendo, criticando, integrando) e che correla positivamente le tendenze oggettive con le intenzionalità socio-culturali (superando le frequenti tensioni tra le une e le altre);

– di stimolazione: individuando e organizzando le risorse soggettive ed ambientali (o, come si dice, del territorio), informando, motivando, orientando, testimoniando, addestrando, facendo respirare un clima, sostenendo e accompagnando discretamente tirocini di «pratica di libertà». Cominciando in famiglia.

In qualsiasi famiglia? Anche in quelle attuali? Quali?

 

 

LA RINNOVATA ATTENZIONE ALLA FAMIGLIA

E AI SUOI PROBLEMI

 

Nella risoluzione 44/82 dell’8 dicembre 1989 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite proclamò il 1994 come anno internazionale della famiglia, invitando ad approfondire «le risorse e le responsabilità della famiglia in una società in trasformazione». Le reazioni non furono molte. E tra esse ci furono di quelle che considerarono la risoluzione come una scelta di retroguardia fuori tempo.

Non erano ancora del tutto scomparsi gli echi di qualche anno prima, quando si considerava imminente la «morte della famiglia» e si prospettava «una società senza padri né maestri», con nuove forme di comunità sostitutive della famiglia tradizionale, come le «comunità familiari». In ogni caso la famiglia tradizionale sembrava irrimediabilmente invischiata in una crisi irreversibile.

Questi ultimi anni sembrano aver dato ragione alle Nazioni Unite. La famiglia non solo non è morta ma, pur non mancando le difficoltà, come si dice, «tiene»; anzi, a dispetto dei suoi pregiudiziali affossatori, sembra godere di una certa salute, perlomeno più di altre organizzazioni socio-politiche. O quanto meno compartecipa al cruciale e difficile momento che tutte stanno attraversando.

 

 

L’interesse socio-politico

 

In un contesto, segnato da rilevanti mutamenti strutturali e culturali e da profondi cambiamenti nelle condizioni di vita e nei modi di intenderla, le sorti della famiglia, la sua capacità di tenuta, i suoi tentativi di ridefinizione, suscitano l’interesse dei singoli e dell’opinione pubblica, delle nazioni e delle organizzazioni internazionali.

Come ha messo in risalto la Conferenza tenuta al Cairo nella prima metà di settembre del 1994 sui problemi della «popolazione e sviluppo», la famiglia è considerata da tutti un punto essenziale per il futuro delle persone, dei popoli, delle nazioni, degli stati e dell’umanità intera.

Il papa, con la sua «Lettera alle famiglie», ha stimolato i cristiani e la chiesa ad annunciare e rendere effettivo il «Vangelo della famiglia». E le  grandi religioni si sono trovate molto vicine a questa sensibilità religiosa per i problemi umani della vita familiare. Pur con tantissime limitatezze ed ambiguità, molti stati cercano di dare attuazione ad iniziative che in qualche modo esprimano sul terreno del sociale una concreta politica familiare di tutela, di sostegno, di promozione.

 

 

L’interesse della ricerca scientifica

 

Anche a livello di ricerca scientifica si nota globalmente una ripresa di interesse e notevoli tentativi di piste nuove di lettura e di interpretazione attorno a quelle che sembrano le problematiche più scottanti che attraversano la vita dell’istituzione familiare.

E indubbiamente è vivace il dibattito culturale sulla famiglia da parte dell’opinione pubblica, da parte delle organizzazioni della cultura e da parte del sistema della comunicazione sociale.

Vien data particolare attenzione alla dimensione politica della famiglia; si mette in risalto la sua funzione di riequilibrio sociale non solo in termini affettivi, ma anche come unità di reddito, di consumo e di soggetto economico, sociale, politico, culturale; si evidenzia il suo rapporto con i servizi e la ricerca della salute e del benessere individuale e collettivo; si indaga sui rapporti intergenerazionali e al suo interno tra giovani, adulti, anziani; si approfondisce l’assenza della figura paterna e il dibattito sulla questione femminile e sulla maternità, sulla socializzazione e sulla crescita dell’infanzia, sui diritti dei minori e le loro molteplici e pesanti violazioni, sulla «famiglia lunga del giovane adulto», sulla funzione di mediazione che la famiglia può avere in rapporto a forme di «nuova cittadinanza», ecc.

 

 

Il peso delle ideologie

 

Se non proprio in qualità di «communitas principalissima», come la chiamava S. Tommaso d’Aquino, la famiglia si dimostra oggi come un fattore e componente di prim’ordine nel gioco e nelle dinamiche della vita sociale e personale.

