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É forse troppo bello per essere vero?

Sono tutti “flashiati” e bovinamente mangiano alla greppia di una certa cultura? Il santo no, ma non perché ha il collo torto o perché moralisticamente fa il bravo, ma perché realmente combatte per un significato diverso per la propria (e altrui) vita. «La prima cosa che deve saltare agli occhi del non cristiano nella fede cristiana è il fatto che essa palesemente osa molto, troppo. È troppo bello per essere vero...».


É forse troppo bello per essere vero?

da Teologo Borèl

del 01 novembre 2007

 

Sono tutti “flashiati” e bovinamente mangiano alla greppia di una certa cultura? Il santo no, ma non perché ha il collo torto o perché moralisticamente fa il bravo, ma perché realmente combatte per un significato diverso per la propria (e altrui) vita.

 

Nota preliminare: quanto nell’articolo è scritto in corsivo è stato tratto dal forum di www.donboscoland.it

 

 

 

 

MA QUALCUNO DI VOI CI CREDE DAVVERO?

 

Aveva ragione uno dei frequentatori del nostro sito quando scrisse che la santità e i santi sarebbero stati “di moda” quest’anno (ndr: 2004): tutti riverseranno parole ed inchiostro per incensare… Si recluteranno ridde di chierichetti osannanti che marceranno impettiti profumati di naftalina alla lavanda…

Resta il fatto che la santità è la sfida che il Papa ha lanciato alla fine del secondo millennio: «Giovani di ogni continente, non abbiate paura di essere i santi del nuovo millennio! Siate contemplativi e amanti della preghiera, coerenti con la vostra fede e generosi nel servizio ai fratelli, membra attive della Chiesa ed artefici di pace». E il Rettor Maggiore incalza: «Riproponiamo a tutti i giovani con convinzione la gioia e l’impegno della santità».

Ma qualcuno di voi ci crede davvero? Con che coraggio annunciamo la santità a giovani che nemmeno hanno la possibilità di intendere il linguaggio con cui parliamo? Che gliene frega a gente sparaflashiata di Manga ed MTV?

 

 

BELL’AFFARE COMUNQUE…!

 

Sul fatto di crederci alla proposta della santità non penso vi siano molti dubbi, se non altro perché è innanzitutto un invito ripetuto più volte da Dio: «Siate santi, perché io, il Signore, Dio vostro, sono santo» (Lv 19,2). Inoltre di Gesù Cristo, che siamo chiamati non solo ad ammirare ma anche ad imitare, è detto attraverso Pietro: «Noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio» (Gv 6,69). Bell’affare comunque…!

Non m’attizza tanto un santo che finisce in croce… E non mi piace neanche tanto l’idea di trovarmi di fronte ad un Erode che mi taglia la testa, semplicemente per avere in cambio un’immaginetta, di quelle che trovi alle Paoline, con un’aureola attorno al capo posto su un piatto d’argento. C’è chi afferma: Io ci credo alla santità. Credo nella possibilità di vivere al 100%, nella gioia e nella felicità! Questa è la santità che cerco.

Anch’io ci credo, ma… avremmo il coraggio di dire queste parole anche se ci dovesse esser chiesto di dare la pelle per Gesù Cristo? …e allora?

Eppure vi è un fascino nascosto, la memoria di qualcosa che è inscritto nel mio DNA sembra voler farsi strada, scendere in piazza e gridare; qualcosa freme… Mah! Mi si impone innanzi quanto dice Paolo: «Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio che grida: Abbà, Padre!» (Gal 4,6).

Comunque sia, i mostri (o campioni, come li chiamavano una volta) di santità come Domenico sono piuttosto rari! Fortunati? Direi graziati. Che sia una fortuna non ne sono proprio sicuro: spesso i 'migliori' sono quelli che soffrono di più! …Sono quelli che soffrono di più? Ma allora vi è un nesso tra la sofferenza e la grazia, tra il dolore e la gioia, tra la morte e la vita…!? Inspiro profondamente e… ora il mio sguardo, inquieto e perso nel vuoto, a fatica si posa su quel crocifisso che mia nonna, poco prima di morire, mi indicò dicendomi: “Quello è l’aratro”. Io, figlio di contadini, conoscevo l’aratro e conoscevo la terra, ma solo allora capii cos’è l’aratro e cos’è la terra. Nuovamente qualcosa freme in me e il menestrello di corte che mi abita, quello che deve far festa sempre e comunque, si siede ora in mezzo alla grande sala della reggia con la testa fra le mani dopo aver appeso la maschera al chiodo…

 

 

L’ALFABETO DI DIO

 

Intravedo una questione di fondo: non ci intendiamo sulle parole e sui loro significati. Cos’è la santità, cos’è ‘sta benedetta felicità tanto proclamata e promessa anche da Dio, cos’è la gioia…? Tanti saprebbero rispondere, ma sarebbero altrettante le persone credibili? Dobbiamo imparare quel alfabeto e quella sintassi di Dio che sono i santi, metterci in ascolto della loro esistenza, a volte drammatica (san Francesco non è certamente quello del film “Fratello sole e sorella luna” e la vita di San Filippo Neri va ben oltre le melodie degli archi di “State buoni se potete”!!), ma pur sempre affascinante e divinamente inquietante. É la vita dei santi, credibili perché credenti, che può aiutarci a sviscerare questi interrogativi di fondo. Solo i santi, l’alfabeto di Dio, sono in grado di declinare la sua presenza tra le pieghe e le piaghe della storia. Non sono coloro che stanno sugli altari tra incensi e fiori di carta velina, ma coloro che, quando ti guardano, ti fanno sentire nudo. Il santo realmente combatte per un significato diverso per la propria (e altrui) vita.

