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“E' come essere torturati per Cristo”

Solo nel XX secolo siano stati 40.000.000 i cristiani uccisi, mentre si calcola che siano 160.000 le persone che ogni anno trovano la morte per lo stesso motivo. Perché? Perché queste persecuzioni in un secolo che ha fatto suoi gli ideali di uguaglianza e tolleranza? Cosa sta succedendo? E soprattutto perché se ne parla così poco?


“E’ come essere torturati per Cristo”

da Attualità

del 24 novembre 2008

L’odio. Freddo, cieco, irrazionale, che spinge l’uomo ad armarsi per agire contro un suo simile, contro chi magari solo poco tempo prima era compagno di lavoro o un semplice conoscente.

Un odio contro Cristo e contro chi, pur tra mille difficoltà, dà la sua vita per amore, pur di affermare Gesù sempre e comunque.

L’amore, dunque, come risposta all’odio, che anzi dà senso all’odio e a ciò che potrebbe sembrare assurdo e irrazionale.

Storie di uomini e di donne semplici quelle dei martiri della Chiesa. Uomini del passato che hanno segnato la storia del primo Cristianesimo, ma anche uomini e donne dei tempi nostri, che oggi come ieri hanno versato il loro sangue per amore.

I fatti tragici che stanno accadendo in India hanno riportato alla ribalta un tema che solo poche volte viene affrontato: quello della persecuzione dei Cristiani nel mondo.

No, non parliamo dei primi martiri ai tempi dei Romani, ma di martiri del ‘900 e del 2000, di persone che silenziosamente continuano a morire e di cui, nella maggioranza dei casi, non sappiamo niente. Un numero impressionante: si stima che solo nel XX secolo siano stati 40.000.000 i cristiani uccisi, mentre si calcola che siano 160.000 le persone che ogni anno trovano la morte per lo stesso motivo.

Perché? Perché queste persecuzioni in un secolo che ha fatto suoi gli ideali di uguaglianza e tolleranza? Cosa sta succedendo? E soprattutto perché se ne parla così poco?

Come ha scritto Angelo Panebianco sulle pagine del Corriere della Sera, il 07 settembre scorso: “Sono all’opera diverse cause. La prima è data da quell’atteggiamento farisaico secondo il quale non conviene parlare troppo delle persecuzioni dei cristiani se non si vuole alimentare lo ‘scontro di civiltà’. Come se ignorare il fatto che nel mondo vari gruppi di fanatici usino la loro religione (musulmana, indù o altro) per ammazzarsi a vicenda e per ammazzare cristiani ci convenisse […]. La tesi dei fondamentalisti islamici o indù secondo cui il cristianesimo altro non è se non uno strumento ideologico al servizio della volontà di dominio occidentale sui mondi extra occidentali sembra condivisa, qui da noi, da un bel po’ di persone. Persone che credono che l’Europa debba ancora fare la penitenza per le colpe (alcune reali e altre no) accumulate nei suoi secolari rapporti col mondo extra occidentale. Ne derivano il silenzio sulla libertà religiosa negata ai cristiani, soprattutto nel mondo islamico, e il disinteresse per le persecuzioni che in tanti luoghi, islamici e no, subiscono. Ne deriva anche una sorta di illusione ottica che a molti fa temere di più i segnali di risveglio cristiano (del tutto pacifico) in Italia che tante manifestazioni di barbarie religiosa altrove. Nel frattempo, le religioni “altre”, con l’immigrazione, acquistano qui da noi un peso crescente”.

 

E’ ormai da settimane che lo stato di Orissa, nella parte orientale dell’India, è lacerato da vergognosi omicidi compiuti dagli estremisti induisti contro la minoranza cristiana.

Violenze senza giustificazione che hanno come denominatore comune l’odio verso i cristiani.

Sono storie che fanno rabbrividire.

Chissà quanto volte Padre Thomas Chellen aveva salutato le stesse persone che lo hanno torturato!

Il presbitero 55enne, gravemente ferito, ha riferito al Catholic News Service ciò che gli è accaduto dal suo letto d’ospedale a Bhubaneswar, nell’Orissa.

E’ fuggito dal centro pastorale dove viveva quando 500 induisti hanno fatto irruzione.

Padre Thomas è scappato nella foresta insieme a un altro sacerdote e una suora, mentre gli assalitori davano fuoco al centro, trovando rifugio in casa di un amico induista. La mattina dopo, la famiglia induista li ha portati in una casa vuota adiacente e li ha chiusi a chiave per dare l’impressione che dentro non ci fosse nessuno. Nonostante questo, i fanatici induisti hanno sentito per caso il sacerdote parlare al cellulare, hanno fatto irruzione nella casa e hanno trascinato fuori lui e la suora.