Indubbiamente ancora oggi l’istituzione familiare non è fatta salva dalle bordate ideologiche e dal «sospetto culturale» circa la sua ragion d’essere o comunque a riguardo della sua positività in termini di buona qualità della vita di tutti e ciascuno. La retorica sulla famiglia non appartiene solo al passato (al periodo fascista in particolare). I pericoli dell’autoritarismo intraparententale o quello del clan familiare, dei padri-padroni o del mammismo possessivo, non sono residui presenti solo in situazioni di sottosviluppo (e non sono solo testo di accusa delle eccessività contestative sessantottesche o della cultura radicale degli anni settanta).

I dati statistici sulla popolazione e i sondaggi dei centri di ricerca danno, specie per il nostro paese, cifre allarmanti: natalità in discesa vertiginosa, matrimoni in diminuzione, separazioni in aumento, divorzi che spezzano e frazionano le famiglie o che danno luogo a complicate reti relazionali «trasversali», sostegni economici pressoché inesistenti, carenza dei servizi sociali, famiglie incomplete e rapporti familiari stracciati, intere famiglie a rischio o avviluppate nel vortice della devianza, della violenza, della droga, della criminalità organizzata.

I conflitti intergenerazionali sono immersi e talora trascinati nella forte accelerazione del mutamento e dell’innovazione storica, nelle complesse dinamiche dell’esistenza sociale e nel vasto intreccio del pluralismo delle concezioni del mondo e della vita, che caratterizza lo scenario sociale contemporaneo.

La riduzione della vita familiare all’ambito del privato e delle relazioni interpersonali (come una certa ideologia liberale tende a prospettare) rischia di far perdere l’aspetto di «soggetto pubblico e sociale» che le famiglie sono (o dovrebbero essere) nell’intricato gioco dialettico delle parti e dei gruppi sociali.

In modo simile la concezione della famiglia come «effetto» o «produzione» di un assetto storico «borghese», individualistico e «classista» (come un certo marxismo tende a proporre), ha rischiato (e forse ancora in qualche misura rischia) di far pensare che la famiglia sia una pietra di inciampo alla crescita sociale, alla liberazione dai poteri dominanti, alla innovazione e al cambio sociale.

E in questa linea non è senza influsso negativo un certo dogmatismo o una certa astrattezza (troppo legata ad affermazioni di principio) che può venire dalla tradizione cattolica e dalla politica che ad essa in vario modo si ispirava e si ispira.

 

 

L’incidenza delle tendenze culturali

che regolano il vissuto contemporaneo

 

Più che altre istituzioni sociali, o insieme con esse, la famiglia partecipa dei disguidi e dei guasti presenti negli attuali modelli di sviluppo socialmente prevalenti: l’eccessiva attenzione data agli aspetti individuali, materiali, consumistici e presentistici (a scapito degli aspetti relazionali, immateriali, di «bene comune» e di sviluppo futuro).

Gli interessi dei membri della famiglia (come quelli dei cittadini in genere) sembrano ossessivamente focalizzati sulla felicità e sul benessere soggettivo del momento, senza troppa preoccupazione del mondo che viene lasciato in eredità alle nuove generazioni.

Il senso della continuità storica e della fedeltà dei rapporti interpersonali diventa estremamente difficile da immaginare e da attuare.

La sete dell’autorealizzazione personale individuale la vince su qualsiasi altro impegno di responsabilità per gli altri. Lo scarso senso per ciò che è strutturale e istituzionale rende faticoso il superamento di prospettive che vadano al di là dell’intersoggettivo e del relazionale. Il «noi» familiare ne è gravemente oscurato. «Vedere la famiglia», come realtà storica e come soggetto sociale (e non semplicemente i rapporti tra individui all’interno di essa), diventa impresa non facile.

 

 

La famiglia e le famiglie

 

Per alcuni addirittura è già troppo parlare di «famiglia» al singolare.I modelli di famiglia si sono moltiplicati e molte situazioni sembrano difficilmente riconducibili ad un modello unico ed univoco.

E tuttavia la centralità del matrimonio e la presenza dei figli in una convivenza durevole e socialmente riconosciuta e organizzata sembrano punti qualificanti irrinunciabili, se si vuole parlare di famiglia. Ma attorno ad esse ruotano modi di vita comune e situazioni che in un modo o in un altro realizzano configurazioni di convivenze molto vicine ad una famiglia. E la stessa vita familiare è soggetta nel tempo a vicissitudini che scompigliano certi assetti; che modificano la quotidianità familiare, la stravolgono o la ricostruiscono con altri soggetti, con altri stili, con mistioni prima assolutamente non previste.