 

 

SANTITÀ È DIMENTICARSI

 

Teniamo presente un assioma: siamo fatti per amare, per generare vita partecipando alla vita di Dio. Capisco allora chi scrive: sono felice, mi accetto per quello che sono, mi sento amata da Dio, porto felicità a chi non è 'fortunato' passando la domenica pomeriggio in ospedale e cercando di far sorridere chi d’essere felice proprio non ne ha voglia. Aderire al desiderio di amare che ci pervade e ci sostiene è un primo passo che ci permette di creare il terreno alla gioia. Il fatto è che a volte questa sembra essere una prerogativa dei graziati: e chi è dis-graziato, senza o lontano dalla grazia? Dio non priva alcuno della sua grazia, della sua santità. Piuttosto Dio… rinuncerebbe a se stesso! «La grazia significa partecipare alla vita di Dio, ma per il fatto stesso che egli concede la possibilità di possederlo: significa un continuo ricevere se stessi dal suo amore. L’uomo si stacca dal proprio io per andare verso Dio, ma proprio così egli infine trova se stesso» (Guardini R., Libertà Grazia Destino, Morcelliana). Non per niente Madre Mazzarello diceva: “Fate che io sia dimenticata da tutti. Io sono contenta di essere ricordata solo da Voi”: solo un santo può pregare così. Giovanni scrive: «li amò sino alla fine» (Gv 13,1). E ancora: «In verità, in verità vi dico: se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la sua vita la perde» (Gv 12,24-25). Morire per nascere, nascondersi per apparire, dimenticarsi per essere la memoria di Dio.

 

 

RECUPERARE LA VERITÀ DI NOI STESSI

 

“É l'incontro con la sofferenza (di tutti i tipi) che può spingere alla santità, la quale rimane, secondo me, una lotta. Una guerra simile alla I guerra mondiale: si fa in trincea, sudando sangue per conquistare un palmo di terra... per te e per l'altro, per difendere un palmo di terra perché sia umana, degna di essere abitata. Una guerra sanguinosa per il semplice motivo che la devi combattere contro te stesso... Non potrebbe se non essere drammatica. Ma non per questo meno bella, non per questo meno umana, non per questo meno felicitante”.

Sembra che la felicità vera non sia il frutto di un percorso facile… E don Bosco che diceva che è facile farsi santi? Sì, è facile perché lo siamo già santi, meglio santificati, salvati. È facile perché la santità è il sogno di Dio per noi. E Dio ci tiene ai suoi sogni…! Si tratta, probabilmente di trovare un Anania che ci baci gli occhi per farne cadere le squame e recuperare la vista (cf At 9,10-19), qualche Anania che ci riporti alla verità di noi stessi che è la presenza di Dio in noi, qualche Anania che ci porti al di là della sofferenza del momento facendoci ritrovare oltre i confini e gli interessi del nostro io per cogliervi il motivo di gioia e di vita che vi soggiace.

E qui tutto si fa difficile: è un affare serio aver a che fare con noi stessi! È difficile cedere all’evidenza di essere abitati da uno più grande e più buono di noi! È difficile accettare che questa sia la verità di noi stessi: ecco perché tante volte siamo in trincea…

 

 

ARRENDERSI ALL’UMILE BONTÀ

 

Solo dinanzi all’umile e radicale bontà è possibile la resa. Tale la via insegnatami da mia madre: “la prima cosa che deve saltare agli occhi del non cristiano nella fede cristiana è il fatto che essa palesemente osa molto, troppo. È troppo bello per essere vero: il mistero dell’Essere, svelato come amore assoluto, che si abbassa a lavare i piedi, anzi le anime delle sue creature e prende su di sé tutta la bruttura della colpa, tutto il disprezzo che conclude nell’inchiodamento sulla croce la sua incomprensibile discesa tra le creature. Questa è davvero troppa bontà” (Balthasar, Solo l’amore è credibile). E questa bontà divina che abita in noi che dobbiamo ri-conquistare. Se la santità comincia da qui, non è una prerogativa di pochi.

Non rimane altro che la resa a ciò che realmente siamo, l’abbandono, l’oblio di sé… per trovarsi tra i santi.

 

 

Bibliografia

· Guardini R., Libertà Grazia Destino, Morcelliana, Brescia 200.

· Balthasar V., Solo l’amore è credibile, Borla, Milano 1977.

· Rupnik I., Dall’esperienza alla sapienza, Lipa, Roma 1996.

· Gli interventi tratti dal forum di www.donboscoland.it riportati in corsivo nell’articolo sono di Claudio, Cinico, Tata, Loris, Dany.

I.B.

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