Il gruppo, composto da circa 50 persone armate, li ha picchiati e li ha portati come colpevoli lungo la strada verso il centro pastorale bruciato. Gli hanno strappato la camicia e hanno iniziato a spogliare la suora. Lo hanno picchiato con mazze d’acciaio. Poi hanno portato dentro la suora e l’hanno violentata mentre altri continuavano a dargli calci e a deriderlo, costringendolo a dire parole volgari. In seguito sono stati portati tutti e due mezzi nudi per la strada e hanno ordinato al prete di avere un rapporto sessuale con la suora in pubblico, dicendo che le suore e i sacerdoti lo fanno. Al loro rifiuto hanno continuato a picchiarli e li hanno trascinati al vicino ufficio governativo. Purtroppo, una dozzina di poliziotti era rimasta a guardare la scena.

L’incubo, durato quattro ore, è terminato quando la sera è arrivato un ufficiale di polizia.

“E’ come essere torturati per Cristo”, ha detto padre Thomas.

Il 5 settembre sono state aggredite anche cinque suore dell’ordine fondato da Madre Teresa.

Le Missionarie Sr. Mamta, madre Superiora, Sr. Ignacio, Sr. Josephina e Sr. Laborius sono state accusate di “sequestro e conversione forzata” di quattro bambini, di età compresa fra uno e due anni, che le religiose stavano portando dalla loro casa di Raipur al centro Charity Shishu Bhava, a Bhopal. Gli attivisti hanno inseguito le donne fino alla caserma della polizia “insultandole e inneggiando slogan contro i cristiani”.

Sr. Mamta dice di aver “pregato Madre Teresa” affidandole la “salute dei bambini” e sottolinea che questo nuovo episodio di “persecuzione” è parte integrante del compito missionario “di testimoniare Cristo” che è stato loro affidato dalla fondatrice dell’ordine.

Ed è proprio in questo clima di folle intolleranza che Suor Nirmala Joshi, l’erede di Madre Teresa, lancia il suo appello. Un appello di pace, nonostante tutto!

 

Ma l’India non è l’unico paese a vedere scorrere il sangue di uomini innocenti.

Anche in Pakistan infatti “i cristiani vivono nella paura e sono vittime della persecuzione religiosa”, come denunciato dall’Opera di diritto pontificio “Aiuto alla Chiesa che Soffre”. “Ancora oggi - ha detto padre Emmanuel Asi, francescano cappuccino, parroco a Lahore e segretario della Commissione biblica cattolica del Pakistan - essere cristiani in Pakistan equivale a essere cittadini di serie B, ma nonostante questo essi vanno molto fieri della loro appartenenza religiosa”.

In questo Paese, i cristiani appartengono spesso ai ceti sociali più disagiati e intere famiglie sono costrette a lavorare per i grandi proprietari terrieri. Senza contare che ai cristiani è interdetto l’accesso a determinate professioni e perfino ai colloqui di lavoro. Il dialogo interreligioso è reso difficile anche dalle accuse di proselitismo rivolte ai cattolici. Negli ultimi anni, informa Acs, c’è stato in Pakistan “un rilevante aumento degli attacchi nei confronti delle minoranze religiose”, realizzati sotto forma di ‘fatwa’, di rapimenti e di assalti ai luoghi di culto. E’ infatti dell’aprile 2002 la notizia che cinque cristiani sono stati imprigionati per aver “bestemmiato” contro Maometto. Due sono stati condannati a morte e sono in attesa di esecuzione. Gli altri tre sono stati condannati a trentacinque anni di carcere… E tutto questo in un Paese che nel 1997 ha visto la morte di un giudice, assassinato per aver assolto un cristiano accusato di un delitto.

 

In Vietnam i Montagnard, che rappresentano una quarantina di differenti gruppi aborigeni, convertitisi al Cristianesimo grazie all’opera di tanti Missionari, sono da decenni vittime di persecuzioni. La più cruenta è stata la repressione della vigilia di Pasqua del 10 aprile 2004. Oltre 130 mila cristiani, provenienti dai più sperduti villaggi, avevano raggiunto Buon Ma Thuot, capoluogo provinciale degli altipiani, per pregare e protestare pacificamente davanti agli edifici del partito comunista vietnamita contro la repressione religiosa e la confisca delle loro terre, al grido di “Felice giorno, Cristo è risorto!”. Le forze governative hanno fermato con le armi la manifestazione, provocando centinaia di feriti e 10 morti (2 secondo il governo). La “Pasqua di sangue” fu seguita dalla “caccia al cristiano”: i morti sono stati 400. Secondo testimoni oculari, intervistati nei campi dei rifugiati in Cambogia, le torture inflitte erano atroci: varie forme di “crocifissione”, iniezioni letali, pestaggi, trattamenti degradanti, cerimonie pubbliche in cui venivano imposte dichiarazioni di fedeltà alla bandiera vietnamita e di ripudio della fede cristiana.

