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«E si mise in viaggio» (Lc 1,39).

Pellegrinaggio dei giovani alla Basilica della Madonna della Salute. Intervento del Patriarca, Cardinale Angelo Scola. «Ragazze e ragazzi, permettete a me che vi potrei essere nonno: dobbiamo mendicare il motivo, la ragione, per cui ci siamo avviati. E la ragione c'è stata indicata da una esperienza altrettanto umana come fu quella della giovinetta Maria...».


«E si mise in viaggio» (Lc 1,39).

da Teologo Borèl

del 26 novembre 2008

«E si mise in viaggio» (Lc 1,39). Pellegrina. Le prima volte che questa espressione “pellegrina” è stata usata nella nostra lingua significava “straniero”. Il pellegrino è colui che a piedi cammina fuori dalla città. Maria, una ragazza la cui età è simile a quella dei più giovani tra di voi, quindici-sedici anni. Dopo un avvenimento assolutamente inimmaginabile - l’annuncio dell’angelo circa il concepimento del Figlio di Dio - compie l’azione più umana possibile: sa della cugina anziana, molto avanti negli anni, che è in attesa di un figlio e allora si mette in viaggio, esce.

 

Come è chiesto a noi ora. Uscire dalla nostra distrazione. Uscire dalle mura spesso chiuse ed ottuse del nostro cuore, della nostra mente, del nostro agire. Ci siamo avviati in effetti. Ed è stupendo abbracciarvi con lo sguardo da qui, così numerosi (siete ancora di più degli altri anni, e questo è certo un bel segno) resi un corpo di amici dallo spazio costruito con ordine da questa eccezionale Basilica che da tutto il mondo vengono ad ammirare, mentre magari noi la ignoriamo un poco.

 

Ci siamo avviati. Ma dobbiamo essere pellegrini, dicevamo due anni fa, addirittura mendicanti. In effetti, lo straniero pellegrino camminava verso la sua meta fuori dalle mura mendicando il minimo per sussistere.

 

Cosa dobbiamo mendicare noi con questo gesto, così potente, così bello, che caratterizza la nostra Chiesa e tutta la nostra società civile? Non c’è, infatti, un gesto giovanile di pari forza, in tutta la realtà veneziana. Cosa dobbiamo mendicare?   

 

1. Ragazze e ragazzi, permettete a me che vi potrei essere nonno: dobbiamo mendicare il motivo, la ragione, per cui ci siamo avviati. E la ragione c’è stata indicata da una esperienza altrettanto umana come fu quella della giovinetta Maria che lasciò la sua dimora e andò a condividere il bisogno della cugina. È l’amore la ragione per cui ci siamo avviati. È l’amore ciò che muove. È l’evento dell’amore che ti fa vivere, che ti muove nel rapporto con la realtà, con gli altri, con le circostanze, con le cose. L’amore lancia nella libertà vera.

 

Romeo e Giulietta: un’altra forma di amore rispetto a quella di Maria, ma pur sempre amore. Come abbiamo inteso poco fa dal duetto shakespeariano dei nostri e amici: “Con ali leggere - dice Romeo - d’amore volai su questi muri così alti … perché per amore non c’è ostacolo di pietra e ciò che amore può fare, amore tenta”, amore osa.

 

Allora amico mio, se ti sei avviato per il pellegrinaggio della Salute del 2008 devi scoprire dentro di te l’amore come motore, come ciò che ti ha messo in moto. Devi fare esperienza di una liberazione questa sera. Liberazione da ciò che ti costringe, da ciò che ti impedisce nel pensare, nel sentire, nell’agire, nel vivere i rapporti, nell’affrontare la scuola, l’università, il mondo del lavoro.