La «rivoluzione silenziosa» dei modi di vita che si è avuta negli ultimi venti anni ha segnato profondamente la vita privata, le forme e le dinamiche familiari.

E diventa quindi arduo vedere come la discussione sul modello tradizionale di famiglia, la crisi di esso, la ricerca di nuove configurazioni (fino alle più «strane») non metta in discussione l’«idea della famiglia» o perlomeno come si concili con la rinnovata «voglia di famiglia» e di «casa» che pure si sente in giro.

 

 

la funzione educativa familiare

 

Tutto ciò non è senza incidenza sulla funzione educativa della famiglia.Il dibattito sull’istituzione familiare in questi ultimi decenni nel nostro paese si è arricchito di una nuova importante dimensione grazie agli studi sui rapporti tra i giovani e le famiglie. Sono così venute ad evidenza le diversità intercorse da periodo a periodo, fino alle recenti manifestazioni quali il «recupero» della famiglia da parte dei giovani, il fenomeno del prolungamento della permanenza in famiglia (la cosiddetta «famiglia lunga»), il dilazionamento del patrimonio, il vivere in coppia senza convivenza, l’avere figli come oggetto di scelta, ecc.

Parimenti gli sviluppi della tecnica genetica hanno posto in modo nuovo e drammatico l’essere concepiti, il venire al mondo e in genere il nascere figli. Si può infatti nascere bambini, ma non è più tanto scontato nascere figli di genitori, di colei o di coloro che sono stati all’inizio della generazione. Anzi lo stesso venire al mondo non lo è più.

Le esigenze della qualità della vita moderna segnano in modo decisivo la crescita dei figli, le relazioni intra-familiari, le prospettive di ingresso nella vita adulta. L’organizzazione sociale e le istanze del mercato delimitano (e mortificano spesso) aspirazioni e desideri di genitori e figli.

L’allargarsi dei fenomeni delle separazioni, dei divorzi, delle «nuove famiglie», rendono complicati i rapporti di parentela e le relazioni interparentali.

Una visione del sociale nei termini lunghi di storia (e non solo di rapporti interpersonali o intra-istituzionali in un determinato momento storico) ci fa avvertiti che i conflitti familiari attuali non sono solo conflitti di sessi, ma anche e soprattutto conflitti tra generazioni.

In questo contesto si fa forte la preoccupazione per la generazione dei ragazzi e delle ragazze che si affacciano alla vita adulta e che chiedono di trovare nella famiglia il luogo specifico della dignitosa umanizzazione della loro potenzialità e capacità.

Nonostante ciò la funzione educativa della famiglia nei confronti dei figli è riconosciuta (e oggi forse persino enfatizzata) a livello internazionale, come un diritto-dovere fondamentale della famiglia nella sua globalità e in particolare dei genitori e dei figli.

Dal punto di vista procedurale l’educazione familiare ha prevalentemente (ma non esclusivamente) il carattere di educazione «informale», nel senso che viene giocata soprattutto a livello di rapporti primari, di relazioni cariche di affettività e di emozionalità, di bisogni profondi da soddisfare, di aspirazioni ad ampio raggio vitale, di reciprocità profonde.

Contenutisticamente:

– si riferisce soprattutto alla costruzione della persona in ciò che ha di più intimo;

– funziona come primo apprendistato della vita in società;

– favorisce la trasmissione del patrimonio culturale tradizionale e l’apertura alle nuove tendenze;

– sostiene i suoi membri nell’interazione e nel mutamento delle dinamiche culturali e interculturali;

– ed apre ai valori che danno senso alla vita umana in generale.

 

 

per un approfondimento

e per una riprogettazione educativa

 

Tali compiti, in sé chiari, nell’attuale congiuntura storica presentano tuttavia un forte tasso di problematicità a livello di comprensione e di attuazione.  Ostacoli e risorse non sono sempre facilmente componibili, specialmente oggi.

In molti casi le cose si complicano per le differenze delle situazioni intrafamiliari, ma anche per quelle contestuali e per le disuguaglianze socio-economiche e culturali di partenza (che non fanno equità nelle opportunità umane e sociali di formazione delle persone e delle famiglie). In tal senso la funzione educativa delle famiglie è da sostenere con opportune politiche della famiglia, della vita, della condizione giovanile.