 

E la scia di sangue non si ferma e si spinge fino in Indonesia: nell’ottobre del 2005 tre studentesse cristiane, Yusriani Sampoe di 15 anni, Theresia Morangke di 16 anni e Alvita Polio di 19 anni, sono state decapitate mentre si recavano in un liceo privato cristiano a Poso. I corpi sono stati trovati nei pressi del villaggio di Bambu. La testa di una ragazza è stata invece abbandonata davanti una chiesa cristiana nel villaggio di Kasiguncu, e le altre 2 nei pressi di una stazione di polizia distante 10 km dal luogo del delitto.

 

In Arabia Saudita la situazione non è certo delle migliori per i Cristiani. Nel 2006 la famigerata muttawa (polizia religiosa), armata di manganelli, ha fatto irruzione in un’abitazione privata a Jeddah, arrestando quattro cristiani di origine africana, durante una funzione religiosa.

Al momento del raid più di 100 cristiani eritrei, etiopi e filippini erano riuniti in una casa nel distretto di Al-Rowaise a Jeddah. I fedeli hanno invitato i poliziotti a sedersi e questi hanno aspettato tre ore la conclusione della funzione per poi arrestare i quattro leader del gruppo: Mekbeb Telahun, Fekre Gebremedhin, Dawit Uqbay e Masai Wendewesen. Ad oggi il governo saudita proibisce ogni religione diversa dall’islam fondamentalista wahaabita. È proibita la missione e ogni manifestazione pubblica (avere Bibbie, portare un crocifisso, un rosario, pregare in pubblico). La muttawa, conosciuta per la sua spregiudicatezza e violenza nelle torture, vigila sul divieto.

Nel regno saudita, musulmano per la totalità della popolazione, non è inoltre permesso costruire luoghi di culto, chiese o cappelle.

 

Ormai è nota al mondo intero la situazione di repressione in cui si trovano a vivere i cittadini della Cina. Innumerevoli sono le testimonianze che provengono dai famigerati laogai, i lager cinesi, campi di rieducazione alla dottrina comunista del partito voluti da Mao Zedong.

Vi si trovano oppositori del regime, ma anche chi è accusato di essere Cristiano, che è costretto a rinnegare la sua fede, a non pregare e ad annullarsi come uomo.

Nonostante i cinesi non possano liberamente professare i culti religiosi, le conversioni al Cristianesimo continuano silenziosamente ad aumentare.

Ed è come un raggio di sole, di speranza, la testimonianza di Bao Yuanjina, un coraggioso prete della Chiesa sotterranea cinese, che si è spinto fino all’abbandono del partito per seguire il grido del suo cuore e la particolare elezione a cui il Signore lo stava incessantemente chiamando.

 

L’elenco delle vittime potrebbe continuare ancora per molto.

Chissà ogni giorno quanti sono coloro che danno la vita per affermare Gesù. Si tratta di uomini, “uomini veri, cioè veramente uomini. E questo ci costringe a guardare, a porci, anche elementarmente, di fronte all’Oggetto-Soggetto dello sguardo, di fronte alla ragione del loro essere, del loro muoversi, di questa incredibile umanità. Di fronte all’Amore che essi amano e da cui si lasciano totalmente penetrare. Di fronte alla Presenza che dicono di seguire e servire che, pur nella diversità di secoli, cultura, età e temperamenti, è sempre e solo Uno. Uno, non un principio. Uno, non un’idea. Uno, non un valore. Uno, non un progetto. Uno, non un messaggio sociale. Colui che ha 2000 anni, quell’Uomo pieno di un’unica pretesa: Gesù Cristo. Questo è il Cristianesimo: Gesù Cristo, il Mistero fatto Carne, il significato e il compimento dell’uomo che si fa Uomo. Colui in cui solamente è possibile ritrovarsi pienamente uomo. Ed è fatta di uomini così la compagnia dei Santi” (Nicolino Pompei, Atti del Convegno Fides Vita 2000).

I martiri di oggi, come quelli di ieri, ci ricordano l’Amato del cuore, Colui che anche noi, con la nostra vita, siamo chiamati a riconoscere, amare, seguire e testimoniare per edificare la Chiesa.

In questo momento non a tutti è chiesto di versare il proprio sangue: dobbiamo alzarci, andare a lavoro, portare i nostri figli a scuola…, ma a loro come a noi è chiesto di corrispondere nelle circostanze feriali a quell’Amore che ci ha formato: “Ci hai fatti per te, e il nostro cuore non ha pace finché non riposa in te” (Sant’Agostino, Confessioni I, 1, 1).

 

http://www.fidesvita.org

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