 

Se vuoi fare una esperienza di libertà, questa sera, devi interrogarti su questo gesto per cui ti sei avviato e devi metterti in viaggio come Maria. Interrogarti su questo gesto in rapporto alla tua persona, in rapporto alla tua vita di tutti i giorni. Cosa mi muove tutte le mattina ad andare a scuola? Cosa mi muove ad affrontare il rapporto col mio ragazzo in una maniera costruttiva? Cosa mi a vivere l’esperienza di comunità con gli amici? Cosa mi muove ad affrontare il futuro? Cosa mi muove ad affrontare la situazione ingarbugliata della scuola, dell’università di questi tempi? Cosa mi muove?

 

È realmente una esperienza di libertà che viene dall’amore, dall’amore vero, autentico, che ti mette in condizione di tentare tutto ciò che si può fare e ti impedisce di restare legato a te stesso. Ti fa uscire dal chiuso, dalle mura del tuo stesso io, per andare finalmente incontro alla realtà.

 

  

2. Secondo passo, amici. Quale amore? Perché tutti parlano di amore. Voi stessi ne chiacchierate ogni giorno. Quale amore? Il Vangelo ci ha fatto notare questo aspetto del viaggio di Maria: «Raggiunse in fretta una città di Giuda» (Lc 1,39). L’evangelista Luca mette in evidenza il volto creativo, il volto vero dell’amore. Quanto più l’uomo è consapevole e grato per l’amore che ha ricevuto, tanto più è spinto a non trattenerlo, ma a ridonarlo a piene mani. Gli antichi dicevano che l’amore è diffusivo di se stesso. Genera altro amore.

 

Allora la prima condizione per rispondere alla domanda “Quale amore?” perché tu possa fare questa sera una esperienza di liberazione, di libertà, che poi ti porti a casa è se tu sei oblativo. Se ciò che tu chiami amore per la tua vita – l’amore per la ragazza, l’amore per gli amici, l’amore per i genitori, l’amore per il tuo destino, l’amore per lo studio -, se ciò che tu chiami amore ti apre, ti spalanca, ti mette nella posizione di uno che dona, di uno che esce, di uno che si mette in viaggio. Oppure se al contrario ti chiude su di te e ti sprofonda sempre di più dentro le mura egoistiche del tuo Io. Questa è la prima condizione. E il muoversi in fretta verso la meta - verso l’amato, verso la condizione del bisogno, il muoverti in fretta, l’uscire da te, il mettersi in fretta in viaggio - è un segno insopprimibile che l’amore è il principio dell’azione.

 

Quindi, per esempio, come staremo in silenzio durante il pellegrinaggio che faremo tra poco, come pregheremo la Madonna recitando il Rosario - perché le vogliamo bene -, questo sarà un segno che l’amore che tu vivi è un amore vero.

 

 

Secondo elemento per rispondere alla verità dell’amore. Maria diventa subito sensibile al bisogno dell’altro. È realista. Poteva dire: - Caspita cosa mi è successo! Un angelo è venuto da me e mi ha fatto un annuncio dell’altro mondo, assolutamente inconcepibile, e adesso io dovrò affrontare Giuseppe, dovrò affrontare la mia famiglia, rendere conto, rendere ragione di questo evento inaudito che a prima vista potrebbe mettermi anche in cattiva luce…-. Aveva mille ragioni per stare in sé, per stare chiusa su di sé. Ma è realista. Si muove. Siccome capisce che il dono di cui è portatrice è per il bene del popolo, subito si muove a condividere il bisogno. È capace di gratuito, come ci stiamo dicendo da tanti anni, ma come stiamo facendo fatica a vivere regolarmente, fedelmente, atti reali di gratuità che ci educhino a questo amore.

 

Non so se avete mai riflettuto sul dibattito di questi giorni talora accanito alle due suore che io ho conosciuto personalmente perché sono di Lecco, che da diciassette anni in silenzio accudiscono Eluana Englaro. Senza dire niente. Senza fare discorsi, ragazzi. Tutti i giorni, ventiquattro ore. Da diciassette anni.