Peraltro i problemi relativi alla funzione educativa della famiglia non sono solo di natura tecnica e di soluzione politica, richiedono anche un ripensamento e un approfondimento di tipo teorico-pedagogico e di riprogettazione educativa.

Il discorso che segue si pone in questo quadro di approfondimento.

 

 

La capacità di mettersi in gioco

e di non «chiamarsi fuori»

 

La funzione educativa familiare non può essere isolata dal resto della vita familiare.

Essa è inoltre da articolare e coordinare con le altre agenzie educative (scuola, media, chiesa, movimenti, organizzazione del tempo libero e dello sport...) e con le altre organizzazioni della società civile e socio-politica territoriale, nazionale e internazionale, sia per ciò che riguarda i contenuti che per i metodi formativi. Infatti la vita familiare, in tutte le sue espressioni, non si dà fuori del tessuto sociale e delle intricate reti di relazioni interpersonali, di gruppo e collettive che animano o agitano la rete della comunicazione sociale.

Poco vale lagnarsi o dichiararsi vittime (rispettivamente dei padri-padroni o delle mamme possessive o dei figli degeneri o della società o del «governo ladro»).

Anche sulla questione della educazione dei figli e di tutti i membri della famiglia, viene messa in gioco e chiamata in causa la famiglia nella sua totalità (interna, relazionale, esterna) e nei suoi membri intrafamiliari, nella sua dimensione generazionale e di sistema parentale.

 

 

A partire dalle situazioni e dalle persone concrete

 

In passato la famiglia poteva essere considerata una «fabbrica» di educazione. E le famiglie che non riuscivano ad esserlo erano considerate «famiglie disastrate»; ed erano bollati come «incapaci» i genitori che non realizzavano questo compito. Ma si era d’accordo che c’era del patologico nelle famiglie in cui succedeva questo.

Forse oggi la famiglia è piuttosto (o meglio può essere) un «laboratorio» di educazione; con quel tanto di fatica, di elaborazione, di sperimentazione, di prova e di rischio nel cercare un qualcosa che è da capire, da prospettare e da produrre, come sembra essere evocato dal termine e dalla metafora del «laboratorio».

L’educazione per suo conto spinge ad operare, partendo dalle situazioni e dalle persone, dai vissuti, dalle esperienze concrete, non dai modelli, non dai concetti o dalle idee.

Ed anche nel riferirsi alle diverse  tipologie e ai modelli di famiglia sarà piuttosto da distinguere per «ri-coniugare», più che per dividere e separare.

Così, al livello di aspettative e di standards di aspirazioni, bisognerà essere differenziati e non pretendere le stesse cose, gli stessi comportamenti, gli stessi assetti, gli stessi obiettivi, in misura uguale per tutti. La categoria della «differenza» sarà da prendere in positivo e non solo sopportata o tollerata come il «meno peggio». Sarebbe incorrere in quella «somma ingiustizia» che è provocata dalla «somma giustizia» di una legge «uguale per tutti» e dimentica delle diversità individuali, situazionali, storiche.

Anche in questo ambito educativo vale quella che può essere detta la dinamica dell’educazione morale: essa invita ad innescare un processo in cui le persone, i gruppi, le comunità riescano a passare dal «minimo etico» (=non far del male né a sé, né agli altri; rispettare sé e gli altri; non chiudersi in sé ma aprirsi al confronto e al dialogo con i fatti e con le persone) all’umanamente possibile (in situazioni e momenti «dati») e gradatamente all’umanamente degno (che chiede modi di pensare, di agire e di essere, tali da poter essere positivamente apprezzati da ogni uomo di ogni cultura e di ogni tempo).

 

 

Ripensare mete e stili educativi

 

Nell’intervenire educativamente non si dovrà perdere di vista l’intrinseco riferimento all’essere personale e familiare nella loro globalità (andando oltre comportamenti puramente funzionali o una comoda efficienza immediata).

In tal senso sarà da ricercare la congruenza tra il «dire l’educazione» e il «fare educazione» in famiglia. Sarà cioè da armonizzare le indicazioni che si danno, le proposte che si fanno con la «testimonianza» vitale che si dà.Ci sarà da vincere l’impulso a pensare che i figli o il coniuge debbano essere la «fotocopia» di noi stessi. O sarà comunque da superare il «pigmalionismo» (=il volere gli altri secondo le nostre idee su di loro e non per quello che sono o possono essere per se stessi), il «perfezionismo» (che non riesce a sopportare differenze, difficoltà, errori o semplicemente alternative ai propri progetti ideali), l’inibizione autoritaria (al limite della irragionevolezza e dell’assenza di prospettive e di fiducia nell’altro) o il permissivismo possessivo (che lascia fare qualsiasi cosa indiscriminatamente o che concede tutto «senza pena», con la più o meno conscia e segreta speranza di tenere in tal modo in mano la vita delle persone che invece cercano l’autonomia e la «proprietà» della loro esistenza).