 

È una estensione del gesto che ha fatto Maria verso Elisabetta. E tu? E tu e io? Siamo qui perché stimiamo un tipo di uomo e di donna così. E per questo lo testimoniamo a tutti i nostri amici.

 

Sono certo, ragazzi, che siamo qui per questo. Se no non sareste qui. Ma siamo troppo fragili. Come nel bellissimo passaggio in cui Giulietta dice a Romeo: attenzione, attenzione, non mi basta il colpo di fulmine. Torna, torna nel tempo amico mio, perché io voglio che “questo germoglio di amore” sia “uno splendido fiore”.

 

Amico, che l’amore nella tua vita non sia l’intenzione fugace di un momento, non sia la passione istintiva che ti sospinge all’altro per assimilarlo a te e consumarlo a tuo piacimento. Ma perché sia un fiore che nelle sue stupende forme sia fioritura ed espansione del germoglio. Coltiva questo germoglio di amore che è il gesto di questa sera. Coltivalo nel silenzio del tuo cuore. Contempliamo Maria, questo suo modo di amare. Coltiviamo questo germe in tutte le forme dell’amore: l’amore tra l’uomo e la donna cui vi state preparando, l’amore di amicizia, l’amore dei genitori che già frequentate, l’amore di figli che vi preparerà ad essere genitori, l’amore per il bene comune … In tutte le sue forme coltiviamo questo germoglio che è in noi perché diventi realmente un fiore splendente.

 

3. Allora un amore che dona, un amore fedele e fecondo che tende alla fioritura, che conosce la propria fragilità, un amore che costruisce. Perché la parola efficace dell’amore ha come frutto l’edificazione. L’edificazione del mio Io, del tuo Io. Non sarei neanche quel poco che sono, se non avessi intravisto per la grazia del Signore - attraverso l’affidamento quotidiano alla Madonna - qualcosa dell’amore vero. Non sarei nessuno.

 

Attento, la vita che ti attende è per questa grande, suprema, edificazione. Questo è il grande viaggio. Il grande viaggio della mendicanza è per l’edificazione del tuo Io. Perché se edifichi il tuo Io in verità, in libertà di amore, edificherai intorno a te amicizia, diffonderai il bene. Il bene oggettivo dell’altro. Non l’altro come condizione per il tuo bene egoistico. E costruirai comunità come avviene nelle vostre realtà parrocchiali, nelle associazioni, nei movimenti e nei gruppi dove siete costantemente, dai vostri sacerdoti e dai vostri amici più grandi, aiutati a fare questi passi. Solo nella Chiesa trovate un luogo così. Non per disprezzare il resto, per l’amor di Dio, ma per avere il coraggio di andare alla radice delle cose.

 

Così, per esempio, stare dentro questa delicata fase di passaggio in università o a scuola è importante  - denunciare è importante, protestare perché le cose non vanno secondo quello che a noi sembra giusto, può essere una occasione - ma se non si costruisce, se non c’è più proposta che protesta tutto diventa uno spunto che poi finisce nel nulla. È come un fiocco di neve che mentre scende già si scioglie. Non costruisce. L’amore costruisce. E da cosa si vede?

 

4. Si vede dal fatto che spacca ogni estraneità. Questo è il test. L’amore ci muove. L’amore vero, l’amore bello, quindi l’amore che sa donare, l’amore realista che condivide il bisogno, l’amore che edifica. E qual è il test di tutto questo? Cosa dobbiamo chiedere come verifica che siamo mossi questa sera dall’amore, aiutati da Maria? Che cosa possiamo chiedere come verifica? Che l’amore elimina estraneità. Toglie via ogni estraneità.