Non c’è da essere per forza dei «supermen» o dei «superwomen». Come diceva Bettelheim, basta essere un «genitore quasi perfetto»! E in modo simile, un figlio o una figlia «normale».

 

 

L’esigenza della ri-conversione di mentalità

 

Nell’educazione non basta ricercare le corrette dinamiche psico-sociologiche e le efficaci tecniche di intervento. Occorrono anche contenuti di idee, valori, principi di azione, orizzonti di senso.

A tal fine non è senza significato educativo avere una buona e corretta coscienza di sé, delle proprie capacità e dei propri limiti, magari «educandoli» (vale a dire migliorandodi, sapendosi flessibilmente rapportare ai cambiamenti, alle innovazioni, al pluralismo, alle differenze con cui si trova a che fare mentre si vive come membro di una famiglia e simultaneamente come persona e cittadino).

Più in particolare, saranno da guadagnare modi corretti e validi di «pensare» la famiglia, i ruoli familiari, le corresponsabilità che nascono dalla vita comune, intra ed extra-familiare. In tal senso occorrerà magari sottoporsi ad una o più o meno profonda revisione della mentalità personale e comune.

 

 

L’ispirazione cristiana

 

Nella vita familiare, più che in altri luoghi della vita sociale, si «pretendono» comportamenti assolutamente conformi alle richieste sociali di ruolo. Forse perché più che altre istituzioni la famiglia è strumento e via di «tradizione» sociale. Il ruolo sembra imporsi alla persona. Il fare esperienza è visto con sospetto. Con il risultato di una pesantezza di esistenza che porta alcuni alla voglia incontenibile di scrollarsi di dosso pesi insopportabili o che trattiene altri dall’entrare nel gioco istituzionale familiare o dall’assumersi il ruolo di marito/moglie, di genitore, di padre o di madre o che fa sentire ad altri e ad altre il disagio di essere nello status e nel genere di donna o all’opposto di maschio.

Mai come oggi, nell’educazione familiare diventa importante aiutare le persone a saper conciliare vita personale e ruoli, genere e status sociali ed esperienze vitali, istituzione familiare e trascendenza di vita.

Forse la tradizione evangelica (magari spesso con una certa distanza critica rispetto alla tradizione ecclesiale) può essere significativamente ispirativa: essa infatti proclama e ricorda di vivere la vita familiare:

– nella fede (=vale a dire nella interiorità e trascendenza religiosa, che permettono di sentirsi liberi e di cogliere un senso per la vita e per i ruoli personali, nella prospettiva e nell’esperienza profonda che fa dire profeticamente: «il giusto vive di fede»);

– nel Signore (=e quindi nella logica dei grandi atteggiamenti prospettati dai «detti» e dai «fatti» di Gesù, a cominciare da quelli proclamati nelle «beatitudini» sparse lungo tutto il Vangelo e allusi nei comportamenti e nei miracoli di Gesù, degli Apostoli e dei discepoli);

– nella prospettiva del Regno di Dio e della sua giustizia (che collega la vita storica in questo mondo con quella ricerca di cieli nuovi e terra nuova in cui abiterà «definitivamente» giustizia e verità; e con quella fiduciosa speranza di una piena comunione con Dio, già parzialmente sperimentata nella pratica della «carità»).

 

 

Una prassi educativa improntata alla crescita «insieme»

 

Potrà essere di notevole stimolo pensare l’educazione familiare in una prospettiva di «crescere insieme nella reciprocità». Per tale prospettiva alcuni parlano di «co-educazione», nel senso largo di pensare e vivere l’educazione familiare come luogo e momento di aiuto alla crescita e alla buona qualità della vita degli altri e propria, in un quadro di «bene comune» da ricercare nella reciprocità e nella solidarietà; come pure nella coscienza di essere «dentro» un processo di liberazione comune, familiare e sociale a cui si partecipa e a cui si collabora.

Concretamente tali idee e prospettive stimoleranno alla collaborazione di tutti (genitori e figli) nel ménage familiare; renderanno tutti responsabilmente interessati alla buona informazione, al dialogo, al confronto «ragionevole» su ciò che si vive, si sperimenta o si vuol fare, o si vede o si sente dentro e fuori casa. Ciò va detto in particolare per quanto si conosce o si sa a scuola, alla televisione, tra amici, nei gruppi, all’oratorio, partecipando a manifestazioni collettive, ecc.

Si configurerà in tal modo quella «famiglia-scuola» e «famiglia-cellula sociale» (ed ecclesialmente «famiglia-piccola chiesa») che fa la sua parte nell’istruzione e nella formazione culturale dei figli (non demandandola indiscriminatamente alla scuola); che fa la sua parte nella formazione socio-politica (non lasciandola inconsideratamente alla piazza e ai mass media); che fa la sua parte nella catechesi (non appaltandola totalmente alla parrocchia).

Peraltro ciò suppone un clima familiare improntato a ragionevolezza, fiducia, amorevolezza. Vuole un ménage familiare che coniughi rispetto, stimolo, differenza, creatività, con comprensione, vicinanza, affetto, fedeltà oltre le parole, i gesti o i singoli atti.

Ma educativamente varrà pure l’apprezzamento genitoriale per le idee grandi, per modelli di comportamento generosi e magnanimi; come anche la stimolazione e la pratica dell’amicizia, dell’ospitalità, della partecipazione attiva e collaborativa ad attività del territorio civile ed ecclesiale.

 

 

Chi educherà gli educatori?

 

Genitori non si nasce. Si diventa. E non si arriva ad esserlo una volta per sempre. Occorre formazione (generale e pedagogica), aggiornamento, stili di educazione permanente. E non solo per poter esercitare il ruolo di genitore nei confronti dei figli; ma anche per se stessi, per il coniuge, per le esigenze della famiglia, nella sua globalità: in modo tale che si possa coniugare l’autorevolezza e l’efficacia educativa, entrambe radicate nella competenza, nella robustezza umana, nella saggezza, nella fiducia, nella progettualità e nell’apertura all’oltre e al futuro.

Queste esigenze dicono tutta l’importanza delle «scuole per genitori», ma anche l’esigenza di una educazione alla famiglia già a livello di educazione e di scuola di base, oltre che a livello di preparazione prossima al matrimonio (che si esprime poi in una buona educazione all’amore, alla sessualità e alla vita; ad una solida educazione relazionale e in particolare alla scelta del coniuge-compagno di vita; ad una aperta assunzione dei ruoli all’interno della vita familiare e della partecipazione alla vita sociale, ecc.).

 

 

Osservazioni conclusive

 

Come si è accennato, nella transizione culturale che caratterizza la nostra condizione storica, il discorso educativo familiare chiederebbe di approfondire alcuni nodi critici della cultura contemporanea. La cultura cosiddetta «moderna» sembra essere ad un difficile e complicato «giro di boa», se non proprio al suo traguardo finale, al suo tramonto (inducendo a parlare di «fine della modernità» e di «post-modernità»).

La tradizione culturale occidentale viene messa alle corde dai vasti fenomeni della comunicazione di massa a livello planetario (che fa parlare di «villaggio globale», ma anche di società dello spettacolo, di società dell’informatica) e dal forte tasso di «multiculturalità» che segna la vita delle nazioni (portando al limite il pluralismo e mostrando i limiti delle tradizioni locali).

È un campo che si è appena sfiorato.

Per altro verso la riflessione è andata avanti riferendosi implicitamente a situazioni familiari «normali» e limitandosi ad interventi educativi «generali». Un discorso educativo che volesse essere minimalmente esaustivo richiederebbe almeno alcune specificazioni, sia a livello di riferimenti che di itinerari educativi. Si pensi ad esempio alle sorti dell’educazione familiare in situazioni di «famiglie-problema» (vale a dire fortemente segnate da problemi materiali, professionali, sociali, relazionali culturali, psicologici...) o in rapporto a configurazioni familiari successive a separazioni o a divorzi.

Un minimo di specificità di discorso meriterebbe inoltre l’educazione familiare in situazioni familiari con membri handicappati o affidati o adottati.

In tal senso quanto si è detto è appena uno stimolo iniziale di riflessione.

 

 

 

 

Articolo tratto da: NOTE DI PASTORALE GIOVANILE. Proposte per la maturazione umana e cristiana dei ragazzi e dei giovani, a cura del Centro Salesiano Pastorale Giovanile - Roma.

Carlo Nanni

http://www.cnos.org/cspg/npg.htm

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