 

Come dice quel passaggio bellissimo del brano che abbiamo ascoltato: “Se tu fossi lontana [dice ad un certo punto Romeo] quanto la più deserta spiaggia del più lontano mare, io mi spingerei là, sopra una nave, per una merce tanto preziosa”. L’altro divento il tesoro, un tesoro. Pensate come c’è bisogno di questo, ragazzi, nel mondo di oggi, dove anche senza volerlo siamo diventati gli uni nemici degli altri, estranei agli altri. L’altro è lontano mille chilometri. È come se noi dicessimo mille volte al giorno: - Non mi riguarda, ne ho già troppo del mio. Me ne avanza del mio. Non mi tocchi. Non mi tocchi col tuo bisogno!-

 

Al massimo c’è un soprassalto emotivo di pentimento di fronte agli accadimenti più sconvolgenti e clamorosi. Quante volte diciamo una preghiera per i nostri amici cristiani che stanno subendo il martirio ad Orissa? Per i nostri amici cristiani in Iraq, di Baghdad? Per tutti i nostri amici cristiani del Medio Oriente che sono costretti ad abbandonare le loro terre? Quanto ce ne ricordiamo? È come se il nostro mondo finisse non nelle mura di casa nostra, delle nostre parrocchie, delle nostre associazioni, dei nostri movimenti, ma finisse nel chiuso della nostra mente e – Dio non voglia! – addirittura nel chiuso della nostra pura emozione. Senza capacità di generare, di costruire. Il test che verifica l’amore è che si batte l’estraneità.

 

4. Nessuno è più lontano, perché l’amore è dono totale di sé. Il finale del duetto: “E che desiderio puoi avere questa notte? Dice Giulietta. “Scambiare il tuo amore con il mio”. E la risposta potentissima che verifica l’amore, il secondo grande test: “Prima che tu lo chiedessi io ti ho dato il mio”. Prima che lo chiedessi. L’amore vero implica che uno sia il primo ad amare. Che uno ami per primo senza aspettarsi nulla in cambio.

 

Ma poi Giulietta fa quella insinuazione che a prima vista sconcerta Romeo, che pure è disposto a tentare tutto: “Vorrei non avertelo ancora dato”. E lui si spaventa. “Vorresti forse riprenderlo? E per quale ragione vuoi riprenderlo, amore mio?”. E qui c’è la risposta spettacolosa di questo passaggio: “Per offrirtelo ancora una volta”. Per fare l’esperienza del dono. Perché l’esperienza del dono di me diventi stabile, permanente.

 

Questa ragazza - che noi ora ci accingiamo insieme a pregare mettendoci in viaggio, come Lei fece, avviandoci - perché qui ci siamo avviati -, dopo duemila anni è nel cuore di miliardi di persone  (anche i musulmani la venerano) perché ha continuato ad offrire l’amore.

 

Ha concepito la sua vita come offerta. E questo l’ha resa felice. Santissima. E la rende mediatrice, cioè colei che chiede per noi ogni dono di bene a Gesù così che il Padre ce lo conceda. Ma attenti, il risultato di questo dono permanente di sé è molto profondo: “Io desidero - dice Giulietta - ciò che possiedo. Il mio cuore [il mio dono bisognerebbe tradurre], come il mare, non ha limiti e il mio amore è profondo quanto il mare [non ha limiti]”. E qui viene la grande frase che vorrei diventasse esperienza di ogni forma di amore nella vita di ciascuno di noi: “Più te ne concedo [più te ne dono, di questo amore] più ne possiedo”. Più mi dono a te, più faccio esperienza di essere amato. Perché? Perché l’uno e l’altro sono infiniti.

 

Solo l’amore che Maria ci insegna è la grande strada del compimento della libertà.

 

Allora, amico, che il gesto che ora compiamo insieme per venerare la Madonna della Salute, sia un gesto di Risurrezione del tuo Io, del mio Io, del nostro Io. Sia un metterci in viaggio per mendicare l’amore vero, l’amore oggettivo, l’amore effettivo. Che possa aprire la nostra libertà, che possa spalancarci alla felicità.

card. Angelo Scola

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